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Se ogni tanto trascorrete i vostri pomeriggi a cercare su JustEtf o sul sito di Borsa Italiana per conoscere le ultime novità in tema di prodotti di investimento, è difficile che negli ultimi mesi non vi siate imbattuti negli Etf attivi.
I dati parlano chiaro: il 2025 è stato l'anno degli Etf attivi. Pensate che, sugli oltre 280 Etp (la macro-categoria degli Etf) quotati a Milano lo scorso anno, circa il 40% sono attivi. E le loro masse in Europa, calcola JustEtf, sono aumentate dai 4 miliardi di euro del 2020 agli oltre 60 attuali.
Da qui la domanda: ma questi Etf attivi sono davvero utili per il nostro portafoglio? Proviamo a fare chiarezza.
Un Etf attivo è un prodotto finanziario ibrido che condivide con gli Etf la caratteristica principale, cioè l'essere quotato in borsa, e con i tradizionali fondi comuni la gestione attiva.
L'Etf non si limita a fare copia-incolla di un indice di mercato preso come benchmark, ma viene costruito da un gestore di professione che cerca, con le sue competenze, di generare una performance migliore rispetto al mercato.
Una prima occhiata ai numeri sembrerebbe giocare fin da subito a sfavore degli Etf attivi: come calcolato da Morningstar, tra metà 2024 e metà 2025 meno di un gestore azionario attivo è riuscito a battere il mercato. Se si allarga l'orizzonte a dieci anni, solo un misero 13,5% dei gestori di professione è riuscito nell'impresa.
E allora, perché questi Etf attivi spuntano come mosche? Si tratta di una battaglia di retroguardia dei gestori tradizionali che cercano di giocare in questo modo le loro ultime cartucce?
In realtà no. Sempre Morningstar calcola che una buona fetta della performance peggiore dei fondi comuni dipende non tanto dalle abilità dei gestori, ma dei costi che vengono "caricati" sui prodotti. Molti di questi costi, nel sistema del risparmio gestito tradizionale, sono quelli che vengono dati (in termini tecnici, retrocessi) ai soggetti collocatori, cioè le banche e le reti di consulenza.
Gli Etf attivi, essendo quotati e direttamente negoziabili dagli investitori, disintermediano la filiera, andando a calmierare i costi. Con un effetto che, questa è la scommessa, dovrebbe essere benefico per la performance di lungo periodo.
Quello che a noi interessa però è capire se questi prodotti funzionano. Attualmente, gli investitori europei hanno a disposizione (fonte JustEtf) circa 315 Etf attivi, di cui 200 azionari e 104 obbligazionari.
Un altro motivo per cui lo scorso anno si è assistito al boom di quotazioni è la normativa sugli Etf semi-trasparenti, entrata in vigore lo scorso anno, che permette ai gestori di ritardare l'informativa sulle posizioni in portafoglio di tre mesi. In pratica, non sono costretti a rivelare da subito la loro "formula magica".
Ma in realtà i gestori di Etf attivi non sono, o almeno non lo sono per la maggior parte, alchimisti che sperimentano bizzarre combinazioni di portafoglio. In linea di massima, i gestori di Etf attivi tendono (salvo alcune eccezioni) ad "autovincolarsi" a un benchmark, attribuendosi un margine di manovra più o meno sottile che permette loro di discostarsi.
Un report di Scope Ratings individua tre tipologie di Etf attivi in Europa:
Nell'ultima categoria rientra l'Etf attivo più iconico al mondo, l'Ark Innovation di Cathie Wood: da molti commentatori considerata come l'altra faccia della medaglia rispetto a Warren Buffett, Wood è famosa per avere individuato nel corso della storia alcune delle storie tecnologiche di maggior successo, e per averci investito quando erano ancora poco più che startup.
Va da sé che ogni categoria di attivi ha costi diversi, comunque ben inferiori ai fondi comuni che, non essendo quotati, includono al loro interno tutta una serie di ulteriori balzelli legati alla distribuzione. Secondo quanto calcolato da Scope Rating, tra gli Etf attivi azionari:
E arriviamo alla parte che ci interessa di più: gli Etf attivi funzionano o no in portafoglio?
Il vero punto riguarda il perché un investitore dovrebbe scegliere un Etf attivo. E qui va fatta una distinzione importante tra investimenti azionari e obbligazionari:
A questo punto, prendiamo l'Etf attivo azionario più grande per masse in gestione, un prodotto di Jp Morgan sulle azioni americane da oltre 9 miliardi di euro di masse, e mettiamolo a confronto con l'S&P 500.
L'Etf, che costa 20 punti base all'anno (contro i 7 punti del più grande prodotto passivo sulle azioni americane) seleziona società statunitensi con l'obiettivo di battere l'S&P 500, ma applicando filtri di sostenibilità Esg. Include al suo interno 240 partecipazioni, e tecnicamente rientra nella categoria degli Etf constrained: tra le prime partecipazioni, ad esempio, Nvidia pesa lo 0,35% in più rispetto all'S&P classico, Apple lo 0,14% in più, Tesla lo 0,1% in meno.
Nell'ultimo anno l'Etf attivo di Jp Morgan ha guadagnato (in euro e al netto dei costi) il 4,1%, fallendo nell'intento di battere il benchmark (5,4%). Ma su un orizzonte di cinque anni vince, anche se di pochissimo, l'Etf attivo (che, ricordiamolo, costa di più): +104,8% contro +103,4%. Una differenza che, al netto di volatilità, timing e tasse, è statisticamente irrilevante per l’investitore medio.
E voi: vi siete imbattuti negli Etf attivi? Li avete comprati o avete considerato di comprarli? Fatemelo sapere alla mail mcapponi@class.it. Noi, come sempre ci sentiamo la prossima settimana!