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Il sistema finanziario: tra mercati e fasi del ciclo economico

16 ottobre 2023, 10:30 Ultimo aggiornamento: 20 ottobre 2023, 12:55

Che cos’è il sistema finanziario e come si muovono i mercati  e l’economia. 13 domande e risposte per capire in che sistema si muove chi investe | Scarica il PDF

Indice

  1. Come si intende con il termine “sistema finanziario”?
  2. In quali fasi cicliche si può trovare l’economia?
  3. Come si comportano le attività finanziarie nelle varie fasi del ciclo economico?
  4. Cosa segnala la curva dei tassi di interesse?
  5. Cosa muove i mercati finanziari?
  6. Quali sono i cicli economici più importanti?
  7. Come si può monitorare l’attività degli investitori istituzionali?
  8. Cosa si intende quando si parla di risk on e risk off?
  9. Cosa esprime il rapporto rischio-rendimento?
  10. Quali sono i settori presenti all’interno del mercato azionario?
  11. Quali sono le differenze tra titoli Value e titoli Growth?
  12. I mercati finanziari sono efficienti?
  13. Perché i dati macro sono così importanti?

1. Come si intende con il termine “sistema finanziario”?

Un sistema finanziario può essere definito come “quell’insieme di strumenti, di mercati e di istituzioni attraverso i quali si realizza la movimentazione monetaria e il trasferimento del rischio tra i vari soggetti economici”. Mentre il sistema economico è il mercato sul quale si scambiano beni, servizi e forza-lavoro, il sistema finanziario è il mercato sul quale avviene il trasferimento della moneta e degli altri mezzi di pagamento.
Una delle sue funzioni più importanti è quella di consentire il trasferimento di flussi monetari dalle unità in surplus, che dispongono quindi di denaro in eccedenza rispetto alle loro esigenze, alle unità in deficit, che hanno invece bisogno di quel denaro per poter effettuare i loro investimenti. Tali trasferimenti si realizzano tramite la stipulazione di contratti finanziari o tramite la compravendita di attività finanziarie.

In pratica: i risparmiatori sono alla ricerca di opportunità e di strumenti che gli possano consentire di investire i loro risparmi e di ottenere un guadagno. Gli stati e le imprese, al contrario, hanno la necessità di raccogliere delle risorse finanziarie per poter effettuare i loro investimenti. I mercati finanziari sono il luogo dove queste due esigenze si incontrano e dove sono quotati i diversi strumenti finanziari che consentono di trasferire queste risorse.
Gli elementi fondamentali di un sistema finanziario sono sostanzialmente tre:

  1. gli strumenti finanziari, ossia i contratti che hanno per oggetto i diritti e le prestazioni di natura finanziaria (azioni, obbligazioni, future, opzioni ecc…); 
  2. i mercati finanziari, sui quali avviene la negoziazione degli strumenti finanziari, possono essere suddivisi;
  3. gli intermediari finanziari, che svolgono essenzialmente un’attività di intermediazione finanziaria.

2. In quali fasi cicliche si può trovare l’economia?

L’economia, essendo per sua natura essenzialmente instabile, non si trova quasi mai in una situazione di equilibrio: o si trova in una fase di crescita o in una fase di contrazione. Questo fa sì che anche i mercati finanziari siano in continua fluttuazione.

L’alternanza tra le fasi di espansione e quelle di contrazione economica influenza infatti in modo consistente l’andamento dei mercati finanziari.

Per questo motivo è molto importante:

  • avere uno schema generale di riferimento all’interno del quale si possono individuare le relazioni esistenti fra il ciclo economico e i diversi mercati finanziari;
  • conoscere quali sono i fattori che condizionano le scelte operative dei vari operatori di mercato.

In generale:

  • un’attività economica in espansione è solitamente favorevole ai mercati azionari, con i prezzi delle azioni che salgono sostenute da un miglioramento (o dalle attese di miglioramento) degli utili aziendali;
  • un’economia debole favorisce invece i prezzi delle obbligazioni sia per l’assenza di pressioni inflazionistiche sia per uno spostamento di flussi finanziari verso le attività finanziarie considerate più sicure;
  • un’economa in fase inflazionistica alimenta molto spesso una salita del prezzo delle materie prime e provoca una discesa del prezzo delle obbligazioni.

