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Obbligazioni: quante e quali tipologie di bond esistono?
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Obbligazioni: quante e quali tipologie di bond esistono?

di Massimo Brambilla
16 ottobre 2023, 09:15 Ultimo aggiornamento: 19 ottobre 2023, 16:58

12 domande e risposte per scoprire le diverse tipologie di bond esistenti, con caratteristiche e opportunità offerte per decidere al meglio come investire | Scarica il PDF

Le obbligazioni non sono tutte uguali, ne esistono infatti svariate categorie, ognuna con delle peculiarità che la rendono più adatta a un determinato tipo di investimento piuttosto che a una differente strategia. Dalle obbligazioni a tasso fisso, ai junk bond, passando per le step-up e down ecco una guida completa alle diverse tipologie di bond.

Indice

  1. Cosa si intende per obbligazioni a tasso fisso?
  2. Cosa si intende per obbligazioni zero coupon?
  3. Cosa sono le obbligazioni step-up o step-down?
  4. Cosa sono le obbligazioni a tasso variabile?
  5. Cosa sono i bond a indicizzazione reale?
  6. Cosa sono i corporate bond?
  7. Cosa si intende con junk bond?
  8. Cosa sono i titoli subordinati?
  9. Che differenza c’è tra un bond di tipo bullet e uno con preammortamento?
  10. Cosa sono le asset backed securitities o ABS?
  11. Cosa sono i bond perpetui?
  12. Cos’è un pronti contro termine?

1. Cosa si intende per obbligazioni a tasso fisso?

Si tratta della tipologia di titoli di  credito più antica, che in origine pagava un tasso d’interesse annuale ai sottoscrittori per tutta la durata del credito, restituendo il capitale alla data di scadenza. Con il passare degli anni la frequenza di pagamento degli interessi non è più solo quella annuale, ma anche semestrale o trimestrale in base alla scelta fatta dell’emittente (cioè del debitore) prima di effettuare l’emissione obbligazionaria. Si parla quindi di “tasso nominale” o “tasso facciale”, o semplicemente di tasso d’interesse, quando questo è riferito alla remunerazione fissa dell’obbligazione espressa su base annua, che nella maggior parte dei casi viene riportata anche nel nome attribuito al titolo.

Si parla invece di “tasso periodale” o “tasso cedolare” quando viene espresso sulla stessa base temporale della cedola che il possessore del bond incasserà periodicamente per tutta la vita del titolo, o comunque per tutto il tempo in cui verrà detenuto. Naturalmente, questi due tassi coincideranno quando la frequenza di stacco della cedola è annuale, mentre differiranno sensibilmente quando la frequenza è semestrale o trimestrale:

Esempio: il Btp 1-nv29 5,25%, cioè il titolo di stato a tasso fisso del 5,25% con scadenza 1.11.2029, ha un tasso cedolare pari alla metà di 5,25% visto che lo stacco cedola avviene con cadenza semestrale (come tutti i Btp), mentre se la cadenza di un altro bond fosse trimestrale il tasso d’interesse facciale (5,25%) andrebbe diviso per quattro. L’importo della cedola sarà poi dato dalla moltiplicazione del tasso cedolare per l’ammontare di valore nominale posseduto.

Le cedole costituiscono una delle due forme di guadagno per l’obbligazionista: l’altra è determinata dalla differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di rimborso (o di vendita sul mercato), se tale differenza è positiva. Quando è negativa si parla invece di perdita in conto prezzo.


2. Cosa si intende per obbligazioni zero coupon?

Sono una categoria di obbligazioni a tasso fisso caratterizzata dall’assenza di cedole e per questo sono chiamati zero coupon (cioè zero cedole). Per contro, vengono emessi con uno sconto rispetto al prezzo di rimborso, remunerando l’investitore tramite la differenza tra il valore che verrà rimborsato a scadenza e il prezzo di emissione (o di acquisto sul mercato secondario).

Esempio: se un Bot con scadenza a 12 mesi venisse emesso a un prezzo di 98,04 centesimi rispetto al rimborso a scadenza di 100, il suo rendimento annuo al lordo delle imposte sarebbe del 2%, infatti: (100-98,04)/98,04 = 2%. Lo stesso vale se 98,04 centesimi fosse il prezzo di acquisto sul mercato.

