Dal punto di vista industriale, penso che sarebbe un'integrazione molto solida. È il giudizio espresso ieri dall'ad di Banco Bpm, Giuseppe Castagna, su una possibile fusione con Crédit Agricole Italia. Presentando i risultati semestrali il banchiere ha precisato che quella con il gruppo francese «è sempre stata una possibilità sul tavolo» da quando Agricole è diventato azionista di Bpm (oggi ha il 29,3%) e che, qualora questa intenzione «diventasse reale e praticabile», il consiglio «la esaminerebbe nell'interesse di tutti gli azionisti della banca». Castagna ha tuttavia escluso qualsiasi scenario imminente, sottolineando di non conoscere quale possa essere l'orientamento del governo e ricordando che «ci sono regole e procedure che devono essere rispettate».
La proposta di un conferimento delle attività italiane nella partecipata è stata rilanciata venerdì 31 dagli stessi vertici di Agricole: «uno degli scenari preferiti per noi sarebbe una fusione tra Banco Bpm e Agricole Italia, che ci permetterebbe anche di rafforzare la nostra presenza nel Paese dove vogliamo davvero crescere», ha spiegato la deputy general manager Clotilde L'Angevin nel corso di una conference call con gli analisti. Nella stessa sede Parigi ha invece bocciato senza mezzi termini l'ipotesi di aggregazione tra Piazza Meda e Montepaschi che poche ore dopo il cda del Banco ha sospeso.
Oggi Banco Bpm considera ormai chiuso il dossier Mps. Parlando agli analisti Castagna ha ribadito che la decisione di interrompere il confronto con Siena è stata assunta «esclusivamente dal consiglio di amministrazione della banca» ed è stata approvata all'unanimità, compresi i consiglieri sostenuti da Agricole. «Dopo mesi di attesa non siamo riusciti a capire quale tipo di operazione, quali numeri e quale valore per i nostri azionisti questa transazione avrebbe comportato», ha spiegato. «Ritenevamo che potesse rappresentare un'importante opportunità industriale, ma purtroppo questa possibilità non si è concretizzata». Una volta materializzatasi l'offerta pubblica di Intesa Sanpaolo su Mps, ha aggiunto, «non eravamo più nelle condizioni, per ragioni di tempi, di perseguire un'operazione alternativa».
Archiviato il capitolo Mps, il gruppo punta quindi sulla crescita organica. Bpm ha chiuso il primo semestre con un utile netto adjusted record di 1,077 miliardi, in crescita del 7% su base annua, e ha alzato la guidance sull'intero esercizio a oltre 1,95 miliardi. La conseguenza più immediata è il rafforzamento della politica di remunerazione: l'obiettivo di distribuzione sale da 6 a 7 miliardi di euro entro il 2027, tornando al livello originariamente previsto prima dell'acquisizione di Anima. Contestualmente cresce anche il dividendo intermedio, che raggiunge 750 milioni, pari a 50 centesimi per azione, rispetto ai 700 milioni distribuiti lo scorso anno. A questo si aggiungeranno ulteriori distribuzioni attraverso buyback e cedole straordinarie, dopo il via libera della Bce.
Illustrando i risultati al mercato, Castagna ha indicato come priorità il rafforzamento della remunerazione degli azionisti. «Presentiamo una serie di risultati molto solidi per il primo semestre, che ci consentono non solo di aumentare la remunerazione degli azionisti, ma anche di innalzare l'impegno complessivo di distribuzione da 6 a 7 miliardi di euro nell'arco del piano industriale fino al 2027». Il ceo ha insistito soprattutto sulla capacità del gruppo di generare capitale nonostante l'acquisizione di Anima e il mancato ottenimento del Danish Compromise, che aveva costretto Bpm a ridurre temporaneamente il target di distribuzione da 7 a 6 miliardi. «Negli ultimi 18 mesi abbiamo ricostituito circa 300 punti base di capitale, pur assorbendo l'impatto dell'acquisizione di Anima senza Danish Compromise», ha affermato il banchiere. È proprio questa capacità di generazione organica del capitale, ha spiegato, che consente oggi alla banca di riportare l'obiettivo di remunerazione a 7 miliardi. (riproduzione riservata)