In uno scenario già complicato da preferenze, prestiti Ue sulla difesa e intercettazioni, ci si mette anche il Pnrr a far rischiare il cortocircuito a governo e maggioranza. Con correlato il rischio di perdere fino a 3 miliardi di euro. Il decreto legge Infrastrutture-Pnrr si è arenato alla Camera, con la conferenza dei capigruppo di Montecitorio che ha rimandato a lunedì 3 agosto le votazioni dell'Aula.
Il nodo che sta rallentando il provvedimento, che deve essere convertito in legge entro il 25 agosto ma deve anche passare in Senato per la seconda lettura, è la questione della gara per l'affidamento del servizio ferroviario «Intercity». Il punto critico è l'articolo 1 (comma 1) del dl Pnrr, dedicato alle gare per i servizi ferroviari intercity. Concretamente viene introdotta la possibilità di basare la gara su un lotto unico nazionale, mettendo da parte lo schema precedente a più lotti, frutto della legge concorrenza del 2021 (governo Draghi). La Commissione europea è però contraria al lotto unico, perché vede in questo meccanismo un potenziale blocco per dei futuri concorrenti di Trenitalia. Si chiede così l'esatto opposto, con gare articolare in più lotti territoriali, con dei criteri di uniformità e qualità del servizio ben precisi.
Il governo è stretto tra diverse esigenze. Il tutto alla luce dl fatto che i tempi della conversione in legge sono alquanto risicati. Da un lato, vi sono le richieste dell'Unione europea di aprire il mercato alla concorrenza; dall'altro, le resistenze politiche e le preoccupazioni legate agli effetti sul servizio ferroviario e sull'ex incumbent. O usando alle parole che avrebbe usato il ministro ai Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, durante la riunione della conferenza dei capigruppo: «Il governo ha tenuto conto delle posizioni espresse dalle organizzazioni sindacali e dal Parlamento all'unanimità».
Se la riforma per la concorrenza delle ferrovie italiane, parte integrante del Recovery tricolore, non dovesse essere approvata nei tempi concordati con Bruxelles, l'Italia rischierebbe di non conseguire uno dei target previsti e di compromettere l'erogazione di una quota di fondi europei stimata tra 1 e 3 miliardi di euro.
Sempre ieri sono stati diffusi i dati aggiornati del Monitoraggio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, realizzato dal servizio Studi di Camera e Senato. Con la nona rata l'Italia ha raggiunto il 72,3% dei suoi traguardi e obiettivi (416 su 575) e ha incassato l'85,4% delle risorse concordate (165,99 sui 194,4 miliardi). Risultati, notevolmente superiori alla media degli altri 26 Stati dell'Ue, con il 57,9% dei traguardi e obiettivi previsti raggiunti (3.281 su 5.671 complessivi) e il 68,7% delle risorse previste incassate (262,5 sui 382,2 miliardi). Da notare, inoltre, che sulla banca dati ReGIS, risultano 503.641 progetti conclusi pari a circa il 74,9% del totale, che corrispondono a 41,03 miliardi (circa il 23,7% delle risorse impegnate). Mentre 16 progetti sono ancora da attivare pari a circa lo 0,002% del totale, che corrispondono a 8 milioni. (riproduzione riservata)