Si potrebbe riassumere in “tanto rumore per (quasi) nulla”, la vicenda che ha coinvolto Cft group, azienda romagnola specializzata nella progettazione e produzione di macchinari per l'industria del food&beverage. Il 14 giugno scorso, la società, ha comunicato al mercato la notifica di un decreto di perquisizione e sequestro di documentazione presso la sede, emesso dalla Procura della Repubblica di Parma.
Le autorità hanno giustificato l’intervento a seguito di indagini sulle ipotesi di reati quali false comunicazioni sociali relative agli esercizi dal 2013 al 2016 (art. 81 c.p.v. e 2621 c.c.) e dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2 dlg n. 74/2000).
La notizia delle perquisizioni ha causato il crollo del titolo in borsa, superiore al 17%, con una perdita di capitalizzazione di oltre 11 milioni di euro. Gli operatori, preoccupati dalle ipotesi di reato che venivano contestate all’amministratore delegato Alessandro Merusi (entrambe le ipotesi di reato) e al presidente Roberto Catelli (solo art.81 c.p.v. 23621 c.c.), sono corsi alle vendite anche perché non era ben chiaro quali fossero i fatti oggetto dei presunti reati. Anche la spac Glenalta, con cui Cft ha fatto una business combination nel febbraio 2018 (con 88 milioni di euro di dote), si affrettava a emanare un comunicato specificando che i fatti oggetto d’indagine erano antecedenti all’operazione di fusione. Nei giorni successivi al crollo, il titolo ha raggiunto il suo minimo storico a 3,14 euro per azione (19 giugno 2019), salvo poi invertire e risalire grazie anche ai continui acquisti, effettuati con cadenza quasi giornaliera, sia dal presidente che dall’amministratore delegato.
Finalmente, il 26 giugno, viene comunicato al mercato che la Guardia di Finanza, Nucleo PEF Parma, ha notificato un processo verbale di constatazione, nel quale, a conclusione delle verifiche effettuate, con riferimento ai periodi d’imposta 2014-2015-2016, venivano contestate presunte violazioni fiscali relative al mancato versamento delle imposte Ires e Irap in relazione ad un importo imponibile complessivo pari a circa 1,45 milioni di euro. A conti fatti, una cifra che non metterebbe di certo a rischio i fondamentali della società, che a fine 2018 poteva contare su un patrimonio netto superiore a 70 milioni di euro, e disponibilità liquide pari a circa 11 milioni di euro. Apprezzando la trasparenza della società, la domanda che ci si pone è se non sia stata emanata troppo frettolosamente la nota con cui si avvertiva il mercato della perquisizione e il sequestro di documenti. Non era forse meglio attendere il verbale di contestazione?