Non ci sono differenze sostanziali tra un fondo comune di diritto italiano e un fondo comune di diritto estero. La normativa degli altri paesi può differire su alcuni aspetti ma la quasi totalità dei prodotti proposti è armonizzata alla normativa dell'Unione europea e presenta caratteristiche e modalità di investimento piuttosto uniformi. Tra i prodotti esteri sono diffusi i fondi multicomparto o umbrella fund: sotto una denominazione e una veste giuridica unica, sono raccolti fondi differenti, con la possibilità di passare da un fondo all'altro con estrema facilità. Una differenza più formale che sostanziale è nella forma giuridica adottata da alcuni prodotti, denominati Sicav. La Sicav è una società di investimento a capitale variabile, dove il sottoscrittore diviene socio o azionista della Sicav, ossia non sottoscrive quote del fondo ma azioni della stessa Sicav; nella sostanza, poco o nulla cambia rispetto a un più tradizionale fondo, se si eccettua la possibilità di partecipare alle assemblee della Sicav.
Oltre che multicomparto o Sicav, i fondi esteri si caratterizzano spesso rispetto ai prodotti di diritto italiano per il maggior livello di specializzazione, una specializzazione che non si limita, solitamente, a un'area geografica o a un settore industriale ma può essere per paese o abbinare più specializzazioni, di mercato (paese e/o settore) e di stile (small caps e large caps, value e growth ecc.). Un altro aspetto peculiare è rappresentato dalle diverse categorie di azioni di quote emesse. Il consiglio di amministrazione della Sicav o la società di gestione fondo, infatti, può decidere di emettere, nell'ambito di ciascun comparto, diverse categorie di azioni e quote, i cui patrimoni sono investiti congiuntamente, ma con la possibilità di applicare differenti commissioni di entrata o di uscita, differenti oneri e importi minimi di sottoscrizione o differenti politiche di distribuzione dei dividendi. Si possono avere, così, quote di tipo nominativo o al portatore, una categoria destinata, per esempio, ai soli investitori istituzionali, o, ancora, categorie che si differenziano tra loro solo per le diverse strutture di commissioni o di investimento minimo richieste.
Anche l’aspetto valutario può avere un ruolo maggiore rispetto ai prodotti nazionali: la disponibilità di fondi denominati in divise diverse dall'euro è molto ampia, in particolare per i prodotti azionari specializzati. A differenza di quello che accade per i fondi italiani che investono all'estero, il gestore di un fondo comune di diritto estero, denominato in dollari Usa ma che investe, per esempio, in Giappone, ragionerà, come si dice in gergo, come un Us dollar based investor: i suoi conti li farà in dollari Usa e non terrà conto dell'andamento del cambio euro/dollaro e meno che mai del cambio euro/yen. Sarà quindi il sottoscrittore a dover valutare i rischi connessi all'esposizione al rischio (inteso anche come opportunità) del cambio e a porre in essere eventuali contromisure (sottoscrivendo, per esempio, fondi anche denominati in altre divise, per bilanciare i rischi).
Per poter essere venduti in Italia, i fondi esteri devono essere in possesso di un'autorizzazione della Consob e della Banca d'Italia e anche per loro è disponibile un prospetto informativo. Questo documento è, tuttavia, diverso da quello previsto per i fondi di diritto italiano ed è, ovviamente, tradotto in italiano. A esso si accompagna un «documento integrativo» redatto proprio per i risparmiatori italiani, che illustra le modalità di sottoscrizione e i costi previsti per gli investitori italiani, nonché l'indicazione della banca corrispondente in Italia e dei soggetti autorizzati al collocamento. Le banche corrispondenti svolgono una parte delle funzioni che si sono viste per la banca depositaria di un fondo comune di diritto italiano. Così è la banca corrispondente che incassa il prezzo delle sottoscrizioni delle azioni e attribuisce agli investitori, sulla base del prezzo di sottoscrizione. Le azioni che devono essere emesse in loro favore in seguito alla sottoscrizione: paga le somme destinate al pagamento dei rimborsi o dei dividendi, emette le lettere di conferma dell'investimento, della conversione e del rimborso.
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Anche in questo caso risulta difficile quantificare il costo dei prodotti esteri e occorre considerare che la fissazione delle commissioni, il pricing dei fondi esteri, è molto spesso stabilito dai distributori o, per altri versi, risente proprio dei canali distributivi prescelti. Una conferma di quanto sopra si ha osservando come mediamente il costo di gestione annua dei prodotti esteri sia inferiore a quello dei corrispondenti prodotti italiani, come manchi o sia poco usuale la presenza di una commissione di incentivo, ma come invece possano risultare allineate ai prodotti italiani, se non più elevate, le commissioni di sottoscrizione. Insomma, quando si adoperano canali distributivi di tipo plurimandatario, sportelli o consulenti finanziari che collocano prodotti di diversi emittenti, lo scotto che si paga è quello di dover applicare commissioni di sottoscrizione più elevate per compensare e anche allettare i collocatori.
La normativa lussemburghese o irlandese, per citare le due principali luoghi di nascita dei fondi esteri, non prevede l'obbligatorietà del benchmark nei prospetti informativi. La motivazione principale è da ricercare nell'abitudine all'estero di valutare i prodotti di una stessa tipologia sulla base di un comune indice di mercato e anche la scarsa diffusione di fondi di asset allocation come i nostri bilanciati, misti e flessibili, ha reso meno stringente la determinazione del benchmark. Va poi notato che all'estero i gestori dei fondi specializzati tendono ad avere prodotti sempre pienamente investiti e non sono un po' tentati e un po' costretti a variare la percentuale investita in azioni sulla base dell'andamento del mercato, come invece avviene per i prodotti italiani. Va però detto che nelle pubblicazioni e nell'informativa resa al sottoscrittore è molto frequente l'indicazione, accanto ai valori di rendimento del fondo, dell'andamento di un indice di mercato adoperato come benchmark.
Per i fondi di diritto estero non esiste un indice di rendimento a livello europeo o internazionale, unico e riconosciuto. Una delle difficoltà di calcolo che si incontrano nell'elaborare numeri indici è data dalla diversità nel numero di prodotti e nelle divise di denominazione dei fondi stessi tra un paese e l'altro, anche in area Europa. In pratica resta difficile elaborare un indice unico, considerando che, ad esempio, in Francia sono distribuiti presso il pubblico prodotti che invece non sono autorizzati alla vendita in Italia e viceversa. Nel caso di paesi con differenti divise di calcolo, è il caso, per citarne uno, della Gran Bretagna e dell'Italia, si pone anche il problema della valuta nella quale effettuare i calcoli di performance. In assenza di indici si fa riferimento ai rating elaborati da alcune società specializzate o alle graduatorie elaborate da riviste specializzate o, ancora, da società specializzate e disponibili, nella maggior parte dei casi, in internet.
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