Nel mondo finanziario, i tassi d'interesse, il rendimento e i rischi connessi ad un investimento sono elementi chiave che giocano un ruolo fondamentale nelle decisioni finanziarie di individui e istituzioni. Ecco una panoramica completa, che fornisce tutti i concetti di base all’investitore alle prime armi. Il tutto, in 11 domande e risposte.
Chi presterebbe una certa somma di denaro a qualcuno che non sia parente o amico senza ottenere nulla in cambio? Privandoci di questa somma per un certo periodo di tempo si rinuncia infatti a utilizzarla in consumi o investimenti; senza contare che l’inflazione, riducendo la quantità di beni acquistabile con la stessa somma (cioè svalutandone il “potere di acquisto”), avrà l’effetto di far valere meno l’importo al momento della restituzione. Questo è, in semplici termini, l'effetto finanziario del tempo: per dilazionare la disponibilità di un bene, o di una somma di denaro, ognuno di noi richiederà una compensazione. Ognuno di noi ha un set di preferenze che, tra l'altro, definisce anche la relazione desiderata tra la disponibilità odierna di un bene e la sua dilazione nel tempo.
Quando questa relazione viene applicata al denaro, non definisce altro che il nostro “tasso di interesse” ritenuto pro tempore congruo in funzione delle esigenze e delle alternative di utilizzo o di impiego. Per rinunciare a 1.000 euro oggi, devo essere ricompensato con 1.050 euro fra un anno. In questo caso il tasso di interesse che giudico congruo è il 5% all'anno. Questo tasso viene definito “nominale”, e viene inteso in questo senso quando non è specificato diversamente, perché è già un prezzo finito per prestare denaro a chi lo chiede, costituendo quindi il costo per quest’ultimo. L’interazione fra le preferenze di tutti gli individui definirà i tassi di interesse di mercato per quella comunità di individui in quel momento nel momento. I tassi di interesse sono, quindi, le relazioni che in ogni momento definiscono la compensazione che una determinata comunità di individui richiede per dilazionare nel tempo la disponibilità di denaro.
Il tasso di interesse definito “reale” misura il premio rispetto all’inflazione, cioè quella percentuale in più, che viene richiesto per dilazionare nel tempo la disponibilità di denaro in una comunità di individui. Il valore del denaro, cioè la quantità di beni che è possibile acquistare con una determinata somma (o “potere di acquisto”), cambia qualora cambino nel tempo i prezzi dei beni. I prezzi dei beni misurati in denaro cambiano nel tempo al ritmo dell'inflazione. Solitamente questo ritmo è moderatamente positivo, cioè di solito i prezzi dei beni tendono a crescere a un tasso fisiologico che si aggira intorno al 2%, o per lo meno questo è il tasso d’inflazione ideale gradito a tutti, comprese le banche centrali.
Comunque, per accettare la dilazione nel tempo di una disponibilità di denaro, un individuo vorrà essere ricompensato non solo con l'interesse reale, ma anche con un ulteriore componente che terrà conto del presumibile deprezzamento della moneta nel corso del tempo causato dall’inflazione. La relazione tra l'importo di denaro oggi e l'importo che l'individuo richiede qualora sia dilazionato nel tempo si definisce tasso d’interesse “nominale”, cioè il tasso “finito” descritto nella risposta precedente, ed è quello richiesto in un determinato momento a chi prende i soldi a prestito. Il tasso nominale è dato quindi dalla somma di due componenti:
Anche in questo caso l'interazione fra i vari individui che compongono una comunità determinerà il livello dei tassi di interesse nominali “di mercato”. Il tasso di interesse nominale è il tasso di interesse che è possibile osservare nella realtà, perché è quello che possiamo incassare se effettivamente facciamo un deposito di denaro o compriamo un titolo obbligazionario, oppure è quello che paghiamo se richiediamo un finanziamento.
Valore futuro e valore attuale sono due termini tipici di matematica finanziaria che si ricollegano direttamente al concetto di valore finanziario del tempo. Il valore futuro di una certa somma a un anno si definisce come il valore di questa somma investita ai tassi di mercato per il periodo di un anno. Viceversa, il valore attuale di una somma che si renderà disponibile nel futuro, è quella somma che, investita oggi ai tassi di mercato, diventerà la somma desiderata alla fine del periodo di tempo esaminato.
