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Donare bene non è facile. Ecco gli strumenti che il private banking offre per una filantropia più efficace
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Donare bene non è facile. Ecco gli strumenti che il private banking offre per una filantropia più efficace

13 giugno 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 15 giugno 2025, 00:12

In Italia la filantropia è poco diffusa: vale all’anno lo 0,2% dei 5 mila miliardi di ricchezza. A frenare i benefattori ci sono troppe richieste e mancanza di fiducia. Eppure gli strumenti per fare erogazione non mancano, dai più semplici come le polizze fino ai trust 

Nei giorni scorsi gli eredi di Ennio Doris e Silvio Berlusconi hanno effettuato una maxi donazione di 11 milioni di euro grazie alla quale saranno terminati entro fine anno i lavori a Monza della torre della ricerca promossa dalla fondazione Maria Letizia Verga impegnata nella cura e nella ricerca delle malattie pediatriche. Un esempio legato ai nomi di due famiglie molto note che potrebbe contribuire a diffondere la cultura della donazione in Italia che finora ha fatto fatica ad affermarsi.

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La fotografia della ricchezza

L’Italia è un Paese che complessivamente dona 10 miliardi di euro l’anno, appena lo 0,2% degli oltre 5 mila miliardi di euro della ricchezza finanziaria dei suoi cittadini, che sono peraltro tra quelli con il più grande patrimonio privato in tutto il mondo. Per fare un paragone gli americani, una popolazione solo sei volte maggiore di quella dell’Italia, donano 48 volte di più. Inghilterra, Francia e Germania hanno in proporzione numeri simili a quelli americani. Questi dati sono stati lo stimolo di un sondaggio condotto da Fondo Filantropico Italiano con Finer per capire perché gli italiani donano così poco. Esiste un ampio margine di miglioramento nel rapporto tra donatori ed enti del terzo settore, rileva l’analisi di Fondo Filantropico Italiano (si veda intervista in pagina). Anche perché «ci sono capitali senza eredi dove a ereditare può essere la comunità. Non si tratta di cifre da poco: oltre 20 miliardi di euro passeranno di mano entro il 2030 e che saliranno a 88 miliardi entro il 2040. Destinatario nessuno, quando invece potrebbero contribuire a finanziare comunità e progetti sociali», spiega Antonella Massari. segretario generale dell’Associazione italiana private banking (Aipb).

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Donare: un percorso a ostacoli

Il problema è anche che, a differenza di quanto si può pensare, non è facile donare. La scelta dell’ente da sostenere è per lo più individuale per il 79% degli intervistati, ma cresce la richiesta di un supporto professionale che sia in grado di rimuovere le diffidenze culturali verso lasciti e donazioni. «In Italia soltanto il 12% dei possidenti prepara un testamento e per la gran parte delle persone la questione ereditaria resta un qualcosa di sospeso, che spesso vien decisa alla fine sulla base di decisione d’impulso. Eppure, come attesa la ricerca del Fondo Filantropico Italiano, circa sette persone su dieci gradirebbero ricevere consulenza filantropica nella propria banca», aggiunge Massari. Dal report (tabella in pagina) risulta che l’11% si affida a figure ad hoc specializzate nella gestione degli investimenti come i private banker, in aumento dal 7% dell’anno precedente, mentre la percentuale di chi utilizza i consigli di un professionista generico (avvocato, commercialista) cresce meno (dal 9 all’11%).

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Gli sviluppi del private banking

In parallelo, negli ultimi anni il settore del private banking ha visto un aumento del numero di banche che includono qualche forma di consulenza filantropica nei loro servizi, sia attraverso l’istituzione di dipartimenti interni sia grazie a partnership con consulenti esterni. Quest’ultimo è il modello prevalente in Italia: i private banker si rivolgono ai consulenti filantropici che guidano i donatori nel variegato mondo del terzo settore. Decidere quali buone cause sostenere e in che modo è difatti complesso per molti motivi, non ultimo l’enorme numero di organizzazioni che cercano donazioni. I donatori quindi fanno fatica ad orientarsi di fronte a tante richieste. Non solo. Altri grandi detentori di patrimoni lamentano la scarsa trasparenza degli enti del terzo settore, ed esperienze negative pregresse (tabella in pagina). «Insomma donare bene non è facile: in gioco non ci sono soltanto le dinamiche familiari, ma anche la certezza da parte del donatore di raggiungere gli obiettivi e garantire al proprio lascito una gestione trasparente ed efficace», avverte Massari.

