Manca poco (quattro mesi) all'applicazione dell'Emission Trading System anche al trasporto marittimo. Da qui i timori dei terminal portuali del Sud Europa attivi nel business del trasbordo di container (in Italia soprattutto Gioia Tauro), preoccupati che la normativa li penalizzi favorendo l'offerta portuale alternativa rappresentata dagli scali del Nord Africa per le navi che transitano fra il Canale di Suez e lo Stretto di Gibilterra.
Il tema era emerso già nei giorni scorsi a Trieste. «La norma, per come è stata annunciata, non va bene assolutamente per i porti europei e saremmo perdenti a tutti i livelli anche a livello di posti di lavoro», aveva sottolineato il presidente di Msc, Diego Aponte. «Una situazione molto pericolosa che ovviamente privilegerà tutti i porti tipo Tangeri e quelli egiziani, togliendo traffico a scali come Gioia Tauro e Sines in Portogallo, Pireo e tanti altri porti europei«. Msc ha un interesse diretto in materia perché controlla al 100% il Medcenter Container Terminal di Gioia Tauro.
La normativa prevede che la tassazione delle emissioni sia calcolata oltre che sulla tipologia di nave anche in base alla distanza percorsa, al 50% se lo scalo di partenza o destino è extra-Ue, al 100% se partenza e destino sono porti comunitari. Dallo schema sono stati esclusi Port Said e Tangeri (la lista potrebbe essere rivista in un secondo tempo), per scongiurare l'elusione della tassa di tutto il traffico di trasbordo extra-Ue passante per questi porti: una nave proveniente da Singapore e diretta a Genova previo scalo a Port Said, quindi, si vedrà tassata non per il solo 50% del tratto Port Said – Genova, ma per il 50% dell'intero percorso. Un meccanismo che renderà più conveniente per i vettori marittimi utilizzare porti di transhipment container extracomunitari piuttosto che europei. La stessa nave proveniente da Singapore, infatti, in caso di scalo transhipment a Gioia Tauro invece che a Port Said sarebbe tassata al 50% fino al porto calabrese e al 100% da lì a Genova. Con il risultato peraltro di spostare semplicemente le emissioni sulla sponda sud del Mediterraneo.
A lanciare l'allarme è intervenuta anche l'Autorità di sistema portuale di Gioia Tauro che ha prodotto uno studio (a firma di Alessandro Guerri) e lanciato la proposta di modificare la norma, parificando lo status di Gioia Tauro (e degli altri scali europei di transhipment) a quello di Tangeri e Port Said. Ai fini della tassazione lo scalo in Calabria non dovrebbe essere trattato diversamente da quelli nei paesi nordafricani, perché il rischio dell'attuale Eu-Ets non è solo quello di «penalizzare i porti europei a vocazione transhipment, ma di perdere il presidio delle emissioni che si propone di contrastare».
Oltre a Msc a fianco dell'ente portuale calabrese si sono schierati anche i sindacati confederali dei lavoratori: «Serve un urgente intervento del Governo e ci attiveremo con le strutture sindacali internazionali, Etf ed Itf, per tutelare il lavoro e la competitiva del nostro sistema marittimo/portuale», hanno preannunciato. «Invece di tutelare i propri porti, l'Unione Europea rischia di danneggiarli pesantemente favorendo invece hub extra europei soprattutto per quanto riguarda il bacino mediterraneo. Chiediamo al Governo di intervenire e farsi portavoce nella Ue delle istanze dei porti italiani» è il messaggio di Filt Cgil, Ft Cisl e Uiltrasporti.
Sulla questione è intervenuto anche Marco Campomenosi, capo delegazione Lega al Parlamento Europeo e componente della commissione Trasporti: «L'applicazione miope della tassa europea sulle emissioni di Co2 al settore marittimo sta purtroppo provocando gli effetti che temevamo. Porti strategici come Gioia Tauro, specializzati nel trasbordo merci, subiranno una diminuzione radicale dei traffici perché le grandi compagnie risparmieranno milioni
di euro a fare scalo in Nord Africa anziché in Europa. A Bruxelles lo abbiamo denunciato durante tutte le negoziazioni dell'Ets, sistema di scambio quote di emissioni che di fatto è una tassa sulla Co2 prodotta. La maggioranza non ha voluto saperne, le nostre proposte concrete e di buonsenso per risolvere il problema neppure ascoltate, e forse tra le istituzioni stesse non c'era piena consapevolezza dei pericoli contenuti nella normativa. Rischiamo posti di lavoro, centralità e crescita economica, senza influire per davvero sul cambiamento climatico perché i traffici di merci andranno laddove le tutele ambientali sono di gran lunga inferiori che in Europa. Prima che entri in vigore la normativa, nel 2024, l'Ue faccia marcia indietro, rinunci all'ideologia e premi il buonsenso». (riproduzione riservata)