Esempio: supponiamo che i tassi di interesse siano pari al 5%. Il valore futuro di 100 euro tra un anno non sarà altro che la somma del capitale originariamente investito (100 euro) e degli interessi che matureranno su questa somma in un anno (5 euro = 100 * 5%). Dunque:
Valore futuro = capitale attuale x (1 + tasso/100)
Viceversa, se si intende trovare quale sia il valore attuale di 105 euro che si incasseranno tra un anno non si farà altro che invertire la formula dividendo il valore futuro per 1,05, anziché moltiplicare il valore presente per 1,05, ottenendo così il valore attuale di 100 euro che è quello riferito al presente. Quindi:
Valore attuale = capitale futuro / (1 + tasso/100)
Il fattore 1,05 si può definire come il fattore di attualizzazione a un anno: costituisce la relazione matematica che esiste tra una somma e il suo equivalente fra un anno, e viceversa. Questo procedimento è essenziale quando si devono confrontare flussi di cassa che si manifesteranno in momenti diversi: sarà infatti necessario calcolare il valore attuale di ciascuno e effettuare poi il confronto tra i rispettivi valori attuali.
Finora abbiamo parlato della metodologia di calcolo riferita all’interesse semplice, che va bene quando il prestito di denaro (che può essere visto anche come un investimento, essendo remunerato dal tasso d’interesse pattuito) è costituito da un unico incasso a scadenza. In questo caso il calcolo dell'importo finale si può effettuare al seguente modo:
Valore futuro (“montante”) = capitale investito x [1 + tasso/100 x (gg./365)]
Esempio: per un investimento di 100 euro al 5% annuo, alla fine di due anni l'importo finale (che si definisce “montante”) sarà pari a:
100 euro x (1 + 5/100 x 730/365) = 110 euro.
L’interesse composto. Quando il tasso d’interesse non viene corrisposto unicamente alla scadenza nella veste di maggiorazione del rimborso del denaro prestato inizialmente, allora la metodologia dell’interesse semplice diventa imprecisa e si deve passare alla metodologia di calcolo dell’interesse composto. Infatti, ogni volta che il creditore incassa gli interessi, questi possono essere nuovamente reinvestiti (idealmente nello stesso credito e quindi allo stesso tasso) generando a loro volta interessi che di volta in sommano nell’ambito di un processo continuo che arriva fino alla scadenza del credito (o investimento finanziario).
Esempio: nel caso esemplificativo appena visto a proposito dell’interesse semplice, se il tasso d’interesse (che è sempre espresso su base annua, a prescindere dalla durata del credito) venisse corrisposto annualmente, alla fine del primo anno verrebbero incassati 5 euro che, reimpiegati allo stesso tasso del 5%, genererebbero a scadenza un provento addizionale 0,25 euro (5 x 5%, ovvero 5 x 5/100) aggiungendosi al montante di 110 euro. Infatti si avrebbe, secondo la metodologia di calcolo dell’interesse composto, il seguente montante finale:
100 euro x (1 + 5/100) x (1 + 5/100) = 110,25 euro
Più in generale, il metodo di calcolo dell’interesse composto annuo è il seguente:
Valore futuro (“montante”) = capitale investito x [ (1 + tasso/100)n ]
dove “n” esprime gli anni di durata del credito, ovvero il numero di volte che il tasso d’interesse potrà essere investito e reinvestito in occasione di ogni incasso annuale degli interessi.
Se invece il regolamento degli interessi avvenisse più volte all’anno, per esempio trimestralmente, ogni tre mesi verrebbe corrisposto un quarto del tasso annuo (cioè il tasso diviso il numero di regolamenti all’anno), che assumerebbe il nome di tasso periodale: a questo tasso corrisponde ciò che verrebbe ogni volta reinvestito per il numero di periodi (di regolamento) mancanti alla scadenza del credito.
In generale, il calcolo dell’interesse composto periodale, il cui risultato è comunque espresso su base annua, è il seguente:
Valore futuro (“montante”) = cap. inv. x [ (1 + tasso periodale/100)gg. scadenza/gg. periodo]
dove:
I tassi di interesse cambiano quando cambiano gli elementi che li compongono: interesse reale, inflazione attesa e premio al rischio.