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Gli strumenti non mancano

 «Da qui la necessità di indirizzare i donatori verso gli strumenti più adeguati ai loro obiettivi e alla dimensione del loro patrimonio», aggiunge Massari. Strumenti filantropici che in Italia restano per lo più sconosciuti (tabelle in pagina) anche se a disposizione dei filantropi c’è un ampio ventaglio di veicoli. «Tra i più semplici da utilizzare citiamo donazioni, lasciti, polizze vita ed erogazioni liberali che possono risultare vantaggiose anche da un punto di vista fiscale. Le polizze intestate a un terzo ad esempio sono escluse dall’asse ereditario ed esenti da imposte tranne per i rendimenti di natura finanziaria, così come sono generalmente esenti le donazioni liberali», dice Massari. Esistono poi veicoli più complessi, «che richiedono pianificazione strategica, la costruzione di una struttura organizzata e buone regole di trasparenza, ma che garantiscono un impatto più forte e diretto sugli obiettivi sociali, artistici o culturali che il donatore si è dato», prosegue Massari.

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Dai trust ai fondi

A partire dal trust che è il più noto tra i grandi donatori italiani: il 45% dichiara di conoscerlo o di essere intenzionato ad usarlo. Il trust però ha potenzialità più ampie rispetto alla sola donazione quindi spesso si preferisce rivolgersi a strumenti più specializzati, come le fondazioni di famiglia, più note fra gli individui con patrimoni tra 500 mila e 1 milione di euro (73%) e utilizzate soprattutto dagli imprenditori (17%). Ma come sottolinea Andrea Vicari, fondatore di Vicari Avvocati, negli ultimi anni si stanno sviluppando strumenti filantropici alternativi alla classica fondazione di famiglia, a causa di alcuni limiti imposti dall’ordinamento italiano. Il primo limite riguarda la finalità: in Italia, una fondazione di famiglia può perseguire esclusivamente obiettivi di pubblica utilità e non può combinare la gestione del patrimonio famigliare con l’attività filantropica, come invece accade in altri Paesi. Il secondo aspetto critico è «l’onere burocratico e organizzativo: una fondazione richiede una struttura complessa, con un consiglio di amministrazione, bilanci e reportistica dettagliata. Questo implica costi significativi, che in alcuni casi finiscono per sottrarre risorse alla filantropia stessa. Infine, c’è il tema della privacy. La fondazione deve essere registrata pubblicamente, rendendo visibili sia il fondatore sia i fondi impiegati, un aspetto che alcune famiglie preferirebbero evitare», afferma Vicari.

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Gli ultimi arrivati: i Daf

Per superare queste difficoltà, si stanno diffondendo strumenti alternativi come il fondo filantropico (o Donor Advised Fund, Daf), soluzione promossa da grandi organizzazioni che offrono ai donatori la possibilità di appoggiarsi alla loro struttura per gestire le risorse destinate alla filantropia. Un’altra opzione è la fondazione fiduciaria che permette di destinare beni a uno scopo specifico. In particolare, rileva l’osservatorio di Fondo Filantropico Italiano, quasi nessuno in Italia conosce e utilizza i Daf anche se tra gli imprenditori il 10% ha dichiarato di essere interessato allo strumento in futuro. Il Daf è un fondo filantropico vincolato ad uno specifico scopo, istituito all’interno di una fondazione già esistente («fondazione ombrello»). Guardando all’esperienza estera (grafico in pagina) negli Usa ci sono oltre 1,9 milioni di Daf cui fanno riferimento quasi 230 miliardi di dollari gestiti.

In Belgio la King Baudouin Foundation annovera più di mille Daf e 1 miliardo di euro in gestione. In Francia solo Fondation de France conta 977 Daf con un patrimonio totale di 1,5 miliardi di euro. In Svizzera i Daf sono stati introdotti solo recentemente, eppure la Swiss Philanthropy Foundation ha già 75 fondi con 300 milioni di franchi di patrimonio.

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Le agevolazioni fiscali

L’80% degli intervistati nel sondaggio di Fondo Filantropico Italiano-Finer sostiene che maggiori agevolazioni fiscali costituirebbero un incentivo a donare di più. Tuttavia quasi nessuno conosce i vantaggi fiscali derivanti dalle donazioni (88%), né quelli per gli individui né per le aziende (tabella in pagina).

Per chi dona a enti del terzo settore, nel caso di persone fisiche, è prevista la detraibilità al 30% per le erogazioni in denaro o in natura con un tetto massimo di 30 mila euro per ciascun periodo di imposta. In alternativa, è prevista la deducibilità delle donazioni fino al 10% del reddito netto dichiarato con possibilità di riportare eventuali eccedenze fino al quarto anno di imposta successivo. Se a donare invece è un’azienda è possibile optare per la deducibilità degli importi versati fino al limite 10% del reddito complessivo netto dichiarato, senza alcun tetto. Nel caso in cui la deduzione sia superiore al reddito complessivo netto dichiarato, l’eccedenza può essere utilizzata in deduzione fino al quarto periodo d’imposta successivo. (riproduzione riservata)



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