L'ultimo grande colpo messo a segno nelle M&A della moda è stato quello di Golden Goose, acquisita da Hongshan capital a giugno per un controvalore di 2,5 miliardi di euro. È stata l'operazione più rilevante tra quelle concluse nel primo semestre di quest'anno, che si è rivelato particolarmente cauto con soli 15 closing mappati dall'osservatorio di PwC legato a brand, filiera e distribuzione. Nel 2025 la situazione era stata certamente più effervescente, con una settantina di conclusioni tra cui quella più rilevante che ha portato Prada ad acquisire Versace. Ora le aspettative per il secondo semestre, secondo PwC, sono principalmente legate a due nomi di assoluto riferimento per la moda e il lusso made in Italy, il gruppo Armani e Dolce&Gabbana. Per quanto riguarda l'impero lasciato da Giorgio Armani dopo la sua scomparsa, molti analisti lo definiscono «il più grande dossier successorio nella storia del lusso mondiale». I due testamenti delineano un percorso articolato per il futuro dell'azienda su cui stanno attualmente lavorando gli advisor. A maggio, sei mesi dall'apertura della successione, è emersa l'ipotesi di una vendita del 15% suddivisa in tre quote separate ai tre gruppi candidati. L'Oréal, che detiene la licenza beauty dal 1988 rinnovata fino al 2050 con circa 1,5 miliardi di fatturato attribuibile, ha mostrato l'interesse più concreto, mentre EssilorLuxottica, licenziataria dell'eyewear dal 1988 (contratto fino al 2037), sarebbe interessata a una quota di minoranza del 5-10%. E poi c'è la posizione di Lvmh che viene descritta come «più articolata», poiché è l'unico player fashion-luxury puro tra i tre, ma un ingresso minoritario potrebbe non essere coerente con la sua strategia di controllo totale. Quanto a Dolce&Gabbana, già nell'estate 2024 fonti finanziarie avevano indicato che la maison stesse valutando l'ingresso di un investitore di minoranza. Nel 2025 si sono intensificati i rumor sull'interesse di fondi sovrani, in particolare di Gic (Singapore) e Pif (Arabia Saudita), per una quota minoritaria del gruppo. Nel frattempo, la governance si è evoluta con la nomina di Stefano Cantino, ex Gucci e Lvmh, nel ruolo di co-ceo, un segnale di progressiva managerializzazione della struttura. «Il tema successorio resta il nodo centrale», afferma Emanuela Pettenò, consumer markets Pwc Italy leader. «La maison non ha un piano di continuità dinastica e il mercato si aspetta che, nel medio termine, un partner finanziario o industriale entri nel capitale per garantire la transizione. Con un brand di primissima fascia, una struttura verticalizzata (incluso il beauty) e un posizionamento globale consolidato, Dolce&Gabbana è uno degli asset più ambiti del lusso europeo, ma anche uno dei più complessi da negoziare, data la volontà dei fondatori di mantenere il controllo creativo». Domenico Dolce e Stefano Gabbana non hanno infatti eredi diretti e hanno a lungo difeso l'indipendenza della maison milanese, fondata nel 1985 e oggi controllata all'80% dalla holding D&G srl. Un altro nome al centro della scena è quello di Salvatore Ferragamo. La maison fiorentina quotata a Piazza Affari e controllata dalla famiglia fondatrice attraverso Ferragamo finanziaria è al centro di un prolungato derating in borsa, che ha alimentato periodicamente voci su possibili operazioni straordinarie, puntualmente smentite dalla proprietà che a giugno ha acquistato sul mercato azioni proprie e a maggio aveva avviato un programma di buyback fino a 53 milioni di euro, operazioni che possono essere lette sia come segnali di fiducia interna sia come manovre di consolidamento della quota di controllo in vista di eventuali sviluppi futuri. «L'interrogativo non è se il mercato sia interessato a Ferragamo, ma se e quando la famiglia deciderà di aprire una finestra», aggiunge Pettenò. Oltre ai grandi nomi, la pipeline M&A del lusso italiano si arricchisce di brand nel segmento resort e lifestyle, area che combina l'heritage del made in Italy con il potenziale di espansione nel leisure di alta gamma. «Brand come Mc2 Saint Barth, con il loro posizionamento distintivo nel beachwear e nell'abbigliamento resort, rappresentano target attrattivi per operatori internazionali alla ricerca di piattaforme di crescita in nicchie ad alto margine e forte identità visiva. Il segmento beneficia di trend strutturali, come la «vacanza permanente» delle nuove generazioni e la crescita del travel retail, che ne sostengono le valutazioni». Mc2 Saint Barth è di proprietà dei fondatori Massimiliano Ferrari e Raffaele Noris, i quali hanno già aperto il capitale cedendo nel 2022 il 40% delle quote al fondo di investimento Peninsula capital. Infine, accanto alle operazioni sui brand, il 2025-26 ha visto un'accelerazione decisa del consolidamento della filiera produttiva italiana con operazioni come quelle di Prada con Rino Mastrotto group (ingresso con il 10% delle quote), di Chanel che ha acquisito quote in Grey mer, Leo France, Nuova impala e il 35% di Mantero seta e, infine, di Kering eyewear che ha rilevato Visard ed è diventata azionista di Mistral. Pettenò avverte: «Si attende un'ulteriore accelerazione. Le valutazioni dei terzisti sono sotto pressione per il rallentamento degli ordini, ma gli asset restano strategici per chi punta sulla qualità del Made in Italy come differenziale competitivo. I fondi di private equity stanno rispondendo creando piattaforme di aggregazione nella filiera, acquistando e mettendo a sistema piccoli laboratori e manifatture specializzate per creare campioni di scala». E nel frattempo il primo semestre ha visto i closing di Canepa da parte di Achille Pinto nel tessile e di Luilor da parte di conceria Pasubio, a sua volta controllata da Pai partners. In conclusione, afferma Pettenò: «Il mercato M&A del fashion e del lusso italiano si conferma uno dei più dinamici d'Europa, alimentato da tre driver strutturali che si rafforzano a vicenda». Il primo è il ricambio generazionale dei brand familiari perché Missoni, Armani, Dolce&Gabbana, Ferragamo e, in forma diversa, Aeffe, sono tutti casi in cui la transizione dalla prima o seconda generazione imprenditoriale impone scelte radicali sulla proprietà e sulla governance. Il secondo driver è l'interesse crescente di capitali asiatici e mediorientali, che vedono nel lusso italiano un asset strategico per accedere al consumatore globale, e ha la liquidità per agire. Il terzo è il consolidamento della filiera produttiva. L'integrazione verticale dei grandi gruppi e la nascita di piattaforme di aggregazione nella supply chain segnalano che il valore del Made in Italy non risiede solo nei marchi, ma anche e soprattutto nelle competenze manifatturiere che li rendono possibili. In questo contesto, l'Italia si conferma l'hub naturale per le operazioni nel settore. Con una pipeline che include il dossier Armani, potenzialmente la più grande operazione nella storia del lusso, e decine di brand di media dimensione in cerca di partner industriali o finanziari, il 2026 e il 2027 si preannunciano anni di intensa attività. (riproduzione riservata)
Andrea Guolo