L’altalena rialzista prospettata per le settimane a venire, proseguendo poi per buona parte del 2021, si sta materializzando. Accompagnata dalla conferma di una rotazione settoriale in corso, come testimoniano i nuovi record storici segnati dall’S&P500, ma non dal Nasdaq. Ogni accelerazione del virus che si manifesta nelle aree economiche più importanti a livello globale, come quella che nella settimana appena conclusa ha portato a nuove restrizioni negli Stati Uniti, innesca i realizzi sui mercati azionari in un’ottica di avversione al rischio, dove le vendite colpiscono i settori più legati alla ripresa economica, cioè le azioni che vengono definite value (il cui rapporto prezzo/utili risulta tendenzialmente molto contenuto), spesso legate alla old economy. Quando l’altalena si muove in questa direzione, tendenzialmente ne traggono vantaggio i comparti che soffrono meno l’epidemia o perfino la cavalcano, cioè i titoli growth: sono caratterizzati solitamente da un rapporto prezzo/utili consistente, quasi sempre appartenenti alla new economy (megatrend dell’intelligenza artificiale, smart city e digitalizzazione) con l’eccezione di alcuni segmenti della salute e della farmaceutica. Le utility vivacchiano nel mezzo, recependo da un lato una parte dei flussi che si dirige sui titoli di stato nei momenti di avversione al rischio, in cerca di rendimenti soddisfacenti in business consolidati e protetti, e dall'altro attirando la domanda sul megatrend delle energie rinnovabili.
Questo è il movimento discendente dell’altalena, al contrario di quanto accaduto per i primi nove mesi del 2020 e più in generale negli ultimi anni: oltre a guidare l’ascesa di Wall Street dal 2013, accelerando con l’elezione di Donald Trump, il Nasdaq ha sostenuto gli investimenti azionari attraverso il veloce recupero della caduta di marzo e i nuovi record segnati già dallo scorso giugno; record che necessiterebbero ora di un ampio periodo di metabolizzazione, soprattutto in una fase di repentina discontinuità economica come quella ci separa dal 2021, dove un unico fattore, peraltro certo, fungerà da molla per l’altrettanto certa robusta ripresa: il vaccino.
2021 da record. Qualsiasi aggiornamento su tale molla muove istantaneamente le borse (e le materie prime come il petrolio) con un effetto più consistente rispetto al movimento discendente, visto che il movente di quest’ultimo (la diffusione del virus) è ormai consolidato: ogni notizia positiva sul vaccino favorisce quindi rialzi più intensi rispetto ai ribassi, perché il risk-on è rivolto ai settori ciclici (value) che spesso sono quelli rimasti più indietro, come per esempio le banche e i titoli legati a petrolio che ad oggi non hanno recuperato nemmeno il 50% del valore perso in marzo, offrendo ora grandi spazi di recupero e di avanzamento. Goldman Sachs, in un recentissimo report del 18 novembre, si spinge perfino a stimare che potremmo essere all’inizio di una lunga fase di riscossa dei titoli della old economy e delle materie prime, petrolio in testa: l’ultimo decennio di debolezza delle quotazioni avrebbe portato a un contesto di sotto investimenti produttivi che non potranno reggere a un significativo aumento della domanda, provocando come conseguenza un sensibile aumento dei prezzi.
Secondo Goldman Sachs, infatti, l’inversione a V dell’economia globale che produrrà il vaccino porterà il petrolio nel 2021 a quota 65 dollari al barile, e non a 48 dollari previsti dalla Fed e dalla Bce, anche a causa dei sotto investimenti dovuti ai fattori Esg. Gli aiuti fiscali dei governi e gli sforzi monetari delle banche centrali sarebbero infatti così intensi da essere in grado di replicare gli anni ’70 e gli anni 2000 una volta che il vaccino scongiurerà qualsiasi altra restrizione alla mobilità, stimolando in modo altrettanto vigoroso l’inflazione e quindi l’oro, oltre che le quotazioni azionarie guidate dalla old economy. La conferma arriva anche da S&P Global Ratings: nell’Economic Research del 17 novembre si calcola che ogni 100 euro di soldi pubblici impiegati nello sviluppo economico dell’Eurozona vengano ripagati dall’economia con 200 euro dopo quattro anni, grazie al contesto di tassi negativi, alta disoccupazione e forte depressione dell’attuale livello della domanda aggregata, fattori che rendono molto più potente il bazooka fiscale (“Keynes e Schumpeter sono ciò di cui ha bisogno ora l’Eurozona”, è il titolo di un altro report pubblicato il 12 ottobre da S&P Global Ratings).
Roadmap del vaccino. I prossimi mesi di borsa saranno quindi caratterizzati dai seguenti driver: quello moderatamente correttivo, dettato dalla diffusione del virus, che dopo febbraio-marzo è atteso progressivamente in attenuazione. E quello rialzista di fondo, alimentato dal percorso dei vaccini, che si muoverà con vistosi scatti in avanti (o anche indietro in caso di ritardi) in sintonia con le principali tappe che sono attese dai mercati. Ovvero:
1) la pubblicazione scientifica e il via libera delle authority sanitarie al vaccino (Fda americana e agenzia europea del farmaco), atteso entro fine novembre per Pzifer-BionTech e Moderna;
2) l’affiancamento di altri produttori di vaccini, soprattutto europei ma anche giapponesi;
3) la somministrazione al primo cluster di individui negli Usa e in Europa, ovvero agli operatori sanitari);
4) la somministrazione al secondo cluster, verosimilmente agli individui più fragili, che implica una buona organizzazione territoriale in ciascun Paese;
5) la disponibilità per tutti gli individui, la cui tempistica dipende da un grande sforzo organizzativo da parte di ogni nazione e dalla relativa efficienza. Gli Stati Uniti sono in pole position, seguiti a qualche mese di distanza dall'Europa.
Non si tratta quindi di se, ma di quando, tant’è che ad oggi non c’è un ufficio studi al mondo che non preveda una sensibile crescita degli indici azionari nel corso del 2021, sia in riferimento a Wall Street, sia in riferimento alle piazze europee e sia in riferimento all’Asia, Cina in testa. (riproduzione riservata)