Sui mercati torna lo spettro dell'inflazione e i grandi sconfitti di giornata (come spesso accade nelle sedute di grande incertezza e vendite diffuse) sono i titoli dei semiconduttori. Il copione del martedì delle borse è stato abbastanza noto, ma con l'aggiunta di un nuovo fattore di incertezza: la brusca ondata di vendite sull'obbligazionario (si veda il box in pagina), americano e non solo. La miccia è stata ancora una volta quella della guerra in Medio Oriente: la minaccia di Donald Trump all'Oman, storico alleato di Washington, se quest'ultimo «ostacolerà i negoziati con l'Iran», ha fatto tornare la paura di un'escalation in Medio Oriente. Tanto più che le trattative tra Usa e Teheran sembrano essere in stallo. Ieri peraltro il presidente degli Stati Uniti ha pubblicato sul social network Truth un'immagine dello Stretto di Hormuz con la scritta «nuovo territorio degli Stati Uniti». Un messaggio che fa seguito a un discorso tenuto lo scorso venerdì in cui l'inquilino della Casa Bianca aveva affermato: «Presto dichiarerò Hormuz territorio americano».
Il termometro della nuova ondata di incertezza è stato, come di consueto, il petrolio, con il Brent risalito sopra i 91 dollari al barile e il Wti oltre quota 85 dollari, sui massimi da tre settimane in entrambi gli indici di riferimento. Ma la paura si è espansa a macchia d'olio sull'obbligazionario: se i prezzi del greggio continueranno a salire (o comunque se la volatilità non sarà domata) il rischio di un'inflazione strutturalmente elevata e di banche centrali sempre più restrittive sui tassi diventa un'ipotesi sempre più concreta.
O almeno il mercato la percepisce come tale: oltre al calo del prezzo dei Treasury (e quindi al balzo dei rendimenti), specie sulle lunghe scadenze, ieri a fare notizia è stata un'asta di Bund trentennali, chiusa con i rendimenti più alti dal 2011. L'agenzia tedesca per la gestione del debito ha collocato 4 miliardi di euro di titoli con scadenza nell'agosto 2056 a un rendimento del 3,783%. Gli ordini hanno superato i 38 miliardi, in linea con quanto registrato nelle operazioni più recenti. Nel frattempo, il Bund decennale (benchmark di mercato per il calcolo dello spread) è arrivato al 3,25%, mentre quello del Btp di pari durata si muove ormai verso il 4,1%. «La pubblicazione questa settimana dei verbali della riunione di politica monetaria di luglio della Fed farà luce su quanto siano divisi i responsabili delle decisioni» sui tassi, commenta César Pérez Ruiz, head of investments e cio di Pictet Wealth Management, che allo stato attuale mantiene «un posizionamento di sottopeso sul reddito fisso. I dati favorevoli sul Cpi (il principale strumento statistico usato per misurare l'inflazione Usa, ndr) della scorsa settimana hanno ridotto la pressione sulla Fed, con il mercato che non sconta più un rialzo dei tassi nella seconda metà dell'anno, nonostante il prezzo del petrolio stia tornando verso i massimi precedenti».
Nel frattempo, il combinato disposto di vendite sui bond a lunga scadenza e nuovo rialzo del prezzo del petrolio hanno piegato il Nasdaq, che intorno a metà seduta perdeva quasi l'1,1% (l'S&P 500 era in rosso dello 0,5%). I chip, come già accennato, erano la zavorra principale del listino, tanto che il principale benchmark di settore, il Philadelphia Semiconductor (Sox) sempre a metà seduta era in perdita di oltre il 5%. Le vendite si espandevano anche fuori dai confini americani. Le principali borse europee chiudono così deboli. Parigi e Francoforte cedono lo 0,8%. Tiene Londra (+0,07%), debole Madrid (-0,24%). A Piazza Affari i peggiori del Ftse Mib (-1,1% in chiusura a 53.017 mila punti) erano proprio i titoli legati all'universo dei semiconduttori. Stm, maglia nera, ha perso il 7,6%, ma anche Prysmian ha lasciato a casa il 4,9%, mentre fuori dal listino principale Technoprobe ha perso il 7,3%. Controcorrente Nexi, maglia rosa a +2%, insieme agli energetici (Snam +1,3%, Eni +1%) e ad alcune utility tra cui A2a (+0,8%), Terna (+0,5%) ed Enel (+0,2%). (riproduzione riservata)