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Etf: rischi e considerazioni sugli investimenti
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Etf: rischi e considerazioni sugli investimenti

16 ottobre 2023, 09:10 Ultimo aggiornamento: 20 ottobre 2023, 14:30

Investire in Exchange Traded Fund comporta dei rischi, ma permette anche di raggiungere grandi risultati. Ecco le considerazioni | Scarica il PDF

Gli Etf incorporano dei rischi? Quali caratteristiche possiedono e quali peculiarità vanno prese in considerazione quando si decide di investire in questi prodotti finanziari? La guida completa in 12 punti.

Indice

  1. Cosa si intende per replica fisica e sintetica?
  2. Che differenza c’è tra flussi e patrimonio degli Etf?
  3. Qual è la funzione del KID negli Etf?
  4. Gli Etf corrispondono cedole o dividendi?
  5. Si rischia meno con gli Etf rispetto ad azioni o obbligazioni?
  6. Gli Etf incorporano un rischio di cambio?
  7. Come funzionano gli Etf strutturati a leva?
  8. Cosa si intende per effetto compounding?
  9. Come funzionano gli Etf short?
  10. Qual’è la differenza tra Etf classici e smart beta?
  11. È vero che gli Etf non scadono mai?
  12. Cosa comporta l’utilizzo del prestito titoli negli Etf?

1. Cosa si intende per replica fisica e sintetica?

Ci sono diversi modi con cui un Etf è in grado di restituire all’investitore una replica della performance dell’indice al quale è associato (da cui il sinonimo “replicanti” per identificare gli Etf). La metodologia più utilizzata è quella “fisica” e prevede che il gestore dell’Etf acquisti fisicamente i titoli che compongono l’indice sottostante, con i medesimi pesi utilizzati dal benchmark stesso.

La replica fisica può essere però di due tipi, cioè completa o a campionamento (sampling). Nel caso di replica completa, il portafoglio del fondo contiene tutti i titoli (con i pesi corretti) inclusi nell’indice da replicare e per questo la performance del fondo sarà nel tempo coerente con quella dell’indice sottostante, minimizzando implicitamente il Tracking Error (scostamento tra indice e Etf). Questo tipo di replica è però adatta solo a indici non eccessivamente numerosi (per esempio l’Eurostoxx50 o il Ftse Mib), poiché i ribilanciamenti legati alle fisiologiche revisioni dei panieri comportano costi che possono finire per intaccare il rendimento del fondo.

La replica fisica viene, invece, definita a campionamento quando il gestore dell’Etf acquista solo una parte dei titoli dell’indice, con l’obiettivo di comporre un portafoglio molto simile a quello del benchmark, ma con un numero di titoli inferiore. È chiaro che in questo caso il Tracking Error potrà risultare più elevato, ma i costi di gestione saranno notevolmente inferiori. Nella replica fisica, sia completa sia a campionamento, i titoli sono appoggiati presso una banca depositaria e risultano di proprietà dell’Etf, eliminando così ogni rischio di controparte (di inadempienza).

Se l’Etf adotta invece una metodologia di replica di tipo “sintetico” (o indiretto) significa che viene gestito utilizzando strumenti derivati (in particolare contratti swap). All’investitore finale viene in ogni caso restituita la performance dell’indice originario, ma il portafoglio dell’Etf può differire anche notevolmente dal benchmark da replicare. In questo caso si innesca quindi un potenziale rischio di controparte, rappresentato dalla possibilità che le banche o gli intermediari finanziari con cui l’Etf provider si rapporta, in relazione agli strumenti derivati utilizzati, diventino insolventi. Nel tempo, il mercato ha dato chiari segnali a favore della replica di tipo fisico, e quella sintetica viene utilizzata ormai raramente.


