I derivati cartolarizzati sono prodotti più o meno complessi, che negli ultimi anni hanno registrato una forte espansione anche sul mercato domestico, allargando in modo consistente la disponibilità di strumenti operativi per gli investitori retail. Il termine “derivati cartolarizzati” identifica la trasposizione di una strategia finanziaria complessa all’interno di un singolo prodotto negoziabile: all’interno di questa categoria confluiscono una serie di prodotti anche molto diversi tra loro, che permettono di sviluppare strategie speculative o d’investimento evolute, negoziando però un unico strumento sintetico, che incorpora al suo interno l’intero schema operativo.
Fanno parte di questa categoria i covered warrant, i certificati d’investimento, i certificati a leva e alcuni strumenti strutturati/esotici, che possono essere negoziati direttamente su Borsa italiana (SeDeX o Cert-X) o anche su piattaforme private quali per esempio Spectrum Markets. Come detto, l’offerta è molto variegata e spazia da prodotti fortemente speculativi, adatti quasi solo all’operatività di brevissimo termine (trading o scalping), fino a prodotti molto conservativi, assimilabili in termini di rischio addirittura alle classiche obbligazioni.
In virtù di quanto appena descritto, non esiste un’unica tipologia d’investitore a cui questi strumenti sono destinati, ma piuttosto si può sostenere che all’interno dell’ampia classe dei derivati cartolarizzati ogni investitore possa trovare qualcosa di adatto al proprio profilo di rendimento/rischio, ferma restando la necessità di una piena comprensione dei prodotti, per comprenderne a fondo sia i pregi ma anche i difetti.
I covered warrant (cw) sono prodotti con un appeal prevalentemente speculativo, che conferiscono al portatore il diritto, ma non l’obbligo, di comprare (call warrant) o vendere (put warrant) una determinata quantità di un’attività finanziaria (il sottostante), a un prezzo prefissato (strike price). Concretamente, acquistando un cw call si assume una posizione rialzista sul sottostante, mentre acquistando un put si scommette su una sua tendenza ribassista. Il prezzo di un covered warrant è composto da un cosiddetto “valore intrinseco” e da un cosiddetto “valore temporale”. Il primo rappresenta la differenza tra la quotazione corrente del sottostante e lo strike del prodotto nel caso dei covered warrant di tipo call, tra lo strike e lo spot price nel caso dei put.
Strettamente legato alla definizione di valore intrinseco è il concetto di “moneyness”, declinato in tre diverse varianti:
Il valore temporale di un covered warrant sconta invece la probabilità che alla scadenza il prodotto sia «in the money». Un cw sarà sempre negoziato a un prezzo almeno pari al suo valore intrinseco e, nel caso in cui, all’atto della negoziazione, quest’ultimo risulti nullo (out of the money), il prezzo dell’opzione sarà interamente composto dal suo valore temporale.
Un cw di tipo call consente di assumere una posizione rialzista sul sottostante, mentre con cv di tipo put si acquisisce un’esposizione ribassista. L’andamento del prezzo del sottostante non è però l’unico fattore che influenza il prezzo di un covered warrant. Il “valore temporale” dipende infatti innanzitutto dalla vita residua del prodotto: quanto più la scadenza sarà lontana, tanto più il valore temporale del cw sarà elevato. Ciò implica che il solo passare del tempo comporti una progressiva svalutazione dello strumento (time decay).
L’altro fattore principale che influenza l’andamento del prezzo di un covered warrant è la cosiddetta “volatilità implicita”, che rappresenta il vero “costo” di un cw: di fatto incorpora una stima della velocità di movimento del sottostante e quindi la sua rischiosità. Quanto più alta sarà la volatilità implicita, tanto maggiore sarà il valore di un covered warrant. Storicamente si può verificare come tale parametro tenda ad aumentare nelle fasi di nervosismo, che tipicamente si verificano quando lo scenario di mercato è negativo, mentre tende a diminuire quando gli operatori sono più “rilassati”, cosa che si verifica per lo più quando il mercato sale. In base alle caratteristiche del covered warrant, può accadere che la volatilità implicita abbia un’incidenza sul valore temporale dello strumento maggiore di quanto non ne abbia il prezzo del sottostante sul valore intrinseco, determinando un risultato complessivo in apparenza contraddittorio rispetto alle aspettative: per esempio, un cw call potrebbe anche apprezzarsi con un mercato ribassista, se l’aumento di volatilità compensasse la perdita legata alla svalutazione del sottostante.
Altri fattori minori che influenzano il prezzo di un cw sono infine i tassi d’interesse e il rendimento atteso dell’attività sottostante (dividendi o cedole).