Il tasso di interesse reale è una caratteristica strutturale di un sistema economico e quindi solitamente si muove con lentezza e secondo trend di lungo termine.
L’inflazione attesa, invece, si muove molto meno lentamente, in funzione di fattori anche improvvisi o comunque inaspettati in grado di farne evolvere anche in pochi mesi le attese, e di fatto è alla base della gran parte delle oscillazioni dei tassi.
Il premio al rischio dipende essenzialmente da due fattori:
Come si è visto, i tassi di interesse nominali, cioè i tassi “finiti” che circolano sul mercato, si compongono del tasso di interesse reale e dell'inflazione attesa, più un premio per il rischio che comprende il grado d’incertezza relativo alla stima dell’inflazione attesa e alla previsione dell’andamento dell’economia, nonché il grado d’incertezza sulla solvibilità futura del debitore.
Se si considerano periodi di tempo brevi tutti questi elementi possono essere stimati abbastanza facilmente. Ma se si considerano periodi lunghi, oltre l'anno o più, le relative previsioni diventano difficili. Questa è una delle ragioni per cui i tassi di interesse non sono uguali se si considerano impieghi di diversa durata.
Quando gli impieghi si allungano oltre l'anno, infatti, ogni creditore richiederà: il rendimento reale, l'inflazione attesa e un quid in più che costituisce una sorta di premio per il rischio di sbagliare le previsioni, soprattutto in riferimento all'inflazione che tra i tre elementi d’incertezza è quello più volatile riservando le maggiori sorprese.
Tutto ciò spiega il motivo per cui un mercato esprime in ogni momento una serie di tassi di interesse che sono tra loro diversi in relazione alla durata del prestito o dell’investimento. Solitamente, dato che più l'impiego di denaro è di lunga durata e maggiore è la possibilità di incorrere in errori previsionali, i creditori richiedono un premio al rischio che cresce al crescere della durata dell'impiego. In una situazione normale, quindi, gli impieghi di durata più lunga avranno tassi d’interesse nominali più alti rispetto a impieghi di durata inferiore.
Rappresentano le due facce della stessa medaglia: la disponibilità di denaro.
Chi lo richiede a prestito è il soggetto debitore, che si farà carico degli interessi (per lui “passivi” perché costituiscono un esborso, tant’è che il debitore può chiamarli formalmente oneri finanziari) e della restituzione alla scadenza pattuita di quanto avuto a prestito.
Chi concede il prestito (o finanziamento) è il soggetto creditore (o investitore), che incasserà gli interessi (per lui “attivi” perché costituiscono un provento finanziario) e la restituzione (o rimborso) alla scadenza pattuita di quanto dato a prestito (o investito).
Dunque, solo il creditore, che può essere identificato come investitore poiché la sua attività è di origine finanziaria e non commerciale, potrà chiamare (anche) rendimento il provento dell’attività finanziaria svolta, generando infatti interessi attivi a suo favore. Il debitore, invece, sopporterà inequivocabilmente un tasso d’interesse, che nel suo caso è passivo rappresentando un costo e non un provento.
Sul mercato finanziario ciò si traduce in due diagrammi distinti, come visto nella risposta precedente, ma connessi tra di loro poiché entrambi riguardano, appunto, la disponibilità di denaro, o meglio la disponibilità di risorse monetarie (se la durata trattata è inferiore a 12 mesi) o finanziarie (per tutte le durate superiori). Nella prassi si fa quindi riferimento alle seguenti due strutture:
L’orizzonte temporale è la prospettiva temporale che l’investitore associa un investimento. Ogni investitore dovrebbe effettuare un investimento che è coerente con il proprio orizzonte temporale. Ci sono due elementi che determinano l'orizzonte temporale: la disponibilità effettiva dei fondi e la disponibilità ad accettare possibili oscillazioni nel valore del capitale investito.
Nella teoria degli investimenti il rischio è misurato dalla variabilità del valore di ogni investimento. Investimenti il cui valore di mercato resta molto stabile nel tempo sono classificabili come poco rischiosi, nel caso opposto vengono considerati rischiosi. Il rischio di un investimento si misura con la volatilità attesa del suo valore, cioè con la deviazione standard delle oscillazioni del valore previste in futuro. Per trarre qualche indicazione sul futuro è possibile guardare al passato e quindi spesso l'indicatore di rischio di un investimento è dato dalla volatilità storica delle quotazioni di mercato, cioè la deviazione standard delle oscillazioni giornaliere dei prezzi in un recente passato. Questa misurazione del rischio torna molto utile sugli investimenti azionari, che non hanno una scadenza precisa: l’andamento dei prezzi storici è quindi in grado di rappresentare correttamente il rischio di prezzo futuro, salvo alcune circostanze ben definite.