2. Che differenza c’è tra flussi e patrimonio degli Etf?

Gli Etf quotati su Borsa Italiana, al pari dei fondi comuni tradizionali, presentano il vantaggio di avere un Patrimonio separato rispetto a quello delle società che ne hanno curato o curano le attività di costituzione, gestione e amministrazione. Gli Etf non sono quindi esposti al rischio di controparte, ovvero di insolvenza, neppure nel caso in cui le società interessate nel processo di gestione e amministrazione del prodotto passivo diventino insolventi. Si parla, infatti, di “patrimonio segregato”, che rimane di proprietà dell’investitore e non è interessato dall’eventuale fallimento delle società correlate.

Un acronimo spesso utilizzato per valutare la grandezza del patrimonio di un Etf (o di un fondo) è “AUM”, che sta per Asset Under Management. Indica la dimensione dell’Etf, cioè il volume delle attività in gestione: un valore elevato di questo parametro esprime un apprezzamento del prodotto da parte del mercato, in quanto gli investitori avranno convogliato in esso, nel tempo, una grande quantità di risparmi. Esistono Etf che riescono a raggiungere anche miliardi di euro di patrimonio, per esempio su indici come l’S&P500 o su alcuni sottostanti obbligazionari.

Quando l’Aum diventa troppo piccolo è possibile che l’Etf venga liquidato, in quanto non sarà più remunerativo per la società emittente, poiché le entrate non sono sufficienti a coprire i costi del prodotto: in questo caso il patrimonio verrà restituito agli investitori in base al numero di quote possedute.

Il concetto di “flussi di raccolta” fotografa invece le tendenze in termini di denaro entrato o uscito dall’Etf in un certo arco temporale. Si parla di “deflussi” quando gli investitori esprimono una tendenza generale a vendere le proprie quote, di “flussi in entrata” quando entrano invece nuovi capitali nel patrimonio dell’Etf.


3. Qual è la funzione del KID negli Etf?

Nell’Unione Europea, i prodotti di investimento destinati agli investitori al dettaglio, tra cui proprio gli Etf, devono essere dotati di un documento sintetico contenente le informazioni chiave del prodotto finanziario: si tratta del cosiddetto “Kid” (Key Information Document) e contiene tutte le informazioni chiave che sono necessarie a un investitore per assumere decisioni d’investimento consapevoli. È un documento piuttosto conciso, chiaro e sintetico, che mette in evidenza i rischi, l’impatto dei costi sul rendimento, i potenziali guadagni e le possibili perdite associate al prodotto finanziario in esame.

La parte iniziale del Kid comprende la descrizione del prodotto e il funzionamento della strategia, evidenziando anche il codice Isin (codice internazionale che identifica univocamente gli strumenti finanziari). Successivamente vengono esposti gli obiettivi e la politica dell’investimento, specificando anche a quali investitori al dettaglio il prodotto è più adatto. Il Kid espone inoltre un utile indicatore sintetico di rischio, con una scala graduata simile a un termometro, che va da 1 a 7, dove 7 è il valore che indica il rischio massimo: a corredo di tale indicatore, vengono infine presentati alcuni scenari di performance, che esemplificano il comportamento dello prodotto in base alle possibili dinamiche che il mercato potrà esprimere negli anni a venire.


4. Gli Etf corrispondono cedole o dividendi?

Un investitore può decidere se acquistare un Etf che stacca dividendi oppure che trattiene all’interno del patrimonio (Nav) il valore dei proventi periodici. Nel primo caso si parla di Etf a distribuzione dei proventi, mentre nel secondo caso di Etf ad accumulazione. Questo vale sia per gli Etf azionari sia per quelli che investono in obbligazioni.

Nel caso degli Etf a distribuzione, i dividendi possono essere pagati agli investitori su base mensile (tipicamente gli Etf legati ai bond dei mercati emergenti), trimestrale, semestrale o annuale. Molte volte, uno stesso Etf è disponibile in versione sia “Acc” (ad accumulazione) sia “Dis” (a distribuzione), pur investendo nel medesimo indice sottostante. Spetta all’investitore la scelta di inserire in portafoglio prodotti che staccano regolarmente un importo periodico (che confluisce sul conto corrente) o che lo reinvestono nel valore dell’Etf stesso, capitalizzandolo al fine di ottenere un capitale maggiore nel lungo periodo.

