Per il momento si tratta di un trend che riguarda principalmente gli Stati Uniti. Chi usa il Glp-1, ovvero il farmaco per dimagrire lanciato sul mercato dai colossi Novo Nordisk ed Eli Lilly, quando va al ristorante chiede porzioni più piccole, consuma meno antipasti o dessert e dal menù sceglie preferibilmente piatti ad alto contenuto proteico e nutrienti. Perché il farmaco, si sa, ha come primo effetto quello di ridurre l'appetito e di abbassare le necessità di apporto calorico in chi l'assume.
Risultato? Secondo il Global Restaurant Report 2026 di Fti Consulting, siccome chi sceglie di ricorrere al farmaco per perdere peso ha generalmente un reddito più alto, questa tendenza potrebbe essere il «primo segnale di un cambiamento strutturale» nel modo di mangiare fuori casa con un conseguente impatto sui locali.
Negli Stati Uniti circa un consumatore su quattro si è avvicinato al Glp-1 ed entro fine anno dovrebbero arrivare al 27%. In Italia non esiste un dato preciso dei pazienti che fanno uso del farmaco per dimagrire, ma secondo i rapporti dell'Aifa le vendite di Glp-1 e simili sono già cresciute dell'85%. Se si considera poi che nella penisola il 10% della popolazione adulta è obesa (circa 4 milioni di persone) e un ulteriore 33% è in sovrappeso (circa 13 milioni di persone) si possono stimare quanti potrebbero essere i consumatori potenziali delle iniezioni per tornare in forma. E come potrebbero cambiare le loro abitudini al ristorante.
Ma il rapporto di Fti evidenzia anche che le persone mangiano fuori casa con sempre minore frequenza e che persino i piatti pronti del supermercato stanno facendo concorrenza ai ristoranti in giro per il mondo. Allo stesso tempo, i costi di manodopera, per le materie prime o le utenze sono alti e comprimono i margini dei gestori. Per fare un esempio, sempre Fti Consulting calcola che negli Stati Uniti, rispetto a prima della pandemia, il costo della carne bovina è aumentato del 74%, quello dell'elettricità del 40% e i salari del 30%. Per i ristoratori diventa però difficile scaricare integralmente questi aumenti sui clienti vista l'alta concorrenza.
Tutto questo, dice lo studio, impone allora «un ripensamento più ampio del modello» per il settore. Il cui successo «dipenderà sempre più dalla capacità di trasformare ogni visita» del cliente «in un'occasione a maggior valore». Come? Attraverso strategie che partono dal menù, con offerte extra premium e proposte salutistiche.
L'obiettivo è ovviamente proteggere lo scontrino degli esercenti concentrandosi sui prodotti per i quali il cliente è ancora disposto a pagare. Ma per i ristoranti questo significa, in un certo senso, anche dover ripensare l'organizzazione.
Quello che sta accadendo in Cina, in questi ultimi mesi, può essere la lente d'ingrandimento di ciò che potrebbe succedere anche negli altri Paesi: piattaforme di delivery che hanno pressoché in mano il cliente, con conseguente minore fidelizzazione rispetto al singolo ristorante, uso spasmodico della tecnologia, AI compresa, che non sempre si traduce in maggiori profitti per il gestore, e numero dei punti vendita - questo vale per le catene - da rimettere in discussione. Per questo il report di Fti prevede che i concept dine-in, ovvero dove si consuma all'interno del locale, dovranno offrire ai clienti «un'esperienza più forte, maggiore convenienza o una differenziazione» più marcata. Inoltre, per far fronte a delivery e takeaway in costante crescita, la ristorazione potrebbe dover non solo presidiare il canale delle consegne, ma anche pensare a prodotti a marchio proprio e stringere alleanze con la Gdo. In pratica, quello che suggerisce lo studio è che il futuro della ristorazione a livello globale si giocherà nel conquistare il consumatore a partire dal luogo dove preferisce mangiare. Che sia al tavolo di un locale, in un parco, sul divano di casa o persino dentro al supermercato, come avviene già abitualmente all'estero. (riproduzione riservata)