Green Arrow accelera sulle infrastrutture energetiche e digitali con un nuovo fondo da 800 milioni di euro, target che punta a raggiungere entro il 2028. Dopo i 500 milioni del primo veicolo dedicato al settore, il maggiore gruppo indipendente attivo nei private market e negli investimenti alternativi in Italia alza l'asticella e si prepara ad aumentare di taglia, affiancando i data center a rinnovabili, clean gas e mobilità elettrica.
«Abbiamo già una pipeline abbastanza corposa per mettere a terra gli investimenti», spiega a MF-Milano Finanza Francesco Maria Giovannini, vicepresidente e responsabile dei rapporti istituzionali di Green Arrow. «Con un fondo da 800 milioni sulle infrastrutture andremo a valutare asset più grandi, creando nuove piattaforme d'investimento sempre dedicate alle sfide infrastrutturali del futuro».
A crescere sarà anche il peso dell'Italia. Oggi la penisola rappresenta il 61% del portafoglio energy di Green Arrow, contro il 29% della Spagna e il 10% del Regno Unito. In prospettiva la quota italiana è destinata a raggiungere «almeno il 70%». «Il nostro Dna è italiano. La Spagna rimane un mercato interessante, soprattutto nelle rinnovabili, per garantire una diversificazione del portafoglio, ma le risorse sono concentrate sull'Italia e sulla sua crescita», osserva Giovannini
Buona parte degli investimenti continuerà a essere assorbita dalle rinnovabili. Il fotovoltaico rappresenta il 68% dell'attuale portafoglio, seguito dall'eolico con il 24% e dal biogas con il 4%. I data center, entrati più di recente nel radar del gruppo, pesano ancora per circa l'1%. «È ancora un investimento iniziale, che sicuramente sarà ampliato. È un settore che nasce da un'esigenza destinata a crescere sempre di più». Se l'Italia è destinata ad assorbire una quota maggiore degli investimenti, resta però da sciogliere il nodo che più la penalizza rispetto alla Spagna: i tempi delle autorizzazioni. «Da questo punto di vista la Spagna è sicuramente avanti rispetto a noi. In Italia andrebbe molto agevolato e semplificato l'iter». Il rapporto tra i tempi necessari nei due Paesi arriva in alcuni casi a «uno a sei». Giovannini riconosce i passi avanti compiuti dal governo, ma sottolinea che «a livello locale ci sono ancora problemi».
Resta anche il tema della componentistica. Il tentativo europeo di ridurre la dipendenza dalla Cina si scontra con un mercato nel quale i pannelli cinesi rappresentano ancora lo standard riconosciuto dalle banche ai fini della finanziabilità dei progetti. «Al momento è effettivamente così. Ma sono molto favorevole alla creazione di filiere europee lungo tutta la catena del valore. È un obiettivo ambizioso che l'Europa si deve dare», conferma Giovannini. A spingere nella stessa direzione sono le crisi energetiche. «Due crisi in meno di cinque anni stanno facendo ripensare a molti Paesi europei la necessità di ridurre l'esposizione ai combustibili fossili. Abbiamo imparato che l'autonomia energetica equivale anche all'autonomia di una nazione». Per Giovannini oggi ci sono maggiore consapevolezza e maturità anche a livello politico: «Le famiglie italiane pagano circa il 30% in più per l'elettricità domestica rispetto alla media europea».
Green Arrow, nata nel 2012, conta circa 8 miliardi di euro di raccolta storica, 31 fondi attivi e 160 professionisti. Le sette strategie spaziano dall'energy e dalle infrastrutture digitali al private equity e private credit. Proprio nel private equity il gruppo continua a puntare sulle small e mid cap italiane, con ricavi tra 30 e 100 milioni ed ebitda tra 3,5 e 20 milioni. «Le pmi hanno bisogno di equity per crescere, fare aggregazioni, andare sui mercati esteri e riorganizzarsi». Giovannini non vede una ritirata degli investitori: «Non parlerei di prudenza. C'è più attenzione nella scelta dei team, dei fondi e delle strutture». Circa l'80% degli investitori di Green Arrow è istituzionale .Anche l'azionariato riflette questa impostazione: l'80% resta ai fondatori, mentre il 20% fa capo a soggetti istituzionali, tra cui Enpam, Itas Mutua e Intesa Sanpaolo, già investitori nei fondi. «Abbiamo voluto avere soci istituzionali di lunga durata per dare ancora più solidità alla governance». (riproduzione riservata)