I primi sono adatti a coloro che mirano a una rendita periodica, seppur non certa e costante. Negli Etf ad accumulazione, il patrimonio dell'Etf aumenterà nel tempo in base all'importo dei dividendi maturati e non distribuiti. Al contrario, nei prodotti a distribuzione l’investitore riceverà una serie di flussi di cassa periodici, che non sono altro che le cedole dei titoli obbligazionari e i dividendi dei titoli azionari staccati dai titoli presenti nel portafoglio dell’Etf. Se si opta per un Etf a distribuzione, i dividendi incassati saranno tassati al momento della distribuzione, come reddito da capitale. Al contrario, gli Etf ad accumulazione saranno oggetto di tassazione solo in concomitanza della vendita.


5. Si rischia meno con gli Etf rispetto ad azioni o obbligazioni?

Uno dei principali vantaggi per chi acquista un Etf è rappresentato dalla diversificazione e dal controllo del rischio. Il patrimonio dell’Etf viene infatti investito su decine o anche centinaia di diversi asset (azioni o obbligazioni) e questo permette, di riflesso, di ottenere un’elevata diversificazione del capitale investito, che un investitore non potrebbe mai ottenere individualmente. Per esempio, all’interno di un Etf azionario mondiale possono essere inserite anche diverse migliaia di azioni, cosa impensabile da parte del singolo investitore, anche in termini di capitale minimo da impiegare.

Da notare che un portafoglio composto da più attività anziché da un solo asset, non rappresenta solo la somma delle parti: un portafoglio diversificato può avere anche la capacità di muoversi in modo relativamente indipendente rispetto al percorso seguito dalle singole componenti, in virtù della correlazione che esiste tra le componenti stesse. Se diverse attività in portafoglio presentano tra loro una bassa correlazione, nelle fasi in cui alcune tendono a correggere, le altre possono riuscire a muoversi anche in controtendenza, contribuendo a stabilizzare il portafoglio nel suo insieme. Al contrario, quanto più sarà elevata la loro correlazione, tanto minore sarà l’effetto della diversificazione sul portafoglio e il livello di rischio complessivo non ne trarrà quindi vantaggio.

Infine, essendo il patrimonio di un Etf giuridicamente distinto dai patrimoni dei singoli partecipanti e da quello del gestore, anche nel caso estremo di un dissesto finanziario di quest’ultimo, si potranno comunque dormire sonni tranquilli: il capitale degli investitori non può essere infatti toccato. Al contrario, in caso di fallimento di una singola azienda di cui si sono acquistate azioni o obbligazioni, la procedura di eventuale recupero del capitale risulterà notevolmente più articolata e complessa.


6. Gli Etf incorporano un rischio di cambio?

Gli Etf disponibili sul mercato italiano sono sempre quotati in euro, ma questo non elimina il rischio di cambio per l’investitore italiano. Nei casi (piuttosto frequenti) in cui l’attività sottostante è denominata in una valuta diversa dalla moneta unica (si pensi, per esempio, a un Etf legato a un indice azionario giapponese oppure che replica un paniere di obbligazioni statunitensi) la quotazione in euro dell’Etf non fa altro che tradurre istantaneamente il valore corrente delle attività estere, palesandone il rischio di cambio.

Esiste comunque un buon numero di Etf che sono esenti dal rischio di cambio, o perché l’attività sottostante è denominata in euro, oppure perché l’emittente attua una specifica copertura finanziaria (hedging) di tale rischio.