I certificati con leva sono prodotti speculativi ma, rispetto ai covered warrant, hanno una relazione col sottostante più intuitiva e lineare. Si dividono in certificati a leva dinamica e a leva costante.
Nella doppia variante Turbo e Mini Future, i primi sintetizzano l’acquisto (Long) o la vendita (Short) di un future su un determinato sottostante, offrendo così una partecipazione con leva all’andamento dello stesso, o al rialzo o al ribasso, con l’aggiunta di un meccanismo automatico di stop loss, che fa estinguere lo strumento al raggiungimento di una soglia prefissata. Sono prodotti che impongono un’elevata dose di rischio e nei quali la leva, che è dinamica in funzione all’andamento del sottostante, può raggiungere livelli molto elevati (anche superiori a 25).
I certificati a Leva Fissa consentono invece di moltiplicare per un coefficiente prefissato la performance giornaliera di un determinato asset. Attualmente la leva massima è pari a 7, sia nella versione Long sia in quella Short. Sono però soggetti al cosiddetto «effetto compounding» in ragione del quale il legame tra certificato e sottostante non rimane costante nell’arco di più sedute consecutive. La leva fissa viene infatti garantita solo all’interno di ogni singola seduta presa individualmente, mentre su orizzonti temporali più lunghi si crea un effetto distorsivo spesso non prevedibile. Anche questi strumenti impongono l’assunzione di un’elevata dose di rischio.
I certificati di investimento rappresentano la gamma più conservativa dei derivati cartolarizzati e comprendono un’ampia varietà di soluzioni operative, caratterizzate da vari livelli di rischio, mai superiori però a quelli di un tradizionale investimento in azioni. Si dividono in tre categorie:
L’offerta attualmente disponibile sul mercato italiano è molto ampia e comprende sia certificati a partecipazione diretta, che replicano cioè l’andamento del sottostante, eventualmente entro certi limiti prefissati e in ragione di un fattore di partecipazione anch’esso predeterminato, sia certificati a rendimento cedolare, che prospettano cioè il pagamento di una serie di importi periodici, vincolati o meno allo scenario di mercato. Esistono poi varianti che premiano una logica rialzista e altre che valorizzano invece scenari negativi o addirittura misti. Ognuna delle categorie descritte può inoltre vantare un’opzione di esercizio o di richiamo anticipato, che riduce la durata dell’investimento in ragione di un determinato scenario di mercato o di una decisione unilaterale dell’emittente, comunque senza alcuna penalizzazione per l’investitore.
Un’opzione è un contratto (derivato) che conferisce all’investitore il diritto, ma non l’obbligo, di comprare (opzione di acquisto-call) o di vendere (opzione di vendita-put) una certa attività finanziaria ad un determinato prezzo (detto prezzo strike o base) entro una certa data (la data di scadenza).
Le opzioni, quindi, possono essere di due tipi: call o put.
L’acquisto di un’opzione call su Mediobanca, ad esempio, attribuisce il diritto di comprare una certa quantità di titoli Mediobanca, ad un certo prezzo e entro una determinata scadenza. Per acquisire questo diritto il compratore paga un premio (che viene incassato dal venditore) costituito dal prezzo dell’opzione. In pratica:
La differenza tra il prezzo del sottostante e il prezzo di esercizio (strike) determina se l’opzione è “In The Money”, “At the Money” o Out of the Money”. In particolare per le opzioni call:
I due elementi che costituiscono il prezzo di un’opzione (premio) sono: il valore intrinseco e il valore temporale. Quindi:
valore dell’opzione (premio) = valore intrinseco + valore temporale
Quando la differenza è minore o uguale a 0 l’opzione non ha alcun valore intrinseco. Questo significa che:
Il valore temporale dipende invece da due elementi:
I prezzi delle opzioni vengono poi influenzati da cinque fattori ognuno dei quali viene richiamato con una lettera dell’alfabeto greco:
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I future sono strumenti derivati, quotati sui mercati finanziari più importanti del mondo (Eurex, Cme, Cbot, Euronext Liffe, Idem), il cui prezzo dipende dall'andamento dell’attività sottostante ("underlying asset") a cui sono collegati. Le attività sottostanti possono avere natura finanziaria (azioni, indici azionari, cambi, tassi di interesse) o reale (tipicamente le materie prime).
Sul mercato Eurex, ad esempio, sono quotati il Dax future (future sull’indice azionario Dax tedesco); l’Eurostoxx50 future (future sull’indice azionario Eurostoxx50, che contiene le 50 società a maggiore capitalizzazione europee); il Bund future (future sull’obbligazionario tedesco a scadenza decennale).
