Tra titoli crollati in borsa e listini prezzi che rischiano di salire alle stelle, l’effetto dei dazi sulle big tech rischia di essere di dimensioni notevoli. Per questo motivo, secondo alcune indiscrezioni stampa, nella residenza di Mar-a-Lago (Florida) del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sarebbe già iniziato il via vai dei rappresentanti dei colossi tech per chiedere un dietrofront sulle tariffe.
I dazi rischiano di danneggiare la catena di fornitura delle società, rendendo molto costoso l’arrivo in America di componenti prodotti altrove. Questo problema riguarda innanzitutto Apple, i cui dispositivi provengono in maggioranza da stabilimenti cinesi. Dal 10 aprile Pechino si vedrà applicare un maxi dazio del 54%, frutto della somma tra le tariffe già in vigore, pari al 20%, e quelle annunciate da Trump il 2 aprile, ovvero un altro 34%.
Secondo gli analisti, l’impatto può essere di un incremento dei costi fino al 40% per Apple. Se Cupertino scaricasse gli aumenti sui consumatori, il modello più economico di iPhone 16 - lanciato negli Stati Uniti a 799 dollari - potrebbe superare i 1.140 dollari, secondo calcoli basati sulle proiezioni di Rosenblatt Securities. Un iPhone 16 Pro Max da 1.599 dollari, invece, potrebbe costare quasi 2.300 dollari.
Nel calderone delle tariffe non è stata risparmiata nemmeno Taiwan, sede di Tsmc, uno dei principali produttori di chip al mondo. Tra i clienti della società ci sono le principali aziende tecnologiche, tra cui Nvidia, Amd, Intel e di nuovo Apple. Trump ha imposto a Taiwan dazi del 32% che impatteranno sugli acquisti di processori delle aziende americane, costrette ad assorbire importanti aumenti dei costi o a scaricarli sui clienti, alzando i prezzi.
Inoltre, nel caso di Nvidia alcuni timori sui costi erano emersi già prima del «Liberation day» di Trump, ovvero del giorno dei dazi generalizzati. «Il margine lordo è previsto in calo al 71%, rispetto al 73,5% del trimestre precedente, segno che i costi di produzione stanno aumentando», osserva Gabriel Debach, market analyst di eToro. «Gli investitori temono che, se la crescita di Nvidia rallenterà ulteriormente, la valutazione del titolo potrebbe subire un ridimensionamento».
Infine, i titoli delle big tech arrivano da settimane di sell-off in borsa. La lunga fase di crescita, in cui i Magnifici 7 hanno fatto da locomotiva ai listini americani, guidando l’S&P 500 (di cui pesano per circa un terzo della capitalizzazione complessiva), è ormai lontana. Il trend discendente cominciato a inizio 2025 non sembra arrestarsi e anche nel pre-market del 7 aprile i titoli perdono terreno: Apple (-7,3% il 4 aprile) cede il 2,5%, Nvidia il 3%, Microsoft il 2,6% (dato alle 12 del 7 aprile). (riproduzione riservata).