Volendo sintetizzare il tutto da un punto di vista grafico l’economia si può trovare in una di queste quattro situazioni:

  1. fase 1 di contrazione (che può diventare recessione);
  2. fase 2 di ripresa;
  3. fase 3 di crescita/espansione (con possibile surriscaldamento);
  4. fase 4 di rallentamento.

Il sistema finanziario: tra mercati e fasi del ciclo economico


3. Come si comportano le attività finanziarie nelle varie fasi del ciclo economico?

Per ognuna delle quattro fasi macroeconomiche è possibile individuare un’attività finanziaria (asset class) che tende a sovraperformare le altre attività. In particolare:

  • nella fase 1 vanno privilegiate le obbligazioni (bond);
  • nella fase 2 le azioni (stock);
  • nella fase 3 le materie prime (commodities);
  • nella fase 4 la liquidità (cash).

Fase di contrazione: le obbligazioni

Nella fase 1 l’economia è in fase di contrazione e ciò impatta negativamente sui risultati delle società. Il mercato azionario è solitamente ribassista, le materie prime industriali sono in discesa e gli investitori si spostano verso il mercato obbligazionario le cui quotazioni salgono sia per gli acquisti alimentati dal fly-to-quality (per la relazione inversa che lega i rendimenti ai prezzi dei bond) sia per le politiche monetarie di tipo espansivo (ad esempio il Qe) messe in atto dalle banche centrali. La discesa dei prezzi delle materie prime contribuisce tuttavia a diminuire le pressioni inflazionistiche: le banche centrali possono pertanto intervenire per ridurre i tassi di intesse al fine di favorire una ripresa. A beneficiare di questa situazione sono le aziende che forniscono prodotti per i consumi di base (alimentari), servizi per la cura della persona (healthcare), telecomunicazioni (tlc) e servizi di pubblica utilità (utilities). Gli alti livelli di dividend yield offerti da questi settori, in un periodo di bassi tassi di interesse, li rendono attraenti agli occhi degli investitori.

Fase di ripresa: le azioni

Nella fase 2 si assiste ad una ripresa economica, alimentata sia da una salita dei consumi sia da un incremento della produzione e degli investimenti. Il comparto tecnologico e quello industriale ne traggono beneficio e sostengono la ripresa del mercato. In questa fase (risk on) i settori più avvantaggiati sono anche quelli più sensibili ai tassi di interesse ossia il comprato bancario, i servizi finanziari, l’immobiliare e l’automobilistico. Le materie prime arrestano nel frattempo la loro discesa e quelle più reattive iniziano a rimbalzare. Il mercato obbligazionario prosegue invece la sua salita in quanto le pressioni inflazionistiche rimangono contenute.

Fase di crescita (espansione): le commodities

Nella fase 3 l’economia prende slancio (da una fase di ripresa di passa ad una di crescita e di espansione). I principali dati macroeconomici registrano un evidente miglioramento della situazione generale. In questa fase i settori leader sono l’energia, i materiali e i prodotti industriali, trainati da un deciso aumento della domanda. Anche il settore della tecnologia continua a registrare buone performance grazie all’aumento degli investimenti per hardware e software da parte delle imprese. Le Banche Centrali, tuttavia, cercano di anticipare un possibile aumento dell’inflazione compiendo delle manovre restrittive (ad esempio aumentando i tassi): ciò impatta in modo negativo sui prezzi delle obbligazioni che iniziano quindi a scendere.

Fase di rallentamento: il cash

Nella fase 4 l’economia raggiunge il suo picco e poi rallenta. I settori più sensibili all’andamento dell’economia, come i materiali e l’energia, rimangono forti in quanto l’espansione di fine ciclo contribuisce a mantenere elevata la domanda. Man mano che l’attività fornisce segnali di rallentamento, tuttavia, gli investitori si spostano verso i settori più difensivi (consumi di base e sanità).