Se la scadenza fosse inferiore a 12 mesi sarebbe necessario dividere il tasso periodale così ottenuto per la frazione di anno relativa alla durata del Bot per ottenere il rendimento di periodo, dividendolo per esempio per 180 gg./360 gg. quando la durata è semestrale (se il 2% fosse il tasso periodale quello annuale sarebbe pari al 4% in regime di capitalizzazione semplice degli interessi).

Il medesimo calcolo può essere applicato per titoli zero coupon con scadenza superiore a 12 mesi, consci però di sottostimare la misurazione del rendimento effettivo su base annua (in misura tanto maggiore quanto più lunga è la scadenza) poiché in questo caso deve essere applicato il calcolo della capitalizzazione composta degli interessi.

Sia che abbiano o non abbiano cedola, il rendimento effettivo sarà comunque in linea con quello espresso dal mercato per analoga scadenza, valuta ed emittente.

Data la loro natura, le quotazioni degli zero coupon bond cresceranno tendenzialmente nel tempo fino a giungere al prezzo di rimborso (solitamente alla pari, cioè 100) alla data di scadenza. Poiché questo cammino della quotazione di mercato verso il prezzo di rimborso si svolge tra alti e bassi, non è detto che si possa conseguire un guadagno vendendo il titolo sul mercato anziché attendere il rimborso a scadenza, cosa che invece è certa acquistandolo al prezzo di emissione.


3. Cosa sono le obbligazioni step-up o step-down?

Costituiscono un’ulteriore categoria di obbligazioni a tasso fisso, con la particolarità di avere il tasso cedolare crescente (step-up) o decrescente nel tempo (step-down) in modo totalmente predefinito. Analogamente ai titoli a tasso fisso, non c’è quindi alcun elemento di incertezza nella quantificazione delle cedole che verranno staccate nel corso della vita del titolo.

Esempio: la prima emissione del Btp Valore, lanciato nel giugno 2023, prevedeva un tasso d’interesse annuo del 3,25% per i primi due anni di vita del nuovo titolo di stato, che saliva al 4% annuo per i successivi (e ultimi) due anni di vita. Staccando la cedola ogni semestre, questi tassi vanno divisi per due per ottenere il tasso periodale.

Per il resto valgono tutte le considerazioni già fatte sulla tipologia a tasso fisso, con l’aggiunta di una specifica osservazione: in caso di step-down bond, l’investitore non deve essere tentato di vendere l’obbligazione dopo i primi stacchi cedola solo per il fatto che siano i più consistenti, poiché il mercato calcola in ogni istante il rendimento a scadenza del titolo in base alle cedole residue, adeguando come sempre la quotazione corrente del bond (che assieme al prezzo di rimborso è l’altra componente del rendimento) quando varia il rendimento espresso dal mercato per analoga scadenza, valuta ed emittente.


4. Cosa sono le obbligazioni a tasso variabile?

Rappresentano una tipologia obbligazionaria diametralmente opposta a quella a tasso fisso: tutte le cedole, eccetto la prima, sono infatti incerte in termini di tasso d’interesse, essendo legate (in gergo “indicizzate”) al valore assunto pro-tempore del parametro di riferimento e rilevato un certo numero di giorni prima dello stacco della cedola in corso dando avvio al successivo periodo cedolare.

Normalmente il parametro di riferimento è un tasso di mercato riferito alla stessa lunghezza temporale del periodo cedolare, cioè al massimo di 12 mesi, e in questo caso l’obbligazione a tasso variabile viene definita “plain vanilla” per sintetizzare tale normalità di indicizzazione, che prevede anche una determinata maggiorazione del tasso mutuato dal parametro di riferimento. Nell’Eurozona, quest’ultimo corrisponde molto spesso al tasso Euribor.

Esempio: il Cct-eu Tv Eur6m+1,85% Ge25 Eur (nel nome sintetico di mercato del titolo di stato a tasso variabile figura il parametro d’indicizzazione, la maggiorazione dell’1,85% su base annua e la scadenza gennaio 2025, cioè le principali info anagrafiche del titolo) staccherà una cedola semestrale lorda del 2,5% se l’Euribor a 6 mesi fosse pari al 3,15% nella data di rilevazione e se il semestre in avvio fosse costituito da 180 giorni; infatti: (3,15% + 1,85%) x (180 gg. / 360 gg.) = 3,15%.

