
Il dato clamoroso è che, nonostante la portata devastante dello scandalo Ftx, il mondo delle criptovalute sia ancora in piedi. Certamente ridimensionato, la sua capitalizzazione totale da un picco di 3.000 miliardi di dollari ora si aggira intorno ai 1.000 miliardi, ma non spacciato. Con una novità abbastanza sorprendente.
Dopo anni di dichiarazioni sprezzanti nei confronti del bitcoin, alcuni dei massimi esponenti della finanza tradizionale hanno cambiato opinione. Il caso più clamoroso è quello di Larry Fink, numero uno di BlackRock, il più grande gestore al mondo. In una recentissima intervista esclusiva ad Andrea Cabrini, direttore di ClassCnbc, ha dichiarato che “nel corso degli anni, informandomi, ho capito che si tratta di oro digitale, una riserva di valore. Proprio così. Penso che, ad esempio, se sei spaventato dal tuo Paese, dalla tua valuta, o corri rischi di persecuzione politica, puoi usare il bitcoin per conservare la tua ricchezza”.
Fink ha poi rincarato la dose, spiegando che “sono arrivato a concludere che c’è bisogno di un asset internazionale che non possa subire deflazione o rapida inflazione a causa dei deficit che vengono creati. Se sono preoccupato dell’impatto che il deficit a lungo termine degli Stati Uniti, o italiano, può avere sui miei figli o i miei nipoti ho bisogno di un sistema economico che garantisca il valore. E in questo il bitcoin, per sua natura, può giocare un ruolo”. E alle parole seguono i fatti: BlackRock ha depositato domanda presso la Sec (la Consob americana) per lanciare un Etf sul bitcoin.

Gli Etf hanno come unico obiettivo quello di replicare fedelmente l’andamento e quindi il rendimento di indici azionari, obbligazionari o di materie prime. La Sec ha rinviato la sua decisione sulle richieste fatte, oltre che da BlackRock, da molti altri asset manager, tra cui Wisdom Tree, Invesco, Franklin Templeton e Fidelity. Se alla fine arrivasse l’agognato via libera della Sec (in molto lo prevedono nella prima età del 2024), si tratterebbe di un passo da gigante per il bitcoin perché l’Etf permetterebbe agli investitori di ottenere un’esposizione alla criptovaluta senza doverla custodire personalmente o tramite società specializzate.
Si suppone che gli investitori istituzionali si avvicinerebbero con maggiore serenità al bitcoin, facendolo entrare nei loro portafogli. E questo spingerebbe sicuramente al rialzo le sue quotazioni. L’anno prossimo, inoltre, ci sarà l’halving, ovvero il dimezzamento della produzione di bitcoin che avviene ogni quattro anni e ha sempre innescato rally di notevoli dimensioni.
Il meccanismo dell'halving rende il bitcoin una risorsa scarsamente disponibile e non inflazionabile, visto che il numero di bitcoin in circolazione sarà sempre limitato a un massimo di 21 milioni, numero che verrà raggiunto intorno al 2140. Il prossimo halving è previsto tra marzo e maggio del 2024. E potrebbe avvenire più o meno in coincidenza con il lancio degli Etf sul bitcoin. Una combinazione che dovrebbe fare faville. Sempre che nel frattempo le quotazioni non siano precipitate, abbassando così la base di partenza del possibile rally.
Ma visto che ormai buona parte della finanza tradizionale si è schierata a favore della criptovaluta o comunque non è più pregiudizialmente ostile, da qui a metà 2024 il prezzo del bitcoin non dovrebbe scendere troppo. E se nel frattempo Elon Musk decidesse di tornare ad accettare i pagamenti in bitcoin per le Tesla… D’altronde il bitcoin ha toccato i massimi di tutti i tempi nel novembre 2021 proprio sulla scia della sua mossa, ritirata però poco tempo dopo.
Una marcia indietro ufficialmente spiegata con gli eccessivi consumi di energia necessari per produrre bitcoin. Musk ha detto che sarebbe tornato ad accettare i pagamenti quando la quota di energie rinnovabili usata per i bitcoin avrebbe superato il 50%. In molti sostengono che ormai questo livello sia stato ampiamente superato, ma finora il patron di Tesla ha fatto orecchie da mercante. Chissà che il via libera all’Etf sul bitcoin non gli faccia cambiare idea. (riproduzione riservata)