Il sistema finanziario: tra mercati e fasi del ciclo economicoIl sistema finanziario: tra mercati e fasi del ciclo economico


4. Cosa segnala la curva dei tassi di interesse?

I tassi di interesse sono un fattore chiave per poter capire l’andamento economico/finanziario generale. In particolare, è necessario collegare l’andamento dei tassi di breve termine (1 mese, 3 mesi, 6 mesi, 1 anno, 2 anni) con quelli di medio-lungo termine (5, 10, 20, 30 anni). Per fare questo confronto viene utilizzata la curva dei tassi che indica il tasso pagato sulle diverse scadenze dalle obbligazioni che hanno la stessa qualità di credito (tipicamente titoli di debito pubblico).

L'inclinazione della curva esprime quindi le aspettative legate al futuro andamento dei tassi e, dunque, dell'economia. Per questo motivo occorre prestare molta attenzione ai cambiamenti che si verificano lungo la curva dei tassi, in particolare sulla differenza tra il rendimento della parte a lungo della curva (scadenze sopra i 10 anni) ed il rendimento della parte a breve (scadenze fino a 2 anni). Negli Stati Uniti, ad esempio, si utilizza il Term Spread che esprime la differenza (lo spread) tra i rendimenti del T-Note a 2 e 10 anni. Per alcuni analisti, tuttavia, lo spread tra i titoli a 3 mesi e quelli a 10 anni consente di anticipare con maggiore precisione l’attivo di potenziali recessioni rispetto allo spread tra i titoli biennali e quelli decennali.
La curva dei tassi può assumere sostanzialmente tre configurazioni:

  1. Curva normale: è la tipica situazione in cui la curva presenta un'inclinazione positiva che mostra un graduale aumento dei tassi d'interesse con il prolungamento della scadenza (fino ad un progressivo appiattimento per durate molto lunghe). Le obbligazioni con scadenze di breve termine offrono, di regola, rendimenti più bassi rispetto alle obbligazioni con scadenza più lunghe, perché il rischio associato è inferiore. Più aumenta l’orizzonte temporale, infatti, più aumenta l’incertezza e quindi il rischio associato. Il maggiore rischio è associato ad un aumento della volatilità oltre che il pericolo di un possibile aumento dell’inflazione o di un default.
  2. Curva piatta: una curva piatta dei rendimenti evidenzia che sulle varie scadenze viene offerto sostanzialmente lo stesso tasso di interesse. È la situazione che si verifica quando l'economia è in una fase di transizione da un periodo di crescita a un periodo di rallentamento e viceversa
  3. Curva invertita: si ha una curva invertita quando le obbligazioni con una scadenza a breve termine offrono un rendimento più elevato rispetto alle obbligazioni con scadenze di medio-lungo termine. E’ la situazione che si verifica quando ci sono forti tensioni finanziarie e quando il mercato sconta l’arrivo di una recessione economica. Generalmente la banca centrale alza i tassi per raffreddare le spinte inflazionistiche dopo un periodo di espansione economica. Con tassi di interesse più alti, prendere denaro a prestito diventa più oneroso e l’attività economica rallenta (gli effetti delle politiche monetarie iniziano a farsi sentire solitamente dopo 10/12 mesi). La parte a breve della curva, quindi, si alza, mentre la parte a lunga scende sull’aspettativa di una crescita economica futura più contenuta rispetto a quella attuale. Storicamente l’inversione della curva anticipa l’inizio di una recessione di circa 8-12 mesi.

5. Cosa muove i mercati finanziari?

L’andamento dei mercati finanziari è condizionato da diversi fattori. Ogni giorno, infatti, i prezzi delle varie attività finanziarie si muovono al rialzo o al ribasso in base alla legge della domanda e dell’offerta, con la forza dei compratori (che costituisce la pressione rialzista ossia la forza della domanda) che si contrappone a quella dei venditori (che rappresenta invece la pressione ribassista o la forza dell’offerta). Il risultato di questo scontro genera i movimenti dei prezzi sui diversi mercati finanziari:

  • quando la pressione rialzista è superiore a quella ribassista i prezzi salgono;
  • quando la pressione ribassista è superiore a quella rialzista i prezzi scendono;
  • quando c’è sostanziale equilibrio tra le due forze in campo i prezzi consolidano lateralmente.

