
Vanno in questo senso i risultati della ricerca “Innovazione nel mercato del private banking” realizzata da Supernovae Labs per Aipb, che ha approfondito lo stato dell'arte dell'innovazione applicata e e futuri driver di cambiamento del mercato. Oggetto dell’indagine, a cui hanno risposto trentadue società, sono stati non solo la tecnologia ma anche l’”organizzazione e la cultura aziendale”. E proprio dal confronto tra questi due ambiti è possibile comprendere se l’attenzione per l’hi-tech sia reale o solo dichiarata.
In una scala da 1 a 5, la rilevanza strategica in termini di competitività e/o di distinzione per i cinque elementi fondamentali individuati (strumenti e soluzioni per la relazioni banker/cliente; strumenti e piattaforme per il private banker; sicurezza e cyber security; Crm, data intelligence, data scienze, analytics; prodotti e servizi) non scende mai sotto 4,0. Con un punteggio massimo per ciò che riguarda la relazione con il cliente (4,5) e minimo per i prodotti e i servizi (4,0).
Quando poi si analizzano le risposte relative all’effettiva implementazione di piattaforme evolute, il 70,6% degli istituti interpellati dichiara di avere già “soluzioni a regime”, mentre il 23,5% ha soluzioni in test o in fase di rilascio e solo il 5,9% dichiara soluzioni obsolete.
In sintesi, per il 90% degli istituti di private banking l’adozione di piattaforme evolute è partito già da molti mesi se non da anni, e se non lo è già sta per concretizzarsi.
Molta strada resta invece da fare per quanto riguarda la percezione dell’importanza della rendicontazione, soprattutto per quella diretta al cliente. Se infatti la tecnologia al servizio della rendicontazione di tempo e attività del banker è stata già adottata dal 60% dei rispondenti, l’attenzione al cliente non sembra essere al centro dei pensieri delle società, visto che solo il 50% si è già attivata in questo senso.
E più o meno le percentuali non cambiano molto quando si tratta di fornire ai clienti strumenti per il “self service” o di consulenza su asset detenuti presso terzi. Percentuali che tracollano drasticamente quando poi si tratta, per esempio, di rendicontazione Esg in ottica commerciale (31%).
All’intersezione tra tecnologia e servizi al cliente si trova poi la sfida dell'Open Finance, grazie alla quale il cliente può consentire al suo consulente di accedere ai conti detenuti presso istituti terzi allo scopo di valutare la qualità degli investimenti e la loro aderenza agli obiettivi in un'ottica di portafoglio.
Anche qui la strada, obtorto collo, è stata già intrapresa dal 75% delle società interpellate, ma mentre il 56% del totale ha già soluzioni attive, tutti gli altri (44%) stanno per partire con un progetto oppure non sono nemmeno partiti.
Si conferma quindi una certa ‘diffidenza’ verso l’Open Finance, ma come sempre, obblighi normativi e concorrenza agguerrita spingono a trovare nuove soluzioni. Per questo il 100% degli intervistati afferma che il suo istituto “rafforzerà il servizio consulenza evoluta per competere con player digitali”, ma allo stesso tempo il 79% nega che verrà “valutato una canale digitale per l’aggregazione dei portafogli”.
L’esplosione dell’interesse per l’intelligenza artificiale spinge le aziende a verificarne costi, criticità e potenziali vantaggi. Stupisce quindi che non venga percepito il vantaggio di una migliore efficienza operativa né di un’analisi avanzata dei dati consentito dall’integrazione dell’IA nei propri sistemi. Vi è inoltre una difficoltà oggettiva nel comprendere come l’IA sia in grado di rivoluzionare l’organizzazione e la governance aziendale.
Le risposte (forse un po’ generiche) che invece ottengono il maggior favore sono che l’IA sia in grado di “generare nuove revenue” e fornire un “vantaggio d’immagine per la banca”.
Risposte che in effetti sono complementari a quelle relative alla principale criticità rilevata quando si cerca di adottare l’intelligenza artificiale: la mancanza di competenze e la difficoltà di reperire risorse adeguate (umane, più che finanziarie). Seguite da una serie di risposte che sostanzialmente indicano un alone di incertezza normativa, tecnologica e di sicurezza che circonda il ‘mito’ dell’IA.
Per quanto riguarda le soluzioni già adottate, invece, l’attenzione è principalmente incentrata sull’analisi del cliente (segmentazione, insight, profilo, story telling, personalizzazione dell’offerta). Apparentemente, quindi, i primi passi in questa direzione appartengono strettamente all’ambito commerciale, cioè al potenziamento degli strumenti a disposizione per incrementare l’offerta ai clienti.
L’Intelligenza Artificiale (AI) emerge comunque come il fattore tecnologico più rilevante dal punto di vista strategico per supportare modelli di consulenza evoluta, nonché approcci olistici alla gestione del patrimonio, con investimenti previsti in crescita del 9,7% nel 2025. Gli istituti stanno sperimentando già oggi le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale per una maggior conoscenza dei clienti, finalizzata ad una personalizzazione più precisa dell’offerta di consulenza, nonché il valore di quella Generativa per supportare i Banker e le persone di “sede” attraverso bot conversazionali.
Infine, un ultimo sguardo viene dato alla cultura aziendale dell’innovazione. Per l’85% delle società interpellate, si tratta soprattutto di budget già destinato all’innovazione tecnologica (dato che sale al 96% quando si consideri anche il budget previsto per i prossimi due anni), oltre a un 63% che prevede budget anche per l’innovazione “non tecnologica”.
Complessivamente, gli estensori dello studio rilevano che nell’ambito della cultura dell’innovazione, questa viene vista quindi “principalmente percepito come una questione finanziaria e organizzativa piuttosto che culturale”. “Emerge in particolare – concludono – la fotografia di un mercato ancora poco aperto verso gli ecosistemi di innovazione (fintech, lab, acceleratori) e poco orientato a generare innovazione dall’interno”.