I pretendenti italiani dell'ex Ilva ci sono. E hanno fatto un primo passo avanti, ma a precise condizioni. Il consiglio di presidenza di Federacciai ha dato mandato al presidente Antonio Gozzi di verificare con il governo l'esistenza di alcuni presupposti necessari per presentare una manifestazione di interesse per alcune aree dello stabilimento di Acciaierie d'Italia.
Il direttivo di Federacciai, riunitosi ieri, ha infatti dato il via libera a Gozzi a trasmettere agli enti competenti, per conto di un gruppo di aziende italiane, una manifestazione di interesse subordinata alla verifica di una serie di «condizioni abilitanti» necessarie per consentire l'intervento industriale. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, tra i nomi che potrebbero comporre la cordata ci sono Arvedi, Duferco, Marcegaglia, Feralpi e Acciaierie Venete. Ma, come ammesso dallo stesso Gozzi in colloquio con l'Ansa, l'interesse è arrivato «praticamente da quasi tutti gli operatori nazionali».
Quello di ieri comunque è stato il primo passo della possibile cordata italiana, ipotesi emersa (e auspicata) già nei giorni precedenti l'incontro durante il tavolo sulla crisi dell'ex Ilva convocato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Federacciai, Confindustria e Federmeccanica stanno lavorando all'ipotesi di coinvolgere imprese italiane nella partita nel tentativo di aggiungere un'offerta nazionale a quelle dell'unico operatore straniero rimasto in gara, ossia l'indiana Jindal.
La cordata però non sarebbe intenzionata a prendere in carico l'intero stabilimento, su cui pesa la sentenza della Corte d'Appello di Milano che ha imposto la chiusura dell'area a caldo (ovvero il cuore produttivo dell'ex Ilva) fino alla rimozione dell'amianto ancora presente e alla riduzione delle emissioni entro limiti di sicurezza.
L'ipotesi su cui si lavora è dunque quella di rilevare e rilanciare le attività dell'area a freddo, cioè l'ala dello stabilimento che lavora l'acciaio ma non lo produce.
Nel frattempo bisognerà realizzare due forni elettrici e un Dri (ferro preridotto), ovvero la coppia tecnologica chiave per la transizione ecologica della siderurgia; interventi che comporterebbero almeno tre anni di lavori. Al resto dovrà pensarci il governo. Sempre secondo quanto risulta a questo giornale, è probabile che nelle discussioni che saranno intavolate con l'esecutivo la cordata italiana chieda allo Stato di farsi carico della bonifica dell'area a caldo e dei lavoratori oggi impegnati in quella parte dello stabilimento (e in larga parte in cassa integrazione). Perché il problema a Taranto non è soltanto industriale, ma anche occupazionale e ambientale. La chiusura dell'ala produttiva rischia di trasformarsi in una crisi occupazionale, con migliaia di lavoratori direttamente coinvolti e un indotto che dipende dalla continuità produttiva dello stabilimento. Non è un caso che Urso abbia parlato della necessità di un «piano straordinario per Taranto». C'è una questione di sicurezza nazionale che riguarda 20 mila occupati diretti e indiretti e che implicitamente richiama la salute dei lavoratori. Taranto venne dichiarata area a elevato rischio di crisi ambientale già nel 1990 e per troppo tempo la vicenda dell'ex Ilva è stata raccontata come scontro tra chi difendeva l'ambiente e chi difendeva il lavoro. Una contrapposizione che finora ha prodotto soltanto sconfitti.
Ma basta guardare all'estero per capire che la transizione può essere anche una politica industriale. In Svezia il colosso siderurgico Ssab sta guidando la transizione verso l'acciaio verde. Nato per salvare un comparto in crisi, oggi il gruppo - partecipato dai governi svedese e finlandese - punta a sostituire gli altoforni a carbone con forni elettrici e impianti alimentati a idrogeno con l'obiettivo di ridurre drasticamente le emissioni entro il 2027. A Oxelösund e Luleå, a cento chilometri dal circolo polare artico, si sta sperimentando un processo innovativo che utilizza idrogeno al posto del carbone, emettendo solo acqua. (riproduzione riservata)