Il punto di partenza delle valutazioni di tipo fondamentale relative ai titoli azionari sono i dati di bilancio della società, a cui si aggiungono i dati macroeconomici e l’analisi del settore di appartenenza. L'obiettivo dell'analisi è quello di riuscire ad individuare quei titoli che possono offrire dei rendimenti interessanti su un orizzonte temporale di medio-lungo termine. Il presupposto è che nel breve periodo il prezzo di un titolo può risultare sottovalutato o sopravvalutato ma nel medio-lungo termine il mercato tende a riconoscere il suo “fair value”.
I modelli di valutazione possono essere suddivisi in 4 categorie:
I modelli di valutazione possono assoluti (o diretti) o relativi (o indiretti).
Nella prima categoria (a cui appartengono i Dividend Discount Model e il Discount Cash Flow Model) rientrano i modelli che stimano il valore intrinseco di un titolo attualizzando i flussi di cassa previsti ad un tasso che ne rifletta correttamente la rischiosità (metodo dei flussi di cassa attualizzati). Nella seconda categoria rientrano invece quei modelli che stimano il valore di un'azione in base adi alcune variabili, come ad esempio gli utili o le vendite (sono detti “metodi dei multipli") e che consentono di effettuare dei confronti con società comparabili.
Il valore di un qualsiasi investimento può essere determinato tramite l'attualizzazione dei flussi di cassa che è in grado di generare per il futuro. Nella valutazione delle azioni di una società il problema sorge quando bisogna scegliere quali flussi impiegare. Quando un investitore acquista azioni si aspetta di ricevere due tipologie di flussi di cassa: i dividendi (che la società distribuirà nel periodo in cui manterrà le azioni) e il prezzo del titolo (ossia il capitale che riceverà quando deciderà di vendere le azioni).
La remunerazione complessiva per l’azionista è quindi costituita
Da un punto di vista fondamentale, quindi, il prezzo delle azioni (e quindi il valore della società) dipende dal valore attuale dei dividendi attesi in futuro.
Le metodologie utilizzate per valutare le società in base ai dividendi futuri (che prendono il nome di Dividend Discount Model) si basano su tre differenti scenari:
I modelli DCF (Discounted Cash Flow) permettono di determinare il valore di un'impresa in base alla sua capacità di generare flussi di cassa negli esercizi futuri. Possiamo distinguere tra:
Con i primi è possibile valutare direttamente il valore del capitale azionario (equity valuation) mentre i secondi si utilizzano i flussi per valutare l'azienda nel suo complesso (firm valuation). È importante sottolineare che quando si parla di flussi di cassa generati dalle imprese si fa riferimento ai flussi attesi che, pertanto, deve essere stimati e attualizzati nel modo corretto.
I flussi di cassa disponibili per gli investitori sono definiti come i “flussi di cassa al netto di costi operativi, imposte e fabbisogni di reinvestimento ma al lordo degli oneri finanziari (interessi passivi e emissioni nette di debito)”.
I modelli basati sulla valutazione relativa, detti anche metodi indiretti, utilizzano il “Metodo dei Multipli” con il quale si procede al confronto con società comparabili sulla base di diversi indici o rapporti ("i multipli") che esprimono il valore dell'azione in funzione di alcune performance economico-patrimoniale della società.
Un multiplo di mercato è dunque un rapporto tra valori borsistici (prezzi di mercato) e grandezze economico-patrimoniali (grandezze di bilancio) di un'azienda. Il presupposto è che il valore di una società non possa differire in modo significativo dal valore espresso dal mercato per aziende di dimensioni simili, dello stesso settore ed operanti sui medesimi mercati geografici.
In questo modo è possibile evidenziare quali sono i titoli che appaiono sopravvalutati rispetto ai competitor (che potrebbero pertanto subire delle flessioni e ritornare, in applicazione del principio di mean reversione, verso il loro valore medio) e quelli che sono invece sottovalutati (che potrebbe essere delle interessanti opportunità di investimento per il medio termine).
I multipli possono essere raggruppati in due categorie:
I principali multipli relativi all'Equity side sono il Price to Earning ratio (P/E), il Price to Book Value ratio (P/BV), il Price to Sales ratio (P/S) e il Price to Cash Flow ratio (P/CF). Mentre per quanto riguarda la seconda categoria di multipli, i più noti sono l'Enterprise Value to Ebit (EV/Ebit), l'Enterprise Value to Ebitda (EV/Ebitda) e l'Enterprise Value to Sales (EV/Sales).
Le valutazioni basati sui multi sono molteplici e sono spesso condizionate da stime e congetture. In un’ottica di medio periodo un primo fattore che viene considerato è l’utile generato e il dividendo distribuito agli azionisti. Per ottenere il rendimento annuo di un’azione (denominato dividend yield) occorre confrontare il dividendo con il suo prezzo. Un’azione che quota 18 euro e che stacca un dividendo pari a 0,90 euro esprime un dividend yield del 5% annuo (0,9/18).