I market mover, ossia i fattori che incidono sulla forza della domanda e dell’offerta, possono essere sostanzialmente di tre tipi:

  1. generalisti, che riguardano alcuni fattori macroeconomici che hanno un impatto su tutti i mercati finanziari (ad esempio l’andamento del Pil piuttosto che il tasso di inflazione o il livello dei tassi di interesse);
  2. specifici, che riguardano alcuni fattori legati alle singole asset class (ad esempio i risultati di una singola società piuttosto che l’andamento del raccolto di una singola materia prima);
  3. rari, che riguardano fattori esogeni straordinari o eccezionali (ad esempio una guerra, una pandemia).

Per i trader e gli investitori che operano sui diversi mercati finanziari è importante sapere quali sono i market mover di giornata. La consultazione dei calendari economici assume notevole rilevanza in quanto consente di conoscere quali sono i dati che verranno diffusi, a quale ora verranno rilasciati e quali sono le attese del mercato.


6. Quali sono i cicli economici più importanti?

Il ciclo economico riflette l’alternanza tra le fasi di espansione e di contrazione relative all'attività economica di un determinato Paese, solitamente misurata tramite dal Prodotto Interno Lordo (PIL). Diversi economisti hanno studiato l’andamento di queste fluttuazioni evidenziandone una certa periodicità/ciclicità e individuando alcune caratteristiche ricorrenti.
In relazioni alla durata di questi cicli si possono individuare:

  1. i cicli Kitchin, che durano dai 2 ai 4 anni, spesso condizionati dalle variazioni delle scorte da parte delle imprese (per questo motivo vengono chiamati “inventory cycle”) che, a seconda che debbano ricostituire o smaltire le scorte dei loro prodotti, aumentano o riducono la loro produzione;
  2. i cicli Juglar, che durano dai 4 ai 10 anni, sono influenzati dalle politiche monetarie delle banche centrali, dalla concessione del credito da parte del sistema bancario/finanziario e dal livello dei tassi di interesse. Sono caratterizzati dalla presenza di 3 fasi ben distinte (espansione, contrazione e ripresa);
  3. i cicli lunghi di Kondratief, che durano 50-60 anni e sono chiamati onde K o supercicli. La caratteristica principale di questi cicli di lunga è quella di poter essere divisi in due fasi principali: la prima (ascendente), caratterizzata da un periodo di sviluppo mentre la seconda (discendente) corrisponde a un periodo di depressione. I punti di inversione sono due: il primo, che si verifica alla fine di un periodo di prosperità, riguarda il passaggio da una fase ascendente ad una discendente ed è provocato da una crisi capitalistica o da una guerra; il secondo punto di inversione è invece “positivo” in quanto segnala il passaggio da una fase discendente ad una ascendente e spesso coincide con l’arrivo di nuove invenzioni e di scoperte tecnologiche.

7. Come si può monitorare l’attività degli investitori istituzionali?

Uno strumento che consente di analizzare l’operatività degli investitori istituzionali (ossia dei grossi fondi di investimento che operano sui mercati finanziari) è il Commitment of Traders Report (CoT). Il CoT è un report che fotografa le posizioni aperte sui principali mercati future (indici azionari, obbligazionari, cross valutari, materie prime) da parte delle tre principali categorie di operatori finanziari: i fondi istituzionali d’investimento (chiamati Commercial), i fondo speculativi (Non Commercial o Large Speculators) e il pubblico dei risparmiatori/trader (Non Reportable Positions).
La prima categoria è costituita dalle grosse società di investimento (Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley ecc..) e da società operative di dimensioni internazionali mentre alla seconda categoria appartengono gli hedge fund (ossia i fondi speculativi che, utilizzando la leva finanziaria, cercano di massimizzare la redditività dei capitali a loro disposizione).
Per ogni singola attività finanziaria il Cot riporta le posizioni ancora aperte, sia al rialzo (long) sia al ribasso (short), dalle tre categorie di investitori. Il report, in particolare evidenzia se, nel corso dell’ultima settimana, una certa categoria di operatori ha aumentato o diminuito la propria esposizione al rialzo o al ribasso su una certa attività finanziaria.

Un secondo strumento che consente di monitorare l’attività degli investitori istituzionali è il Form 13-F. Quest’ultimo è un rapporto trimestrale che deve essere presentato dagli investitori istituzionali che hanno almeno $100 milioni di dollari di asset in gestione. Il report rivela quali sono le attività finanziarie (in particolare i titoli azionari) che gli istituzionali hanno acquistato e quelle che invece hanno venduto.


