Il dividendo rappresenta la distribuzione ai propri azionisti di una parte dell’utile di bilancio maturato dalla società in un determinato periodo (solitamente annuale), coerentemente con la situazione economico-finanziaria aziendale, con il piano di sviluppo pluriennale e con le politiche di distribuzione dei dividendi.
Non è detto che un azionista riceva un dividendo, neppure nel caso di un esercizio chiuso in utile. Un utile di bilancio, infatti, anziché essere distribuito agli azionisti, può essere utilizzato per altri obiettivi ad esempio ripianare delle perdite pregresse, compiere degli investimenti o rafforzare la società dal punto di vista patrimoniale.
Il rendimento annuale da dividendi azionari (“Dividend Yield”, ottenuto come rapporto tra il dividendo per azione e la quotazione borsistica del titolo) è il metro di misura per confrontare la remunerazione agli azionisti da parte delle società quotate. In ogni caso occorre tenere presente che si tratta di un rendimento al lordo dell’imposizione fiscale: per i residenti italiani viene infatti applicata un’imposta secca del 26% sui dividendi (che non devono poi essere dichiarati all’interno della dichiarazione dei redditi).
Oltre al settore dell’energia, anche quello dei servizi di pubblica utilità (“utility”, principalmente acqua, luce e gas) è storicamente tra i più soddisfacenti in termini di dividendi per azione e di relativa affidabilità nel corso del tempo. Il settore viene definito “bond proxy” poiché è in grado di concorrere con i rendimenti offerti dai titoli di stato decennali.
Il dividendo è quella parte (totale o parziale) dell’utile societario che viene distribuita agli azionisti.
Ha diritto ad incassare il dividendo l'azionista che possiede il titolo in chiusura della seduta precedente a quella dello stacco del dividendo. Questo significa che se l'azionista vende il titolo dopo l'apertura del giorno dello stacco, incassa comunque il dividendo. Al contrario invece, l’azionista che acquista il titolo successivamente all'apertura nel giorno dello stacco del dividendo non ha diritto ad incassare il dividendo.
Le due date importanti sono:
Ipotizziamo che il titolo Eni distribuisca un dividendo di 0,50 centesimi ad azione e che verrà staccato lunedì 20 maggio, con pagamento previsto per mercoledì 22 maggio. Questo significa che chi possiede il titolo Eni alla chiusura di venerdì 17 maggio ha diritto ad incassare il dividendo (anche se, ad esempio, vende il titolo subito dopo l'apertura del 20 maggio) che gli sarà poi pagato/accreditato sul conto, il giorno 22 maggio. Chi invece acquista il titolo Eni dal giorno 20 maggio in poi non ha diritto ad incassare il dividendo.
È opportuno evidenziare che il giorno dello stacco del dividendo, la quotazione del titolo si deprezza di un importo pari all'ammontare del dividendo staccato. Se, ad esempio, alla chiusura della seduta precedente lo stacco del dividendo (nel nostro esempio alla chiusura di venerdì 17 maggio), Eni quotava 10 euro e il dividendo è di 0,50 centesimi, il giorno dello stacco il prezzo teorico di apertura è di 9,50 euro.
I guadagni in conto capitale, cioè quelli che si concretizzano solo nel momento della vendita e quindi con la chiusura parziale o totale dell’investimento, si misurano (in termini monetari) come differenza tra il prezzo di vendita e il prezzo di acquisto (o “di carico”). Questa differenza, moltiplicata per la quantità di azioni venduta, determina il guadagno (se la differenza è positiva, in inglese capital gain) o la perdita in conto capitale (se la differenza è negativa, in inglese capital loss) derivante dall’investimento.
Le eventuali perdite su azioni riducono l’importo imponibile degli eventuali capital gain futuri: nell’anno in cui si sono generate le minusvalenze su negoziazioni azionarie, e per i quattro anni successivi (fino al 31/12 del quarto anno successivo, dopodiché si definiscono “scadute”), concorrono ad alimentare una sorta di serbatoio, definibile come il serbatoio delle perdite azionarie complessive non “scadute”, che serve per detassare automaticamente i futuri capital gain ottenuti dalla negoziazione di azioni.
Le plusvalenze su azioni, al netto delle perdite pregresse, sono soggette a una tassazione secca del 26% per i residenti in Italia, identica cioè alla tassazione dei dividendi, ma escludendo la doppia imposizione, italiana ed estera, se l’azione è emessa da una società che non è fiscalmente residente in Italia. Il calcolo, effettuato quotidianamente alla chiusura dei mercati azionari così come il relativo pagamento all’Agenzia delle Entrate, viene condotto in modo automatico dall’intermediario finanziario che agisce come sostituto d’imposta, senza quindi necessità di riportare alcunché nella dichiarazione dei redditi.
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