Per valutare se un titolo sia o meno interessante si deve confrontare questo valore con:
Un secondo parametro di valutazione utilizzato per capire se un titolo può essere interessante è costituito dal rapporto tra il prezzo di borsa e l’utile per azione (P/E, dall’inglese Price/Earnings). Il P/E indica quanti anni occorrono all’investitore per recuperare il prezzo pagato per l’acquisto del titolo (nell'ipotesi che la società sia in grado di garantire un flusso di utili pari a quelli presi in considerazione nel momento in cui si effettua la valutazione).
In generale:
In ottica di medio termine un valore medio di riferimento si colloca attorno a quota 18-20. Un titolo con un P/E inferiore a 15 viene considerato a sconto mentre se è superiore a 25 viene considerato caro.
Gli analisti calcolano solitamente due tipi di multipli:
Il PEG Ratio (Price/Earnings to Growth) è un indicatore che viene utilizzato per valutare la relazione tra il prezzo di un'azione con i suoi utili e la loro crescita futura. Per calcolare il PEG ratio è necessario dividere il P/E ratio (Price to Earnings ratio) per il tasso di crescita annuo atteso degli utili (EPS, Earnings per Share). Ad esempio, se un’azienda ha un P/E ratio di 20 e si prevede una crescita annua degli utili del 10%, il suo PEG ratio è 2. In generale:
Uno dei punti critici di questo rapporto è capire quale sia la previsione di crescita (growth) da inserire all’interno della formula. Alcuni analisti utilizzano il tasso di crescita stimato dagli analisti sulla crescita futura (a 3 e 5 anni), altri invece si basano sui dati storici e ipotizzano che la crescita futura sia simile a quella passata.
Consideriamo due aziende, A e B, appartenenti allo stesso settore. L’azienda A ha un P/E pari a 15 mentre l’azienda B ha un P/E pari a 20. Se ci dovessimo basarci unicamente sul P/E l’azienda A è quella più interessante perché ha un P/E ratio più basso. Questo rapporto, tuttavia, non considera il dato relativo alla crescita delle due società. Ipotizziamo che le previsioni degli analisti per i prossimi anni siano che la società A abbia un tasso di crescita del 10% annuo mentre la società B abbia un tasso di crescita previsto del 20% annuo
Se calcoliamo il PEG delle due società otteniamo che:
L’azienda B, considerando la crescita attesa, è quella più appetibile.
Per valutare la redditività aziendale si utilizzano solitamente due parametri:
Un terzo indicatore che viene spesso utilizzato per misurare la salute di un’azienda è il ROIC (Return on Invested Capital o Rendimento del Capitale Investito) in quanto segnala se l’impresa sta utilizzando in modo efficiente il capitale investito. Il ROIC rapporta infatti il reddito netto (al netto dei dividendi) al capitale totale. La formula con quale viene calcolato è la seguente:
ROIC = (Reddito netto – Dividendi) / Capitale totale.
Il ROIC indica il guadagno che l’impresa riesce ad ottenere tenendo conto del costo medio che paga per i propri debiti e per il capitale proprio (ossia del Weighted Average Cost of Capital, WACC).
Per comprendere l’andamento dei titoli azionari (in particolare di quelli tecnologici) può essere di aiuto conoscere qual è il tipico ciclo di vita aziendale. Quest’ultimo, infatti, è simile al volo di un aereo: si decolla, si sale, ci si stabilizza e poi si atterra. Il ciclo di vita aziendale, quindi, è la naturale progressione di un’azienda nelle fasi di avvio, di espansione, di turbolenza e poi di maturità e declino. La durata di ogni fase, a seconda di vari fattori interni ed esterni, può variare sia come durata sia come intensità.
La fase di avvio è quella dove l’azienda lancia i primi prodotti o servizi e acquisisce i primi clienti (i cosiddetti early adopter). In questa fase le vendite sono basse, i costi iniziali sono alti e spesso si subiscono delle perdite.
La seconda fase è quella dell’espansione dove le vendite aumentano (in modo più o meno deciso) e con esse anche i profitti e i flussi di cassa diventano via via positivi. Il posizionamento e l’acquisizione di nuove quote di mercato richiede tuttavia dei continui investimenti: ecco perché i profitti sono ancora bassi.
La terza fase è quella della turbolenza ed è provocata dall’ingresso di nuovi concorrenti sul mercato che spesso si affacciano con proposte aggressive. In questa fase le vendite continuano a crescere, anche se più lentamente, ma i profitti e i margini si riducono.
Si entra in questo modo nell’ultima fase che è quella della maturità (e del possibile declino) con le vendite che, dopo aver raggiunto il loro picco massimo, iniziano a diminuire mentre i profitti continuano a scendere (e a volte diventano perdite). Se c’è una solida base di clienti l’azienda riesce a sopravvivere ma, senza un miglioramento dei prodotti e dei servizi, il calo delle vendite e la perdita di quote di mercato potrebbero condurla in una crisi economico-finanziaria dalla quale è difficile riprendersi.
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