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Il calcio europeo vale 38 miliardi
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Uno studio di boston consulting group analizza le tendenze finanziarie del settore

Il calcio europeo vale 38 miliardi

di Davide Volpi
MF - Numero 157 pag. 17 del 12/08/2026

I ricavi si concentrano sui maggiori 20 club del continente. Solo la metà delle squadre è in utile a causa del costo di ingaggi e cartellini. Il modello americano per stabilizzare il giro d'affari

L'industria calcistica europea vale oggi oltre 38 miliardi. È quanto emerge dallo studio «The Three Forces Reshaping the Beautiful Game» di Boston Consulting Group, che analizza le dinamiche destinate a definire il futuro del pallone e dell'enorme business che ormai si posrta dietro.

L'economia del calcio vede una progressiva concentrazione dei ricavi in poche squadre del continente, tanto che le 20 squadre europee con il fatturato più alto generano insieme più della metà dei ricavi complessivi delle cinque maggiori leghe del continente, per un totale di oltre 11 miliardi di euro.

Tale livello di concentrazione è dovuto in particolare alla crescita dei diritti televisivi internazionali: quelli della Premier League sono passati da 500 milioni di sterline del 2010 a oltre 2,2 miliardi, superando sia i ricavi da diritti domestici della lega sia quelli internazionali di tutte le altre competizioni europee.

Questo aumento alimenta poi un circolo vizioso che consente ai club più forti di investire su giocatori di maggior richiamo, che a loro volta rafforzano l'attrattiva internazionale della lega. Nello stesso periodo la Champions League ha aumentato la propria quota di diritti internazionali rispetto ai cinque grandi campionati domestici, passando dal 15% del 2016-17 al 20% del 2025-26. La concentrazione però riguarda anche gli assetti proprietari: i gruppi multi-club controllano oggi circa 400 società nel mondo.

Se l'Europa resta il mercato più importante, esistono anche altri poli: i club sauditi, ad esempio, hanno speso quasi un miliardo di dollari in una sola finestra di mercato. Anche il calcio femminile cresce, con le 14 squadre della National Women's Soccer League che sono oggi valutate collettivamente 2,6 miliardi di dollari, dato in aumento del 180% rispetto al 2023, e la Coppa del Mondo femminile del 2023 che ha attirato 2 miliardi di spettatori a livello globale.

La concentrazione di risorse nel calcio non implica però una stabilità finanziaria diffusa: solo circa la metà dei club di prima divisione europea è in utile, con bilanci che possono oscillare in modo netto da una stagione all'altra, anche in base ai risultati sportivi.

Fra i principali costi emergono stipendi e cartellini, tanto che tra 2020 e 2022 il rapporto tra salari e ricavi ha viaggiato intorno al 64% nelle cinque grandi leghe europee, contro circa il 50% delle leghe nordamericane. In Premier, includendo anche i trasferimenti, le società hanno speso 5,7 miliardi di sterline per i giocatori nella stagione 2022-23, vale a dire quasi il 90% dei ricavi complessivi della lega, e per otto squadre su 20 la spesa per la selezione ha superato il valore stesso dei ricavi.

Per aumentare la sostenibilità finanziaria dei club gli organi di governo del calcio stanno imponendo sempre più regole per limitare le azioni delle società. La Uefa, ad esempio, ha imposto un tetto che limita al 70% dei ricavi la spesa dei club. La regola si applica formalmente solo alle squadre impegnate nelle competizioni europee, ma molti club si autogestiscono seguendo tali standard in vista di una futura qualificazione e anche molti campionati nazionali stanno adottando versioni simili di questi controlli.

Un'altra opzione è quella che trae ispirazione dagli sport nordamericani, con l'adozione di sistemi chiusi. La logica alla base di questa scelta è che proteggere i club dalla retrocessione rende i ricavi più prevedibili e incoraggia gli investimenti a lungo termine. Il tentativo più noto in tal senso è quello della Superlega europea, che mirava a fornire ai club d'élite una maggiore stabilità finanziaria attraverso una struttura semi-chiusa. L'iniziativa ha però incontrato una forte resistenza in quanto considerata una minaccia alla tradizione calcistica basata sul merito.

La spinta commerciale che ha aumentato e concentrato i ricavi dell'industria calcistica europea è anche frutto dell'aumento degli impegni sul campo, che fanno crescere il pubblico e il valore commerciale delle competizioni, pesando però sui calciatori e gli stessi club. Non sempre l'effetto è positivo, esiste infatti un limite al numero di incontri che i giocatori possono realisticamente disputare, oltre il quale aumenta nettamente il rischio di infortuni, stanchezza e burnout, compromettendo la delle competizioni. (riproduzione riservata)



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