Poiché le cedole si adattano automaticamente ai tassi (rendimenti) di mercato, anche se questi sono di più breve termine rispetto alla scadenza dell’obbligazione, il valore di mercato espresso nella quotazione corrente dei titoli a tasso variabile tenderà a muoversi nel tempo, verso l’alto o verso il basso rispetto al prezzo di rimborso (solitamente alla pari, cioè 100), in misura sensibilmente inferiore rispetto a obbligazioni a tasso fisso di analoga scadenza, valuta ed emittente. Salvo il caso in cui cambi il rating di quest’ultimo, o ci siano aspettative in questo senso.


5. Cosa sono i bond a indicizzazione reale?

Sono una categoria di obbligazioni a tasso variabile, di tipo non “plain vanilla” perché il parametro di indicizzazione delle cedole è dato all’inflazione dei prezzi al consumo anziché da un tasso d’interesse di mercato (come l’Euribor per l’Eurozona, ad esempio). Quasi sempre, in ogni emissione viene comunque stabilito il tasso il tasso cedolare minimo, per evitare anche che possa essere negativo come invece accadrebbe in occasione di una variazione negativa dell’indice dei prezzi al consumo. Inoltre, nella stragrande maggioranza dei casi anche il rimborso del capitale (cioè il valore nominale detenuto dall’investitore) è indicizzato all’inflazione, rivalutandosi nel tempo (fino a scadenza) in base a quest’ultima.

Esempio: il Tesoro italiano emette regolarmente Btp€i, che sono titoli di stato indicizzati alla variazione dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo dell’Eurozona (indice Iapc o Hicp), con l’esclusione del tabacco, rilevata mensilmente da Eurostat e utilizzata come parametro di indicizzazione della cedola successiva a quella del periodo cedolare in corso. Il Tesoro, inoltre, emette secondo esigenze di finanziamento i Btp Italia, ovvero titoli di stato indicizzati alla variazione dell’indice dei prezzi al consumo in Italia (indice Foi), sempre con l’esclusione del tabacco, rilevata mensilmente da Istat e utilizzata come parametro di indicizzazione della cedola successiva a quella del periodo cedolare in corso. Per entrambi i titoli esiste un valore minimo della cedola e in entrambi i casi è indicizzato anche il valore di rimborso.

Tutti i principali Paesi emettono titoli di stato a indicizzazione reale (in Francia, per esempio, hanno l’acronimo OATi, negli Usa TIPS). Anche perché, tracciando un grafico che sull’asse orizzontale riporti le varie scadenze quotate (di pari valuta e parametro di indicizzazione) e su quello verticale il rendimento effettivo a scadenza di ognuna, è possibile tracciare una curva dell’inflazione “implicita” che indica le aspettative del mercato per i mesi e gli anni a venire. Un’informazione utilissima per gli operatori governativi e per quelli istituzionali.


6. Cosa sono i corporate bond?

Finora si sono presi ad esempio titoli di stato (italiani, nello specifico), ma oltre ai singoli stati esistono altre due grandi tipologie di emittenti obbligazionari: gli enti sovranazionali (per esempio la Banca europei per gli investimenti, sintetizzata dall’acronimo “Bei” o in inglese “Eib”, oppure la Banca mondiale per la ricostruzione e lo sviluppo, in inglese “Ibrd”, e più recentemente l’Efsf che è il fondo di salvataggio per i Paesi dell’Eurozona); e gli emittenti privati, cioè le società e dunque le imprese, ovvero gli emittenti di “corporate bond”.

Si tratta quindi di una tipologia di emittente, più che di una tipologia di obbligazioni in senso stretto, dove quest’ultima è riferita alla modalità di remunerazione del credito e di restituzione del capitale agli investitori. Tuttavia, si tende a sottolineare il carattere imprenditoriale dell’emittente perché a questo è spesso associata una rischiosità più alta delle obbligazioni rispetto a quella dei titoli di stato in cui risiede l’impresa emittente ed è ancora più spesso superiore alla rischiosità degli emittenti sovranazionali, che godono sempre del massimo rating creditizio.

La stragrande maggioranza dei corporate bond sono emessi dalle banche, seguite molto a distanza dalle utility (attive nei servizi di pubblica utilità come luce, acqua e gas, fisiologicamente supportate da un’ampia dose di debito vista la solidità dei ricavi), dalle compagnie petrolifere e infine dai settori tlc e automotive. Anche aziende di qualsiasi altro settore economico ricorrono a prestiti obbligazionari, ma in numero più ristretto.


