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Etf attivi: alla ricerca dell’alpha

22 luglio 2026, 02:00

Milano Finanza Intelligence Unit

Si allarga l’offerta di Etf che puntano a batte il mercato, ma solo nel lungo periodo si definiranno vincitori e perdenti. Diversi Etf azionari attivi evidenziano, per ora, interessanti extra-rendimenti

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Etf attivi: alla ricerca dell’alpha

Il mercato europeo degli Etf attivi sta continuando nella sua rapida espansione nella prima metà del 2026, con masse in gestione che hanno superato 108 miliardi di euro a fine di giugno. Secondo l’ultimo rapporto Europe Active Etf Trends di Morningstar, gli Etf attivi hanno raccolto 18,8 miliardi di euro di nuovi flussi nei primi sei mesi dell’anno, che corrispondono all’8,8% di tutti gli afflussi verso gli Etf in Europa, come riportato da Etfgi.

Il mercato europeo degli Etf attivi è quindi quasi triplicato in termini dimensionali dalla fine del 2023, anche se questi prodotti rappresentano ancora solo il 3,4% del patrimonio complessivo investito in Etf europei, contro circa il 12,5% negli Stati Uniti. In tal senso, ci sono ancora enormi margini di crescita in Europa rispetto a quanto accaduto negli Usa.

L'espansione delle strategie azionarie e obbligazionarie

Le strategie azionarie attive hanno continuato a dominare sia in termini di masse sia di raccolta, ma anche gli Etf obbligazionari attivi hanno acquisito forza, aumentando il loro peso sui flussi complessivi degli Etf attivi dal 10% nel 2024 al 27% nella prima metà del 2026. Il mercato continua ad ampliarsi anche in termini di nuovi attori, solo nel 2026 sono entrati nuovi operatori come Pictet e AllianceBernstein, in grado di portare grande esperienza in merito alla gestione attiva. Secondo Bnpp Am, si può stimare che entro fino 2030 la quota di Etf a gestione attiva a livello mondiale possa salire fino al 16% circa del totale.

L'evoluzione dello strumento Etf: dalla replica passiva all'attiva

La svolta attiva si inserisce in un percorso evolutivo piuttosto articolato, per lo strumento Etf. I prodotti indicizzati quotati hanno rivoluzionato il mondo degli investimenti negli ultimi 20 anni, offrendo un modo semplice, trasparente ed efficiente per ottenere esposizione ai mercati finanziari. Per anni, il loro successo è stato legato alla replica passiva di un indice preesistente e al contenere al massimo i costi, rinunciando alle decisioni discrezionali del gestore.

Questo modello si è dimostrato estremamente efficace, ma presenta anche alcuni limiti oggi molto evidenti. Un indice ponderato per capitalizzazione assegna infatti un peso crescente alle società che valgono di più in Borsa, senza considerare valutazioni o altri elementi, e gli indici possono diventare fortemente concentrati su pochi titoli o settori, come dimostrato negli ultimi anni dalla crescente incidenza delle grandi società tecnologiche.

Dagli Smart Beta ai modelli multifattoriali

Per superare questi limiti sono nati, diversi anni fa, gli Etf Smart Beta, che mantengono i vantaggi degli Etf tradizionali ma selezionano i titoli secondo fattori di investimento supportati dalla ricerca accademica. Tra i più utilizzati figurano il Value, il Momentum, il Quality, il Low Volatility e le strategie orientate ai dividendi. L'obiettivo è migliorare il profilo rischio-rendimento dell’indice, attraverso regole sistematiche oggettive. Va però ricordato che nessun fattore sovraperforma in modo costante e per questo motivo si sono diffusi poi gli Etf multifattoriali, che combinano più fattori all'interno dello stesso indice.

La sfida della performance e i casi di successo

L'evoluzione degli Smart Beta è recentemente sfociata negli Etf attivi, dove il gestore può modificare il portafoglio utilizzando analisi fondamentali, modelli quantitativi o entrambi gli approcci, a seconda dello stile preferito. Parallelamente, la competizione tra gli emittenti si è spostata dalla sola riduzione delle commissioni alla qualità della metodologia di costruzione degli indici e dei modelli di selezione. E’ ancora presto (in quanto molti Etf attivi hanno poca storia) per capire se la promessa di extra-performance rispetto agli indici sarà sostenibile sul lungo termine, ma ci sono già casi che lasciano ben sperare. Ad esempio, l’Etf iShares World Equity Enhanced Active ha sovraperformato di oltre il 4% l’indice di riferimento mondiale (già convertito in euro) da inizio 2026 ad oggi, e l’Etf Invesco Global Active ESG Equity si è comportato, sempre da inizio anno, in modo simile.

In ambito emergente, l’Etf State Street Emerging Markets Screened Enhanced Equity è un altro esempio di successo, con un sovrarendimento sul benchmark del 2% circa da inizio anno; ma esistono anche casistiche di sottoperformance di alcuni Etf attivi, rispetto all’indice azionario di riferimento. Un altro esempio positivo in ambito di fixed income (che per molti operatori è l’asset class più idonea per generare alpha tramite la gestione attiva, per via delle inefficienze in un ambiente tanto vasto) è l’Etf BNP Paribas Easy EUR Credit PAB Opportunities, che nel medio periodo distacca l’indice di riferimento e numerosi Etf a gestione passiva sullo stesso benchmark, seppur di percentuali decisamente più contenute rispetto a quanto si osserva nell’asset class azionaria.

I rischi della gestione attiva nell'asset allocation

Da sottolineare che l’inserimento di Etf ad alta gestione attiva può snaturare parzialmente l’asset allocation effettuata con i classici Etf indicizzati, in quanto le scelte discrezionali del gestore possono portare a disallineamenti di performance rispetto agli indici di riferimento, e in tal senso la componente di (teorico) alpha diventa elevata. (riproduzione riservata)



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