AZIMUT A NUOVI MASSIMI

Situazione di ottimistica attesa per i benchmark azionari mondiali, con un bias di fondo che resta leggermente al rialzo. Nella prima parte di agosto non si sono verificati scivoloni degni di nota, complice la scarsa liquidità per il periodo estivo, e tutto sommato gli indici si sono mossi bene, testando timidamente nuovi massimi storici, specie a livello europeo. L’indice Vix, relativo alla volatilità sull’S&P500, si è riportato verso la base dei 15 punti, segnalando indirettamente un relativo ipercomprato sulle azioni, che potrebbe preludere a veloci prese di profitto in ottica tattica. La struttura di fondo dell’S&P500 resta però positiva, nonostante la crisi in Iran sia tutt’altro che risolta. Anche a livello europeo la situazione è simile: l’indice Eurostoxx50 riesce ultimamente a salire più del benchmark statunitense, avvicinandosi a 6.600 punti, ed anche il nostro Ftse-Mib non resta indietro, ritestando in settimana 54 mila punti, i massimi di sempre. Più cauto nella rimonta il Nikkei225 giapponese, che arriva però da una precedente grande volata al rialzo. Il contesto generale azionario resta, di riflesso, moderatamente positivo, e le prese di profitto momentanee sembrano tuttora rappresentare possibilità di entrata. Tra le singole azioni meglio impostate a Milano si segnalano, tra le molte, quelle del risparmio gestito, che stanno vivendo un vero e proprio boom. Ad esempio, Azimut sta aprendo nuovi massimi storici, dopo il generoso stacco del dividendo di fine primavera.
La situazione nell’asset class obbligazionaria è meno rosea rispetto a quella delle azioni, ma guardando avanti le cose non vanno poi così male. Se gli indici di riferimento dell’area euro e statunitensi sono in ribasso come performance complessiva nelle ultime settimane e sostanzialmente piatti da inizio anno, sulla scia degli yield in costante aumento che erodono i guadagni della componete cedolare, che entra oggi può cintare appunto su rendimenti prospettici importanti. Le aspettative di inflazione sono tornate a salire nelle scorse settimane, con il petrolio su valori piuttosto elevati, e chi si posiziona oggi sul debito governativo italiano può spuntare quasi il 4% annuo per la scadenza decennale. Valore che si innalza al 4,7% annuo per i bond governativi i dollari, e che sfiorano il 5% annuo per i Gilt inglesi, con annesso rischio di cambio. I dati più freschi relativi all’inflazione Usa hanno però dato un segnale incoraggiante, con metriche in calo rispetto alle stime e immediata schiarita nei rendimenti di mercato. Continuano a restare del tutto prive di appeal le emissioni in franchi (0,36% annuo), salvo per la quotazione in valuta forte, utile nei momenti di crisi dei mercati.
In merito ai cambi di riferimento, l’euro-dollaro resta laterale, come ormai si comporta da diversi mesi; alternando rafforzamenti nei momenti in cui il dollaro funge ancora da bene rifugio, e sostenuto dai rendimenti elevati in ambito obbligazionario. Graficamente, sembra abbastanza improbabile un imminente ritorno sotto quota 1,13 dollari, ma al tempo stesso si stanno via via vanificando gli scenari di molte case di investimento che vedevano il dollaro sopra 1,2 per fine 2026; un primo forte ostacolo si colloca in prossimità di 1,18 dollari. Piuttosto stabile anche la sterlina inglese contro l’euro, che ha digerito senza problemi il recente cambio di governo.
La criptovalute per eccellenza sembra aver perso mordente rispetto al passato. La performance di medio periodo è deludente (-27% da inizio anno, -47% circa in 12 mesi) e nonostante nelle ultime settimane si sia vivendo in ottica intermarket una fase risk-on, con l’azionario ai massimi storici, che il Bitcoin non riesce a capitalizzare. I prezzi restano compressi nel range 60-65 mila dollari, e solo il breakout al rialzo di 67 mila dollari circa offrirebbe un interessante segnale direzionale. (riproduzione riservata)