La valuta di denominazione esprime la valuta alla base dell’Etf, mentre la valuta di quotazione per l’ETFplus è sempre l’euro. Il Rischio di cambio effettivo sintetizza le due informazioni precedenti ed esplicita l’esposizione al rischio di cambio finale a cui è soggetto l’investitore italiano. In alcuni casi però gli Etf sono di tipo “euro hedged”: inglobano, cioè, in portafoglio attività denominate in valuta estera ma che, tramite una copertura attuata dal gestore dell’Etf con l’opportuno utilizzo di strumenti derivati, non presentano in realtà alcun rischio di cambio per l’investitore. L’hedging valutario ha però un costo aggiuntivo, che può essere anche di alcuni punti percentuali all’anno, e che non è specificato nel Kid o in altri documenti precontrattuali in quanto si tratta di una voce di costo notevolmente variabile nel tempo.


7. Come funzionano gli Etf strutturati a leva?

La leva finanziaria indica la sensitività dell’Etf rispetto all’attività sottostante: se è presente si parla di Etf Strutturati. Per un investitore con bassa conoscenza dei mercati finanziari, o che intende minimizzare il rischio dell’impiego, è preferibile utilizzare prodotti finanziari con leva 1, che replicano la performance del benchmark di riferimento, senza alcun effetto moltiplicativo.

Chi avesse invece una maggiore dimestichezza con le dinamiche dei mercati finanziari e una più elevata propensione al rischio, potrebbe opportunamente utilizzare gli Etf Strutturati con leva maggiore di 1: l’orizzonte di investimento deve però essere di breve respiro, ovvero di qualche settimana al massimo, e non di lungo termine. Acquistare un Etf con leva maggiore di 1 implica una scommessa al rialzo sul sottostante, proporzionalmente più elevata man mano che cresce l’effetto leva, visto che l’obiettivo è proprio quello di amplificare i movimenti di prezzo dell’attività sottostante di un numero di volte pari alla leva.

Per esempio, un Etf a leva 2 sull’indice S&P500 permetterebbe ogni giorno di raddoppiare la performance giornaliera maturata dal benchmark Usa: se l’indice si apprezzasse del 2%, allora l’Etf si rivaluterebbe parallelamente del 4%. Allo stesso modo, nel caso in cui l’S&P500 si deprezzasse del 2%, allora l’Etf si svaluterebbe parallelamente del 4%. Questo meccanismo si verificherà ogni giorno, preso però singolarmente. La stessa relazione non sarà invece garantita su orizzonti più lunghi.


8. Cosa si intende per effetto compounding?

L’effetto compounding, presente in tutti gli Etf che hanno una leva diversa da +1, deriva in modo del tutto fisiologico dalla capitalizzazione dei rendimenti giornalieri e implica il potenziale deprezzamento dell’Etf nel tempo, in funzione dei movimenti avversi del sottostante, per periodi di detenzione dello strumento superiori a un giorno.

Infatti, se l’orizzonte temporale dell’investimento si dovesse allungare oltre la singola seduta, la combinazione progressiva delle performance giornaliere, che sono quelle su cui interviene di volta in volta la leva del prodotto, produrrà una potenziale distorsione tra l’andamento del sottostante e quello atteso dell’Etf. Le ragioni di tale scostamento hanno un’origine prettamente matematica ed è tipica di tutti i prodotti (sia long sia short) che adottano il ribilanciamento giornaliero delle performance del sottostante. L'obiettivo di questi prodotti è infatti quello di restituire all’investitore una certa percentuale della performance dell'indice sottostante “su base giornaliera”, come si legge nei relativi prospetti informativi.