8. Cosa si intende quando si parla di risk on e risk off?

Tra i quattro mercati finanziari di riferimento (azionario, obbligazionario, valutario, materie prime) esistono dei legami ben precisi. I flussi finanziari che ogni giorno entrano ed escono dalle varie attività finanziarie risentono, in particolare, dell’ambiente economico/finanziario generale (la cosiddetta situazione intermarket).
In generale i mercati finanziari si possono trovare in due diverse situazioni:

  • una prima situazione in cui c’è appetito per il rischio (definita Risk on), dove gli investitori, spinti dall’ottimismo e dalla positività, sono alla ricerca di rendimenti elevati. Sui mercati azionari si registra pertanto un aumento della pressione rialzista (con flussi in acquisto, in particolare, sui titoli a maggiore aggressività ossia a Beta elevato) mentre sul mercato dei cambi (Forex) la liquidità si sposta verso le valute che offrono alti tassi di interesse (molto spesso collegate al comportamento delle materie prime). In questa fase, ad esempio, il dollaro neozelandese, il dollaro australiano e quello canadese tendono solitamente ad apprezzarsi. I flussi in acquisto si dirigono anche sulle obbligazioni che offrono cedole elevate (high-yield) mentre vengono abbandonate le attività finanziarie sicure che offrono un basso rendimento (ad esempio i bond di breve termine e il Bund tedesco) o che non lo offrono affatto (ad esempio l’oro). In questa fase si registra solitamente una riduzione dello spread (ossia del differenziale di rendimento) tra le obbligazioni considerate sicure (il Bund) e quelle considerate più rischiose (ad esempio il Btp)
  • una seconda condizione (chiamata di Risk off) è invece caratterizzata dalla presenza di tensioni (economiche, politiche, finanziarie). Durante questa fase si verifica il tipico fenomeno del “flight to quality” ossia uno spostamento della liquidità verso le attività che presentano un basso profilo di rischio (come la liquidità, i bond di breve periodo) o considerati sicuri (come il Bund tedesco). Sui mercati azionari in una fase di risk off si verificano invece delle brusche ondate ribassiste (con capitali in uscita, in particolare, sui titoli più aggressivi) mentre sul Forex gli investitori si spostano verso le valute considerate più sicure (ad esempio il franco svizzero e lo yen). In questa fase spesso si assiste ad un aumento degli spread sul mercato obbligazionario, con i bond più rischiosi (come il Btp) che vengono venduti (con i rendimenti che registrano un deciso incremento) mentre sul mercato delle materie prime l’oro tende a rafforzarsi (considerato un bene rifugio).

Uno degli indicatori che spesso segnala in modo inequivocabile queste situazioni di tensione è il Vix (conosciuto anche come indice della paura o “Fear Index”), ossia il CBOE Volatilty Index, che misura (come media ponderata) la volatilità implicita a breve termine (30 giorni) di una serie di opzioni collegate all’indice S&P500. Il Vix esprime le aspettative future circa i futuri movimenti di prezzo del sottostante: se gli operatori si aspettano maggiore variabilità dei prezzi in futuro (e quindi una maggiore volatilità), aumenta il premio/costo che il compratore di opzioni deve pagare per avere l’opportunità di comprare o di vendere il sottostante in futuro ad un prezzo prestabilito.


9. Cosa esprime il rapporto rischio-rendimento?

I mercati finanziari si muovono in base alla convenienza, valutando e confrontando le varie opportunità di investimento (in termini di rischio e di rendimento): quando viene meno la convenienza a mantenere aperte delle posizioni su un certo mercato (perché, ad esempio, i prezzi raggiunti vengono giudicati eccessivi o perché su altri mercati nascono delle opportunità che sono giudicate più interessanti) gli investitori chiudono le loro posizioni provocando una discesa dei prezzi.