Sul Cme sono invece quotati il Dow Jones, l’S&P500 e il Nasdaq 100 Future (ossia i future legati ai tre indici azionari più importanti di Wall Street); il future sul cambio Euro/dollaro; il future sul petrolio (Crude Oil future) e altre materie prime (ad esempio il gas naturale, il rame ecc…). Sul Cbot sono invece trattati i future su oro e argento (Gold e Silver future) mentre il Ftse Mib future (legato all’indice azionario Ftse Mib) è quotato sull’IDEM.
I contratti future sono contratti standardizzati, quotati in tempo reale sui diversi mercati finanziari, che hanno come oggetto l'acquisto (o la vendita) di una determinata attività finanziaria, ad una certa data futura (la scadenza del future) e contro il pagamento di un prezzo. Essendo quotati in tempo reale possono essere acquistati e venduti in ogni momento nel corso della giornata (in base agli orari di apertura del mercato) e spesso vengono utilizzati, oltre che per operazioni di hedging (copertura), per finalità speculative (intraday trading). Chi acquista il future è rialzista e assume quindi una posizione long (guadagnerà se i prezzi del future saliranno), chi lo vende è invece ribassista e assume una posizione short (guadagnerà se i prezzi del future saliranno).
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La caratteristica più importante di un contratto future è il suo “effetto leva”: tramite il suo utilizzo, infatti, è possibile amplificare i rendimenti che si potrebbero ottenere investendo direttamente nell’attività sottostante. Ciò dipende dal fatto che l'investimento in future prevede di impiegare soltanto una frazione del controvalore totale della posizione.
Per poter operare sui future i broker richiedono il versamento di un margine di garanzia, detto margine iniziale (che corrisponde mediamente al 10% del controvalore del contratto). Ipotizziamo, ad esempio, di acquistare un future che quota 20.000 punti e dove ogni punto vale 5 euro (il valore di un punto è definito dal contratto e cambia da future a future). Il margine iniziale da versare sarà di 10.000 euro (20.000 x 5 euro x 10%), a fronte di un valore reale del contratto pari a 100.000 euro (20.000 x 5 euro).
In questo modo si utilizza l’effetto leva (definito come rapporto tra il valore della posizione aperte ed il capitale investito) che consente di amplificare i risultati delle operazioni.
Ipotizziamo di acquistare un Mini Ftse Mib future (un contratto che vale 1/5 del contratto principale visto che il valore di un punto è di 1euro mentre il valore di un punto del contratto principale è 5 euro) a 20.500 punti. La dimensione del contratto è quindi di 20.500 euro (20.500 * 1 euro), con il margine iniziale, ad esempio del 10%, di 2.050 euro (20.500*10%).
Se nel corso della giornata (o a fine giornata) il valore del future sale a 20.740 punti (+1% circa rispetto al valore di carico), la posizione è in utile di 240 euro (240*1 euro).
L’investitore ha in questo modo ottenuto un rendimento dell’11,70% (calcolato come rapporto tra l’utile e il capitale versato ossia di 240/2.050), a fronte di una variazione dell’1% da parte del mercato ((20.740 - 20.500) / 20.500)).
La leva finanziaria (leverage) è uno strumento che permette ad un investitore di poter acquistare o vendere una certa attività finanziaria (ad esempio delle azioni) per un importo superiore al capitale a disposizione. L’utilizzo della leva consente quindi di incrementare il rendimento ottenibile da un investimento finanziario in quanto il capitale su cui si calcoleranno i guadagni (ma anche le perdite) sarà maggiore di quello che si possiede.
Ipotizziamo, ad esempio, di avere un capitale disponibile di 10.000€ e di volerli usare per acquistare il titolo Mediobanca. Se il broker con il quale si opera offre una leva di 1:5 si dovranno impiegare soltanto 2.000€. La leva può essere calcolata come rapporto tra il controvalore della posizione e il denaro utilizzato (in questo esempio 10.000/2.000€). Se dopo l’acquisto il titolo sale, ad esempio, del 5% l’investitore ottiene un utile di 500 euro (10.000*5/100) che, rapportato al denaro impiegato (2.000€) corrisponde ad un guadagno del 25%.
I CFD (Contract for Difference) sono degli strumenti finanziari che replicano l’andamento di un’attività finanziaria (indici, azioni, valute, materie prime ecc..) che consentono di utilizzare la leva finanziaria. Il CFD broker consente infatti di operare tramite il versamento di un margine che corrisponde ad una porzione del capitale necessario per effettuare l’investimento. Il margine inizialmente richiesto viene detto margine di garanzia ed è calcolato in base a diversi parametri di rischio tra cui la liquidità e la volatilità dell’attività finanziaria sottostante. Più lo strumento è rischioso, più alto sarà il margine richiesto; meno rischioso è lo strumento, più basso sarà il deposito iniziale necessario per aprire la posizione.
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