Questo articolo è stato pubblicato su 4 soldi da investire, la newsletter di Marco Capponi per iniziare a investire in modo consapevole. Per riceverla basta iscriversi da qui.
Come ormai sapete molto bene se seguite questa newsletter (e il relativo podcast) da un po', l'approccio agli investimenti che tendo a proporre e analizzare è sempre quello più ampio e generalista possibile: Etf a basso costo, ben diversificati, con qualche scommessa mirata in modo tale che non costituisca mai la parte centrale del portafoglio.
Tra queste scommesse rientrano anche quelle in singole azioni, e infatti ricevo quotidianamente tante vostre mail in cui mi chiedete di analizzare le regole di base - NON i consigli: quelli non POSSO e non VOGLIO darveli - per selezionare dei singoli titoli.
Una domanda che mi fate molto spesso è questa: meglio scegliere delle azioni che distribuiscono dividendi, che fanno buyback o che reinvestono i loro utili per fare ricerca e sviluppo o per operazioni straordinarie?
Proviamo a familiarizzare un po' con i termini. Le società quotate che realizzano degli utili possono scegliere diverse strade su come utilizzarli. Alcune servono a remunerare i soci/azionisti, altre a investire per far crescere l'azienda. Le vie principali (anche se non le uniche) sono:
Sicuramente lo stacco di una cedola è la strada maestra per chi vuole ricevere un reddito costante e più o meno prevedibile: alla data dello stacco si riceve subito il denaro nel proprio conto corrente.
Il vero svantaggio però è quello fiscale: il valore lordo della cedola viene decurtato immediatamente del 26%, l’aliquota che in Italia si applica alle rendite finanziarie diverse dai titoli di Stato.
Come regola di base, chi cerca una distribuzione periodica (magari nell’ambito di una strategia di income investing) può trovare nel dividendo il metodo di distribuzione degli utili ottimale. Tanto più se si vanno a scegliere società – o Etf specializzati – che distribuiscono da anni cedole regolari o crescenti: quelli che vengono definiti anche aristocratici del dividendo.
Un esempio da accademia di aristocratico del dividendo è Coca-Cola: l'azienda ha un prodotto fortissimo e unico in tutto il mondo, e su questo prodotto è leader di mercato. Ogni tanto innova, certo (pensiamo alla Coca Zero) o fa acquisizioni mirate, ma non deve investire in maniera massicia una parte dei suoi utili in ricerca e sviluppo. Per questo, può permettersi di ricompensare i suoi azionisti con cedole crescenti e facilmente prevedibili. D'altronde, se anche ci fosse una tremenda recessione globale è difficile che la gente smetta di bere Coca-Cola dall'oggi al domani.
La filosofia del buyback è differente. L’investitore non gode di un beneficio immediato nel suo conto corrente, ma di un valore che si riflette (o meglio, DOVREBBE riflettersi) sul prezzo di mercato dell’azione dopo il "gioco" della cancellazione delle azioni.
Un valore teorico, che diventa effettivo solo quando si sceglie di vendere l’azione: non c’è quindi nessuna tassazione diretta. Si paga il 26% solo su un’eventuale plusvalenza quando si vende il titolo: ma questo principio vale per tutte le azioni.
Il vero problema del buyback è un altro: il meccanismo che c'è alla base è un artificio finanziario, un meccanismo - lecito e anche apprezzato dal mercato - per provare a far alzare il prezzo delle azioni. Ma si basa pur sempre su una divisione da matematica delle scuole medie! Non è detto che il prezzo salga subito. Il mercato guarda anche a prospettive, debito usato per finanziare il buyback, qualità dell’azienda. NON ci sono leggi meccaniche quando si parla di azioni!
Quindi, affinché un buyback sortisca l'effetto sperato ci devono essere alcune condizioni: ad esempio, le valutazioni dei titoli devono essere ragionevoli. Le aziende - questa è la critica di vari analisti ad alcune quotate americane, che stanno facendo buyback come mai nella storia - potrebbero usare i riacquisti di azioni per "sostenere" il valore di titoli troppo cari, evitandone la caduta. In questo caso il buyback non sarebbe altro che un'operazione di cosmesi finanziaria, non giustificata dai fondamentali di borsa e di bilancio.
I buyback piacciono tanto anche in Italia (come racconto in questo articolo di Milano Finanza, le aziende di Piazza Affari hanno in corso piani per oltre 10 miliardi), soprattutto da società come banche, assicurazioni, dell'energia. Da noi le valutazioni sono molto più ragionevoli, e quindi i buyback in corso appaiono molto più "giustificati" rispetto a quelli di tante società americane.
Ma non dimenticate di fare bene i compiti a casa: la qualità di un buyback si giudica dalle valutazioni dei titoli, dalle loro prospettive di crescita, dalla qualità del management. Un'altra critica fatta alle società americane è quella di fare le "furbette" con i buyback, usandoli per gonfiare i bonus ai loro manager, che spesso vengono conferiti loro in pacchetti azionari. E se questi pacchetti valgono di più...anche il bonus varrà di più! Ma senza sborsare un solo centesimo aggiuntivo.
E poi ci sono le aziende che reinvestono gli utili. Ad esempio, tutte quelle società tecnologiche che rientrano sotto il cappello di titoli growth (ad alta crescita) e che hanno bisogno di usare i loro utili per creare software innovativi, attrarre i migliori ingegneri o sviluppatori, "mangiarsi" la concorrenza inglobandola al proprio interno (come ha fatto Facebook con Instagram).
Un reinvestimento degli utili non dà un beneficio in contanti all’investitore (come il dividendo), né è finalizzato a far crescere in modo diretto il valore del titolo (buyback), ma se fatto nel modo corretto - e da una società con le carte in regola per farlo - può portare a un apprezzamento importante nel lungo periodo.
Anzi, il mercato spesso è deluso da un'azienda in forte crescita che all'improvviso decide di non reinvestire gli utili e di staccare un dividendo: sta forse provando a "imbonirsi" i soci perché le cose non vanno poi così tanto bene?
Meta, per fare un esempio, ha distribuito il suo primo dividendo solo nel 2024, a valere sugli utili dell’anno precedente. Ma è difficile sostenere che l’investimento nella ex Facebook non sia stato vincente, visto che dalla quotazione a oggi ha registrato un tasso di crescita annuo superiore al 25%. Con una volatilità importante, tipica di molti investimenti growth: una volatilità che bisogna essere disposti a tollerare.
E voi, avete mai scelto le azioni in base a come "premiano" i soci? Fatemelo sapere alla mail mcapponi@class.it o podcast@class.it. E fatemi sapere anche se volete un approfondimento su come tracciare un identikit di un'azione in base a fondamentali, valutazioni, aspettative di crescita.
Noi ci sentiamo la prossima settimana! Buone vacanze (o buon rientro)