Un investimento è sempre una questione di rischio e di rendimento. La valutazione e la stima del rapporto rischio/rendimento è il concetto primario da cui partire. Una prima regola da non dimenticare è che “dove c’è un rendimento c’è anche un rischio”. In condizioni normali rischio e rendimento sono sostanzialmente proporzionali: se si vuole guadagnare di più si deve essere disposti a rischiare di più; se il rischio aumenta deve aumentare anche l’aspettativa reddituale.

Il comportamento dei vari mercati deve essere sempre valutato in termini relativi, con il costo del denaro che è il punto di partenza per confrontare l’appetibilità delle varie asset class. La differenza (spread) di rendimento esistente tra le varie attività finanziarie (in particolare tra la liquidità, i bond e le azioni) viene chiamata “premio al rischio” (Risk premium) ed è legato sia al rischio (espresso dalla volatilità) sia al rendimento potenziale di ciascuna asset class. Le attività con premi di rischio più bassi offrono un rendimento medio inferiore mentre le attività che hanno una volatilità più elevata e che nel corso del tempo offrono un rendimento medio più elevato (come le azioni), hanno un premio di rischio più elevato. I premi al rischio esistono perché esprimono la “ricompensa” che gli investitori chiedono per investire i loro soldi, assumendosi quindi dei rischi.


10. Quali sono i settori presenti all’interno del mercato azionario?

Il mercato azionario è composto da diversi settori che sono molto diversi tra di loro. Ogni settore produttivo è favorito (ossia fa registrare delle performance migliori rispetto al mercato) in alcune fasi del ciclo economico e sfavorito in altre fasi (ossia tende a sottoperformare il mercato di riferimento) in quanto il suo comportamento è strettamente collegato all’andamento delle principali variabili macroeconomiche (Pil, tasso di inflazione, tassi di interesse ecc…).
Gli 8 settori di riferimento, che spesso vengono utilizzati per costruire delle strategie operative sia per il trading di breve termine sia per l’investimento di medio-lungo termine, sono:

  1. Basic material: sono i materiali di base come l’alluminio, l’acciaio, i prodotti chimici, la carta, l’estrazione mineraria;
  2. Consumer cyclical: sono i consumi ciclici come i casalinghi, l’abbigliamento, l’edilizia residenziale, l’arredamento, l’editoria;
  3. Consumer non cyclical: sono i consumi non ciclici come i prodotti per la cura della persona, la sanità, l’alimentare, la farmaceutica;
  4. Energy: è il settore energetico come l’estrazione petrolifera, la raffinazione e la distribuzione prodotti petroliferi;
  5. Financial: è il comparto finanziario che comprende i servizi finanziari e di investimento, le assicurazioni;
  6. Industrial: è il settore industriale come il trasporto, i materiali per le costruzioni, i containers e il packaging; l’attrezzatura elettrica e industriale;
  7. Technology: è il comparto tecnologico che comprende le comunicazioni, i computer e i semiconduttori, software e hardware, biotecnologia, biomedica);
  8. Utility: comprende i servizi di fornitura di gas, acqua ed elettricità.

11. Quali sono le differenze tra titoli Value e titoli Growth?

Per poter effettuare un’adeguata diversificazione settoriale è necessario conoscere il legame esistenti tra i vari comparti e l’andamento del ciclo economico. Sotto questo punto di vista è possibile individuare due diverse metodologie operative: la prima si fonda sulla ricerca del valore (Value Investing); la seconda sulla ricerca della crescita (Growth Investing).

Value Investing

La prima metodologia, ideata da Benjamin Graham, si basa sull’idea di comprare titoli azionari che, in base ad alcuni parametri di tipo fondamentale (ad esempio il Price/Earning), appaiono sottovalutati, con un prezzo di mercato che risulta quindi inferiore al loro valore (fair value). Queste azioni presentano solitamente dei multipli inferiori alla media (rapportati all’intero mercato o al settore di appartenenza) ma garantiscono un discreto dividendo. Con questo approccio si sfruttano in particolare le discese di una certa consistenza del mercato per entrare su quelle azioni (appartenenti ad esempio al settore finanziario, a quello industriale o energetico) che sono considerate interessanti in un’ottica di investimento di medio/lungo termine.

