L'industria europea del risparmio gestito sta vivendo una trasformazione epocale. Da una parte la presenza sempre più massiccia degli Etf passivi e del fai-da-te, che sfidano il tradizionale modello dei fondi attivi venduti attraverso la rete di distribuzione bancaria con commissioni di retrocessione. Dall'altra, una riscoperta dei mercati domestici (e di quelli emergenti), a scapito del colossale mercato azionario a stelle e strisce, peraltro sempre più concentrato in pochissimi nomi di titoli tecnologici e dell'intelligenza artificiale (si veda l'articolo in pagina).
Questa rivoluzione offre però tutta una serie di opportunità per gli investitori, e di riflesso per le società di gestione che dagli Stati Uniti guardano sempre più all'Europa come un bacino di crescita per il mercato degli Etf, con una speciale attenzione per quelli a gestione attiva. L'investitore del Vecchio continente, notano in particolare i colossi della gestione del risparmio Usa che si spostano in Europa, non si accontenta più soltanto di un'offerta ampia e generalista, ma è alla ricerca di prodotti a basso costo ma sempre più finalizzati a esigenze di investimento mirate.
Uno degli asset manager dal dna americano ma che ha fatto dell'Europa un hub strategico, tanto da aver lanciato anche nel Vecchio continente una gamma di Etf attivi, è AllianceBernstein, come racconta a MF-Milano Finanza il presidente Onur Erzan.
Domanda. Ha assunto la presidenza di AllianceBernstein in un momento di forte incertezza per i mercati. Come interpreta questa fase?
Risposta. Viviamo in un contesto in cui l'incertezza non può più essere considerata un fenomeno episodico. È diventata una componente strutturale con cui investitori, aziende e asset manager devono imparare a convivere. Come gestore attivo presente sul mercato dal 1967, AllianceBernstein ha attraversato molti cicli diversi e negli ultimi cinque anni ha dovuto confrontarsi anche con diversi shock, inclusi quelli legati alle catene di approvvigionamento. Gli sviluppi in Medio Oriente e le disruption successive al Covid confermano che gli shock degli ultimi anni non sono stati episodi isolati.
D. Cosa significa nel concreto?
R. Significa anzitutto evitare letture semplicistiche di un contesto che è diventato più complesso. Questo richiede rigore nella gestione del rischio, maggiore attenzione alla diversificazione e una lettura dei fondamentali che non sia condizionata dai movimenti di breve periodo. In Europa c'è un elemento aggiuntivo: la distribuzione sta cambiando. Scala e ampiezza dell'offerta restano importanti, ma non sono più sufficienti. Conta sempre di più la capacità di lavorare insieme ai clienti, comprendere i vincoli locali e costruire partnership più strategiche.
D. La trasformazione riguarda anche i prodotti. A cominciare dagli Etf attivi.
R. Gli Etf attivi sono un passaggio importante della nostra evoluzione. Il mercato sta crescendo rapidamente perché molti investitori cercano strumenti efficienti e trasparenti, ma non vogliono rinunciare alla ricerca, alla selezione e alla gestione attiva. È un punto di incontro interessante tra innovazione di prodotto e bisogni concreti di portafoglio. Noi abbiamo lanciato il business degli Etf attivi alla fine del 2022 e negli Stati Uniti abbiamo superato i 16 miliardi di dollari con oltre 25 prodotti in meno di quattro anni. A partire da questo slancio abbiamo iniziato a espandere la piattaforma a livello internazionale, fino ad arrivare in Italia.
D. Pur essendo un asset manager globale, il vostro dna rimane statunitense. Avete notato un allontanamento degli investitori europei dall'azionario Usa?
R. È una tendenza che osserviamo, ma non la leggerei come una fuga dagli Stati Uniti. Molti investitori stanno guardando con maggiore interesse a Europa, Giappone e mercati emergenti, anche perché queste aree erano rimaste a lungo meno considerate nei portafogli globali. Gli Stati Uniti, però, restano centrali: per il peso negli indici, per la profondità del mercato e per il ruolo delle società americane nelle principali tendenze di crescita, a partire dall'AI. Il tema, quindi, non è abbandonare l'azionario Usa, ma evitare un'eccessiva concentrazione. Per molti clienti europei la priorità è costruire portafogli più bilanciati, con una diversificazione più consapevole tra regioni, settori e fonti di rendimento.
D. L'intelligenza artificiale è uno dei grandi motori della centralità del mercato americano. Che ruolo ha oggi l'AI all'interno del vostro gruppo?
R. L'AI è già entrata nel lavoro quotidiano, ma il punto non è sostituire il giudizio umano. Siamo ancora nelle prime fasi di un trend trasformativo: l'adozione dei modelli di AI generativa è stata molto più rapida rispetto ad altre innovazioni tecnologiche del recente passato, come internet o il mobile. Per ora la utilizziamo per raccogliere e analizzare informazioni, supportare il reporting, migliorare l'efficienza dei team e rendere più rapido l'accesso ai dati rilevanti. Nel nostro settore però il valore resta nella capacità di interpretare quelle informazioni. Molte aziende stanno ancora cercando di trasformare la sperimentazione in valore misurabile sui risultati economici: per riuscirci serviranno progressi tecnologici, maggiore attenzione alla gestione dei rischi e investimenti mirati. (riproduzione riservata)