7. Cosa si intende con junk bond?

Il termine anglosassone non fa riferimento alla tipologia di remunerazione del titolo, bensì al suo standing creditizio: i Junk bond, letteralmente titoli spazzatura, sono obbligazioni che vengono emesse da società che hanno un basso merito di credito riconosciuto dal mercato. Originariamente, nel corso degli anni ‘80, il finanziere americano Michael Milken favorì lo sviluppo di un mercato di titoli obbligazionari anche per emittenti che fino ad allora erano rimasti esclusi (vista la loro scarsa qualità) dal mercato obbligazionario tradizionale.

In senso lato possono essere definiti junk bond tutti i titoli che non hanno la caratteristica di “investment grade”, cioè quelli che hanno un rating inferiore a BBB, anche se queste obbligazioni sarebbero meglio definite con l'espressione “high yield”, cioè titoli che, a parità di scadenza, offrono un rendimento più alto rispetto alle obbligazioni investment grade. La famiglia dei junk bond, invece, comprende più propriamente emissioni con rischio di credito ancora più elevato (“very high yield”), in cui la situazione finanziaria dell'emittente è pesantemente compromessa. Titoli di questo genere possono offrire rendimenti notevolmente superiori ai rendimenti di mercato di analoga scadenza.


8. Cosa sono i titoli subordinati?

Anche in questo caso non si tratta propriamente di una tipologia di remunerazione dei bond, bensì del suo grado di seniority: un’obbligazione subordinata è un titolo obbligazionario che, in caso di default dell'emittente, viene rimborsato solo dopo che sono stati rimborsati gli altri debiti non subordinati dell'emittente.

Vengono solitamente emessi da banche, visto che il ricavato dell'emissione di titoli subordinati può essere utilizzato per soddisfare le esigenze imposte dai ratio patrimoniali. Esistono diversi tipi di titoli subordinati che si distinguono per l'ordine di precedenza nel rimborso in caso di dissesto finanziario dell'emittente. Sono ugualmente subordinati anche altri titoli definiti come "strumenti ibridi di patrimonializzazione": questi prevedono caratteristiche che li avvicinano ancora di più alle azioni.

In linea generale, un titolo subordinato espone l'investitore a un rischio di credito superiore rispetto alle obbligazioni ordinarie, che si aggiunge al rischio di credito in capo all’emittente misurato dai rating: il primo è riferito alla specifica emissione subordinata, il secondo alla società che la emette. Quindi i titoli subordinati di un emittente devono offrire un rendimento superiore rispetto al cosiddetto "senior debt", cioè rispetto alle obbligazioni ordinarie dello stesso emittente.


9. Che differenza c’è tra un bond di tipo bullet e uno con preammortamento?

Un’importante peculiarità di carattere generale nell’ambito delle obbligazioni, che può riguardare qualsiasi tipologia, distingue fra titoli di tipo bullet e titoli con ammortamento.

Nel primo caso il rimborso del capitale avviene in una soluzione unica a scadenza, non soggetta a possibilità di rimborso progressivo durante la vita del titolo: le obbligazioni di tipo bullet, come accade nella gran parte delle emissioni, hanno quindi un piano di rimborso senza ammortamento.

Al contrario, un bond con preammortamento prevede un piano di rimborso progressivo del capitale inizialmente investito: un’obbligazione di quest’ultimo tipo, per esempio, può prevedere un rimborso del 20% del capitale ogni anno sino alla scadenza dell’obbligazione, che coincide con l’esaurimento del capitale rimborsato. In questo caso anche il valore nominale si ridurrà ogni volta in proporzione.


10. Cosa sono le asset backed securitities o ABS?

Sono titoli che derivano da un processo di securitization (cartolarizzazione) dei prestiti attuato dagli intermediari finanziari: la securitization consiste nella trasformazione di attività finanziarie non negoziabili in valori mobiliari negoziabili.

L’intermediario che esegue questa operazione emette le asset­backed securities per conto di una società che ne assicura il pagamento attraverso la liquidità derivante dall'incasso dei crediti.

Si distinguono dagli altri strumenti finanziari, poiché il loro rendimento deriva da quello delle attività o dei beni cartolarizzati a fronte dei quali sono stati emessi.

