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Sui mercati è tornato un fantasma che fa paura. Quello dell'inflazione. O peggio ancora: secondo molti analisti di mercato, la crisi energetica innescata dai rialzi dei prezzi del petrolio potrebbe condurre a una fiammata inflazionistica in una fase storica in cui la crescita economica attesa è molto bassa: insomma, la paura è che possa crearsi uno scenario di stagflazione.
Nell'ultimo numero di Milano Finanza ho passato in rassegna varie strade, dai bond indicizzati alle azioni ad alto dividendo, per tutelarsi dal rischio stagflazionistico. Tra queste vie ce ne sono due in particolare che meritano attenzione:
I settori di investimento sono molto semplici da capire: si tratta di panieri di società che si occupano dello stesso ambito produttivo, o comunque di attività molto simili tra loro. Sono settori la finanza (banche, assicurazioni, risparmio gestito), l'energia, le utility, il farmaceutico, l'industria, le telecomunicazioni, i beni di consumo primari (cibo, bevande) e voluttuari (lusso, abbigliamento), la tecnologia.
Alcuni fanno rientrare tra i settori anche la difesa, anche se la definizione è più controversa: JustEtf, ad esempio, raccoglie gli Etf della difesa sotto il cappello di investimenti tematici, perché le società che ne fanno parte appartengono a settori diversi (perlopiù tecnologia e industria).
In portafoglio, e sempre come componente accessoria in una strategia core satellite, i settori hanno essenzialmente tre funzioni, che descrive il collega Fausto Tenini in questo articolo:
Mettiamo da parte le prime due e concentriamoci sulla terza. In che fase del ciclo siamo oggi, e come possono comportarsi i vari settori in portafoglio?
Nella fase attuale ci troviamo più o meno in una situazione di questo tipo: crescita bassa, tassi di interesse stabili ma in forte calo rispetto al recente passato, inflazione sotto controllo. Ma quello che sta succedendo in Medio Oriente, con l'impennata del prezzo del petrolio, crea un fattore di squilibrio: che cosa succederà se l'aumento dei prezzi del greggio porterà a una recrudescenza dell'inflazione?
Su queste basi l'investitore può pensare di orientare una parte tattica del suo portafoglio verso i settori cosiddetti difensivi, che in genere sono accomunati da alcune caratteristiche:
Sono quindi considerati settori difensivi le utility, il farmaceutico, le telecomunicazioni, i beni di consumo primari, ma anche l'energia: di petrolio per trasportare le merci, e per le nostre auto, c'è bisogno sempre, anche se l'economia arranca.
Un caso particolare è quello del lusso: il settore di per sé rientra tra i beni non necessari (voluttuari) ed è ciclico. Se facciamo fatica ad arrivare a fine mese, magari il vestito firmato ce lo risparmiamo. Ma il lusso di altissima gamma (una Ferrari, per esempio) tende a essere più forte anche delle crisi, e quindi può rientrare - anche se con tutti i distinguo del caso - tra i settori difensivi.
Ovviamente non ci sono equazioni matematiche quando si parla di rendimenti azionari: non è detto che un settore difensivo si comporti sempre meglio quando l'economia rallenta e viceversa.
Anche perché in gioco ci sono tutta una serie di altri fattori: le utility, ad esempio, sono un settore difensivo, ma sono anche tendenzialmente molto indebitate. Questo significa che soffrono parecchio se si alzano i tassi di interesse: proprio quello che è successo nel 2022 dopo il picco di inflazione provocato dai prezzi del gas naturale alle stelle.
Poste queste premesse, cosa ci dobbiamo aspettare dai settori difensivi in portafoglio?
Non dobbiamo invece aspettarci, o almeno non dobbiamo farne una regola generale, che un settore difensivo cresca a doppia cifra se il mercato scende a doppia cifra.
Un esempio che troverete anche nell'articolo di Milano Finanza può aiutarmi a spiegare meglio questo concetto:
Cosa ci stanno dicendo tutti questi numeri? Punto primo: l'energia ha generato effettivamente extra-performance, ma non in quanto settore difensivo tout-court. Semplicemente, visto che l'inflazione era in gran parte frutto dell'impennata dei prezzi energetici, il settore ha effettivamente prodotto rendimenti molto più elevati del mercato. Ma, in un certo senso, questa dinamica era una derivata seconda della particolare crisi in atto.
Punto secondo: sanità e beni di consumo primari hanno svolto il loro ruolo di settori difensivi, proteggendo il portafoglio dal tracollo a doppia cifra del mercato azionario. Punto terzo: il lusso ha fatto perfino peggio del mercato, e quindi non ha svolto la sua funzione.
Qual è la morale di tutta la storia? Che in uno scenario di crescita debole e rischi inflattivi, una piccola esposizione ai settori difensivi può avere senso come forma di assicurazione, meno come motore di rendimento. Anche perché i settori difensivi non servono a battere il mercato quando tutto va bene. Servono a farti restare investito quando tutto va male.
E voi? Avete mai investito in settori e, se sì, quali avete scelto e perché? Fatemelo sapere alla mail mcapponi@class.it. Ci sentiamo la prossima settimana!