Esempio: si supponga di avere un Etf a leva -2 sul Ftse Mib, con un valore iniziale per entrambi pari a 100: se il primo giorno l’indice accuserà uno scivolone del 5%, passando da 100 a 95, l’Etf a leva -2 si apprezzerà del 10% e il suo valore crescerà da 100 a 110. Il giorno successivo, se il Ftse Mib rimbalzerà del 10%, il suo valore risalirà da 95 a 104,5 (95 + 9,5): il balzo del sottostante imporrà però sull’Etf a leva -2 una perdita giornaliera del 20%, in ragione della quale il suo valore scenderà da 110 fino a quota 88 (110 – 22). Nonostante l’Etf abbia sempre raddoppiato in forma inversa la performance giornaliera maturata dall’indice, il risultato complessivo dell'Etf dopo due sedute (-12%, da quota 100 a 88) non è affatto pari all’inverso del doppio di quello realizzato dall'indice (che è salito del 4,5%).

Questo è l’effetto compounding e tanto più alta sarà la leva, tanto maggiore sarà il suo potenziale impatto.


9. Come funzionano gli Etf short?

La leva finanziaria negli Etf Strutturati può essere anche negativa e consente di assumere una posizione al ribasso sull’attività sottostante, puntando a ottenere dei guadagni quanto quest’ultima si dovesse deprezzare. Acquistare un Etf a leva -1 sul Dax significa guadagnare esattamente quanto perde l’indice, oppure perdere quanto eventualmente guadagna l’indice in termini percentuali, in entrambi i casi al netto del compounding effect. Allo stesso modo, acquistare un Etf a leva –2 sul Nikkei225 significa invece guadagnare il doppio di quanto potrà perdere l’indice azionario giapponese o perdere il doppio dell’eventuale apprezzamento del sottostante. Anche qui è presente l’effetto compounding, anche in caso di leva uguale a -1.

Prendere posizione su uno o più Etf short può servire anche come hedging (copertura) del portafoglio: per esempio, nel caso ci si volesse proteggere da un’eventuale futura discesa di un portafoglio azionario, è possibile acquistare una quota opportuna di Etf short senza vendere il portafoglio azionario in essere. In questo modo, si avrebbe un bilanciamento tra la gamba lunga del portafoglio (posizione in azioni) e quella corta (Etf short), che renderebbe pressoché neutrale per l’investitore l’impatto delle future dinamiche di mercato, fino al momento in cui si deciderà di rinunciare alla copertura.


10. Qual’è la differenza tra Etf classici e smart beta?

Gli Etf di tipo smart beta rappresentano una via di mezzo tra una gestione totalmente passiva e una attiva. L’indice da replicare, infatti, non è rappresentato da un classico benchmark di mercato (per esempio l’S&P500) basato sulla capitalizzazione, ma da un paniere costruito ad hoc in modo più sofisticato.

L’indicatore Beta, in finanza, identifica la capacità di una variabile finanziaria di amplificare o smorzare i rendimenti del mercato di riferimento: un Beta pari 1 identifica una variabile che si muove in linea con il benchmark designato. Un Etf “smart beta” si propone quindi di sfruttare tale parametro per comporre il paniere da replicare in modo da ottenere un profilo di rischio-rendimento diverso rispetto a quello dell’indice di riferimento e avrà quindi un Beta diverso da 1. Solitamente, gli Etf smart beta vengono ideati in modo da avere una volatilità inferiore al benchmark, o comunque caratteristiche di decorrelazione tali da garantire un comportamento sufficientemente divergente rispetto al benchmark a capitalizzazione.

Gli Etf smart beta sono tendenzialmente più concentrati rispetto ai benchmark originari e quindi meno diversificati, perché si concentrano su singoli fattori di stile, in base ai quali selezionare solo alcuni asset rispetto alla totalità di quelli compresi nel paniere di riferimento. Tipicamente, i fattori di stile da cui derivano gli Etf smart beta sono 6. Lo stile Value identifica le azioni a sconto sui fondamentali (più economiche rispetto al mercato), mentre il fattore definito Size è associato alle aziende a minor capitalizzazione; i fattori Momentum e Quality si riferiscono invece alle azioni che presentano rispettivamente la tendenza rialzista più forte e i bilanci più solidi. Infine, i fattori Low Volatility e Yield (o Dividend) permettono di selezionare le aziende che hanno evidenziato la rischiosità (volatilità) più bassa oppure il dividendo più elevato.