Si distinguono diverse categorie di Abs a seconda della attività finanziaria che è alla base dell'operazione di securitization:

  • Mortage back securities (Mbo) riguardano la cartolarizzazione di mutui ipotecari, la cui caduta del valore accese la pesante crisi finanziaria, e poi economica, del 2008-2009, tant’è che fu chiamata “crisi subprime” intendendo la cartolarizzazione di mutui di bassa qualità del debitore.
  • Collateralized bond obligation (Cbo), riguardanti la cartolarizzazione di obbligazioni fornite come collaterale di operazioni finanziarie, di solito prestiti.
  • Credit loan obligation (Clo), riferiti a cartolarizzazioni di prestiti bancari.
  • Certificates for automobile receveible (Car), relativi a cartolarizzazioni di prestiti auto.

11. Cosa sono i bond perpetui?

Le obbligazioni perpetue, che possono essere a tasso fisso o variabile, sono titoli che non hanno scadenza e quindi il capitale non viene mai rimborsato, in linea teorica. Il possessore riceve in cambio rendimenti sensibilmente più alti rispetto a quelli offerti dal mercato. In molti casi l'emittente richiama prima o poi il bond, rimborsandolo ai detentori nel rispetto delle clausole contrattuale esposte nel prospetto informativo che accompagna l’emissione. Il prezzo delle obbligazioni perpetue è molto volatile, quasi al pari di un titolo azionario, estremizzando l’aspetto speculativo dell’obbligazione.

La prassi vuole che per calcolare la duration (e quindi il rischio tassi) di un’obbligazione di tipo perpetuo si adotti la formula (1 + r)/r, dove “r” è la cedola annua dell’obbligazione.

Se un bond perpetuo avesse una cedola annua del 7%, la relativa duration sarebbe quindi pari a 15,28 anni. Il calcolo del rendimento effettivo è invece di gran lunga più complesso e comunque incerto (si potrebbe ipotizzare una scadenza a trent’anni, visto che la duration è molto vicina a un bond trentennale), perciò si preferisce spesso guardare unicamente al tasso offerto dalla cedola in corso.


12. Cos’è un pronti contro termine?

Il pronti contro termine è un'operazione di investimento di breve durata che si concretizza attraverso l'acquisto e la contestuale rivendita a termine a condizioni predefinite di un determinato importo di titoli obbligazionari.

Nell'operazione di Pct ci sono quindi due parti in gioco: l'investitore e l'intermediario finanziario. L'investitore investe fondi per un periodo breve, e l'intermediario ottiene in tal modo fondi per finanziare temporaneamente il proprio portafoglio titoli. Si possono stipulare operazioni di Pct per importi anche contenuti (5.000 euro) e per durate che solitamente sono 1, 2 , 3, e 6 mesi.

In genere, il rendimento netto di una operazione di Pct è in linea con i tassi di mercato monetario di pari durata, ridotti di un margine che costituisce la remunerazione dell'intermediario. Il pronti contro termine è una operazione di investimento a breve termine efficiente, ma non offre all'investitore la flessibilità dello smobilizzo prima della scadenza.

Esempio: supponiamo di voler investire 50 mila euro per una durata di l mese. L’intermediario ci propone un'operazione di pronti contro termine basata su un determinato Btp caratterizzato da un tasso nominale del 4,5%. Il Btp in questione ha un prezzo pari a 102,84. L’operazione consiste nell'acquisto di un capitale nominale di 47.000 euro (per un controvalore di 49,134.70 euro, dato che il prezzo tel quel è 104,54192) e contemporaneamente rivendiamo gli stessi titoli all'intermediario per valuta 29 gg. successivi al prezzo secco di 102,7955, che è equivalente a un prezzo tel quel di 104,9157. L’operazione genera due flussi di cassa per l’investitore: il primo flusso in uscita è pari a 49.134,7 euro, mentre il secondo flusso in entrata 29 gg. dopo è pari a 49.310,37 euro (47.000 * 104,9157/100). Il rendimento netto di un pronti contro termine è dato dal rapporto tra il controvalore incassato a scadenza (CF) e quello investito a pronti (Ci). Tale valore va poi annualizzato tramite il rapporto 365/29, restituendo nell’esempio un rendimento del 4,5%. Più in generale.

Rendimento Pct = (CF/Cl - l ) x 365/n

(riproduzione riservata)



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