Growth Investing

L’approccio di tipo Growth mira invece ad individuare i titoli di quelle aziende che presentano tassi di crescita superiori alla media, anche se questo significa pagare un “sovrapprezzo” (spesso, infatti, i prezzi di questi titoli trattano a multipli elevati in quanto incorporano alte stime di crescita). Questa metodologia intende individuare quei titoli (appartenenti, ad esempio, al comparto tecnologico) che presentano maggiori potenzialità di sviluppo e che all’interno del loro settore di appartenenza potrebbero diventare dominanti (si pensi, ad esempio, al ruolo dominante assunto dai titoli FAANG ossia Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google sia da un punto di vista economico sia all’interno dei principali indici azionari di mercato).


12. I mercati finanziari sono efficienti?

La finanza tradizionale (i cui presupposti teorici provengono da economisti come Modigliani, Miller, Fama, Markowitz e Sharpe) ritiene che gli investitori effettuino le loro scelte di investimento in modo razionale, valutando in modo adeguato i rischi ai quali si espongono.
Le basi di questo approccio si fondano su:

  1. la Teoria di Portafoglio di Markowitz. Quest’ultima sostiene che un investitore razionale, per poter di costruire un portafoglio efficiente, deve identificare una combinazione di titoli in grado di minimizzare il rischio e massimizzare il rendimento complessivo del suo portafoglio;
  2. il Capital Asset Pricing Model (CAPM), che stabilisce una relazione tra il rendimento di un titolo e la sua rischiosità, misurata tramite un fattore di rischio (Beta);
  3. la Teoria dei mercati finanziari efficienti (EMH), conosciuta come “Random Walk Theory”, si basa sull’assunto che i mercati siano efficienti e che i prezzi riflettano, in modo automatico e immediato, le informazioni a disposizione dei vari operatori.

L'evidenza empirica mostra invece come:

  • i mercati finanziari non sempre sono efficienti (si pensi, ad esempio, alla formazione delle bolle speculative);
  • i prezzi seguono delle tendenze ben definite e sono influenzati dalle scelte, spesso irrazionali, compiute dagli investitori. L’analisi tecnica, ad esempio, si fonda proprio sul presupposto che la storia (dei prezzi) tende a ripetersi e quindi che il comportamento futuro dei prezzi sia potenzialmente prevedibile (in termini statistici e probabilistici) mentre la finanza comportamentale studia gli errori che vengono commessi dagli investitori quando effettuano le loro scelte di investimento, evidenziandone la frequente irrazionalità.

Leggi anche: Come si forma una bolla speculativa? Gli errori degli investitori


13. Perché i dati macro sono così importanti?

Per poter analizzare la situazione macroeconomica generale è opportuno monitorare i vari dati che vengono rilasciati ogni giorno. Nella notte arrivano infatti i dati relativi ai paesi asiatici (in particolare quelli relativi a Cina e Giappone), nel corso della mattinata quelli relativi all’area Euro e nel pomeriggio (in particolare alle 14.30 e 16.00 ora italiana) quelli relativi all’economia americana. Ciascun dato aiuta a comprendere la situazione attuale e le aspettative future di una certa area economica e influisce sulle scelte operative sia degli operatori che lavorano con finalità di trading di breve termine sia dei gestori che lavorano su orizzonti temporali di medio periodo.
Per ogni dato macroeconomico viene fornito sia il suo valore precedente sia il valore attesto (consensus o forecast). Quest’ultimo è il valore più importante e viene preso come punto di riferimento dagli operatori.
I dati macro possono essere suddivisi in tre grosse categorie:

  1. Leading indicator: sono quelli che guidano il ciclo economico ossia sono quelli più reattivi nel fotografare il quadro macro. Gli analisti li considerano quindi molto importanti: tra di essi spiccano i nuovi ordini (new order) e la fiducia dei consumatori (consumer sentiment);
  2. Coincident indicator: sono quelli che “certificano il ciclo” perché consentono di determinare l’attuale situazione economica. Tra di essi i più importanti sono il PIL (GDP), la produzione industriale e la bilancia commerciale;
  3. Lagging indicator: sono quelli ritardatari ossia che “prendono atto” dell’avvenuto cambiamento del ciclo economico quando quest’ultimo si è già manifestato. I più importanti sono il tasso di inflazione sui servizi (CPI service) e il tasso di disoccupazione.

(riproduzione riservata)



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