Per un titolo obbligazionario, invece, la volatilità storica della sua quotazione offre solo un’idea della rischiosità trascorsa, ma non di quella futura: l’obbligazione, infatti, ha una scadenza precisa e a quella data rimborserà il suo valore nominale, salvo un eventuale dissesto finanziario accusato dall’emittente; pertanto, la relativa quotazione tenderà a portarsi sempre più verso la pari (100) man mano che si avvicina la scadenza. In questo cammino, il valore oscillerà sempre di meno e per questo la relativa volatilità storica risulta sempre maggiore di quella futura, salvo eventi in grado di modificarne i rating e quindi il rischio di credito. Nel capitolo 5 si può comprendere come le oscillazioni del valore di un bond siano principalmente legate alla lunghezza della sua vita residua, o meglio alla “duration” e quindi alla “modified duration”, parlando di titoli a tasso fisso in senso lato. Per tutte le altre tipologie di obbligazioni vanno invece fatti ragionamenti ad-hoc: questa è un’altra importante differenza con i titoli azionari e quindi con la valenza universale attribuita alla volatilità nel misurare la rischiosità degli investimenti.
Con propensione al rischio si intende la disponibilità di un investitore ad accettare i rischi dell’investimento, cioè la possibile oscillazione del suo valore nel tempo.
Dato che solitamente gli investimenti a maggior rischio sono associati a maggior rendimento (l’efficienza dei mercati finanziari non fa passare alcun regalo), la propensione al rischio di un investitore determina anche il massimo rendimento che potrà ottenere sul mercato, se vorrà rispettare il limite dato dalla propria propensione al rischio. Esiste quindi un legame stretto tra propensione al rischio e aspettativa di rendimento, che spesso assurge a pretesa quando viola palesemente questo legame.
Inoltre, esiste un legame stretto tra rischio e orizzonte temporale: più ampio è quest’ultimo e più le oscillazioni nel valore di un investimento tenderanno a compensarsi, tant’è che la variabilità giornaliera dei prezzi relativi a un investimento azionario è molto più elevata della variabilità annua. Il rischio dell'investimento va quindi parametrato alla propensione al rischio dell'investitore, ma questo deve avvenire nell’ambito del suo orizzonte temporale: investitori con bassa propensione al rischio ma lungo orizzonte temporale potranno investire in attività di per sé rischiose, poiché l’elevata rischiosità verrà smorzata dalla lunga durata dell'orizzonte temporale facendola quindi rientrare nella gamma delle alternative accettabili di investimento. La prospettiva, ovviamente, è quella di raggiungere un rendimento superiore rispetto alle attività a minor rischio.
Rischio e rendimento sono strettamente collegati tra loro. Investimenti più rischiosi devono offrire rendimenti attesi più elevati e, viceversa, investimenti a basso rischio offriranno rendimenti più contenuti. Se così non fosse il mercato provvederebbe ad aggiustare i prezzi degli investimenti palesemente sottovalutati e sopravvalutati: l’attività meno rischiosa verrebbe acquistata (facendone lievitare il prezzo con una conseguente discesa del rendimento per chi la compra) e contemporaneamente verrebbe venduta quella più rischiosa (provocando una riduzione del prezzo con una conseguente incremento del rendimento per chi l’acquista), fino a che la giusta relazione di mercato non viene ristabilita.
D’altronde, come si è già avuto modo di sottolineare, l’efficienza dei mercati finanziari è tale, grazie alla tecnologia e alla globalizzazione, da non offrire regali significativi a nessuno e gli sporadici regalini vengono corretti nel giro di breve o brevissimo tempo, se la liquidità degli investimenti coinvolti è tale da meritare e consentire l’intervento descritto.
Questa relazione inversa tra rendimento e rischio, che è una delle caratteristiche fondamentali di ogni investimento, si descrive solitamente come “trade off” tra rischio e rendimento.
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