Per esempio, se un investitore volesse investire sul mercato azionario europeo, ma con un livello di rischio inferiore alla media, potrebbe scegliere un Etf smart beta legato all’indice Msci Europe Low Volatility; in caso di crollo del mercato, quest’ultimo sarà in grado di reggere molto meglio dell’indice Msci Europe, in quanto conterrà solamente le azioni che nel recente passato hanno evidenziato una volatilità più contenuta. Allo stesso modo però, se il mercato si muoverà fortemente al rialzo, l’investitore finirà per rimpiangere la scelta Low Volatility, in quanto l’Etf smart beta si apprezzerà meno di un Etf legato all’indice Msci Europe.


11. È vero che gli Etf non scadono mai?

In linea generale gli Etf replicano l’andamento di un indice e di conseguenza non hanno una data di scadenza. Anche gli Etf obbligazionari, che contengono decine o centinaia di singole obbligazioni con scadenza predeterminata, non scadono mai: questo perché l’indice sottostante, quando si avvicina la data di scadenza delle singole obbligazioni, sostituisce queste ultime con altri bond con duration più significativa. Per questo motivo, il rendimento a scadenza presentato nella Documentazione degli Etf obbligazionari è solo indicativo: fotografa infatti lo yield to maturity del portafoglio in essere in quel momento, ma non è realmente rappresentativo di quanto l’investitore potrà guadagnare negli anni a venire, tanto che raramente finisce per coincidere con la performance reale che l’Etf otterrà ex-post.

L’innovazione di prodotto e la domanda degli investitori hanno però fatto in modo che nell’estate del 2023 sia stata quotata su ETFplus una serie di Etf obbligazionari con data di scadenza. Si tratta di una novità assoluta per l’industria passiva italiana e permette di avere maggiori certezze in merito al rendimento a scadenza. La presenza di una data di rimborso permette infatti di ridurre enormemente il rischio tasso e di fatto è possibile pensare a questi Etf come a una singola obbligazione con rimborso del capitale predeterminato, ma con rischio di credito non concentrato su una sola società, bensì spalmato su diverse centinaia di singoli emittenti.


12. Cosa comporta l’utilizzo del prestito titoli negli Etf?

Alcuni Etf sfruttano la pratica del cosiddetto “prestito titoli” (securities lending), che comporta alcuni vantaggi per gli investitori, ma al tempo stesso anche dei rischi aggiuntivi rispetto agli Etf che non utilizzano tale prassi. Con il prestito titoli, l’Etf “cede” una parte degli asset presenti in portafoglio a una controparte esterna, con l'impegno di quest'ultima a riconsegnare gli stessi entro una determinata data futura: le attività finanziarie vengono temporaneamente trasferite verso una società esterna in cambio di una remunerazione, che verrà poi spartita tra il gestore dell’Etf e il fondo. Questa seconda componente andrà quindi a vantaggio dell’investitore, che vedrà il valore dell’Etf aumentare in misura maggiore di quanto si sarà eventualmente apprezzato l’indice sottostante al netto del Ter.

Se l’elemento positivo risiede nell’extra-rendimento associato al prestito titoli, il lato negativo consiste nell’introduzione di un rischio di controparte: la società con cui si definisce l'operazione di prestito potrebbe infatti fallire e in quel caso l’Etf potrebbe avere difficoltà nel recuperare i titoli prestati. Per tenere sotto controllo questo rischio viene però richiesto alla società controparte di mettere a sua volta a disposizione un portafoglio di titoli come garanzia collaterale, per la durata dell’operazione di prestito, a cui il gestore dell’Etf potrà attingere in caso di fallimento della controparte.

(riproduzione riservata)



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