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Draghi troverà i voti in Parlamento. La strana coppia con Renzi, che tanto strana non è

di Massimo Brambilla
06 febbraio 2021, 09:33

Milano Finanza Intelligence Unit

I mercati scommettono sul sicuro: è la data di consegna del Recovery Plan (30 aprile) a non permettere la strada delle urne, mettendo in scacco le Camere. Tanto vale giocare d’anticipo su Btp e azioni

Draghi troverà i voti in Parlamento. La strana coppia con Renzi, che tanto strana non è

Forse si stava già scaldando dietro le quinte a dicembre, per senso di responsabilità e perché tirato per la giacca, più che per la voglia di imbarcarsi in un’impresa avvolta nell’imprevedibilità della politica, sostenendo dal camerino la ramanzina di Matteo Renzi a Palazzo Madama che ha dato il via alla crisi di Governo. La spallata di Renzi ha sorpreso tutti nella sostanza e nei tempi, ma era altrettanto chiaro a tutti il grande problema che aveva Conte sul Recovery Plan, un appuntamento vitale per le sorti del Paese ma anche per quelle dell’Eurozona. «Siamo convinti che l’uso efficiente delle risorse del Recovery Plan italiano sia inestricabilmente legato a un’efficace strategia di crescita economica post-pandemia», ha sottolineato in modo puntuale e quasi lapidario il report del 26 gennaio di Fitch Ratings. «Se l’Italia dovesse fallire nel rilancio delle prospettive di medio termine del pil scatterebbe inevitabilmente una pressione al ribasso del rating sovrano, coerentemente con quanto osservato in occasione dell’ultima conferma del giudizio a BBB- con outlook stabile avvenuta lo scorso dicembre». E’ importante notare che si parla di prospettive di medio termine, senza quindi aspettare che queste si manifestino. Anche perché, sottolinea Fitch, la crescita media annua asfittica dello 0,9% tra il 2016 e il 2019 colloca il Paese tra quelli rimasti più indietro in ambito internazionale, pure in termini di scarsa capacità di assorbimento delle risorse comunitarie disponibili nel tempo (solo il 40%). Per questo la corretta stesura del Recovery plan deve avvenire nel modo più oculato possibile, calandolo nella realtà italiana per centrare le sue peculiari linee strategiche di sviluppo: linee in parte comuni ai Paesi Ue (come digitalizzazione e green economy) e in parte diverse in funzione delle peculiarità di ciascuna economia.

La minaccia. Non centrare questi obiettivi è un risultato non contemplabile dall’Italia e dall’Ue, poiché un cambiamento dell’outlook da stabile a negativo sarebbe un evento traumatico per il Paese e per i mercati finanziari: aprirebbe infatti la porta in grado di far scivolare il rating dell’Italia dalla zona investment grade a quella speculativa (junk), che se si verificasse anche solo da parte di una delle tre principali agenzie (Fitch, Moody’s e S&P, dove i giudizi delle prime due sull’Italia sono già sull’ultimo gradino) forzerebbe l’uscita dei Btp dalle tante gestioni obbligazionarie al mondo (fondi, Etf, gpm) che utilizzano come benchmark gli indici JP Morgan (o anche altri) riferiti a bond investment grade. La conseguenza si tradurrebbe in un forte deprezzamento dei titoli di stato, che non riuscirebbe a essere contrastato dagli acquisti della Bce, e quindi in un sensibile rialzo dei rendimenti e dello spread con la Germania.  Un rischio che un Paese con un debito pubblico al 160% del pil e con un deficit/pil che nel 2021 sarà ancora superiore all’8% non può correre, dovendo puntare su rendimenti a medio-lunga scadenza inferiori al tasso di crescita annuale del pil per essere convincente sulle prospettive di riduzione del debito. Rappresentando il quarto debito pubblico al mondo a pari merito con la Francia (che però si ferma al 119% in rapporto al pil), non se lo può permettere nemmeno l’Unione Europea e soprattutto l’Unione Monetaria: e qui entra in gioco Mario Draghi.

Perché lui. L’ex presidente della Bce, oltre ad avere le migliori competenze economico-finanziarie e la migliore conoscenza della macchina burocratica dello Stato, ha anche le migliori chance per ricevere il più ampio consenso parlamentare: i tempi ormai stretti per la consegna del Recovery Plan a Bruxelles, fissata entro il 30 aprile, non consentono infatti di sciogliere le Camere per indire le elezioni, strada che diventerebbe invece obbligata qualora Draghi non ricevesse la fiducia in Parlamento. Ma quale forza politica si assumerebbe la responsabilità di mettere il Paese nelle condizioni di non poter consegnare un piano tanto vitale? Dallo scorso maggio lo spread Btp-Bund si è rimesso sulla strada della discesa grazie proprio alla nuova prospettiva del Recovery Fund comunitario, spinto dagli acquisti di Btp da parte degli investitori istituzionali che sono sempre a caccia di rendimenti aggiuntivi rispetto ai Bund se il rischio è accettabile, a maggior ragione se i rischi di deprezzamento sono notevolmente attenuati dal quantitative easing della Bce. Questa attività di carry trading si è intensificata grazie a un’ulteriore riduzione della percezione del rischio-Italia portata da Draghi, mettendo le ali ai titoli bancari che sono i maggiori beneficiari del nuovo apprezzamento dei titoli di stato viste le quantità detenute a bilancio, seguiti a distanza dalle utility in qualità di titoli rate-sensitive e bond-proxy.

Lo scioglimento delle Camere farebbe invece ritornare rapidamente sui propri passi gli investitori, scatenando immediatamente le vendite di Btp e provocando un brusco rialzo dello spread che porterebbe il Paese all’appuntamento con Moody’s del 7 maggio, e poi a quello con Fitch il 4 giugno, gravato dalla concreta possibilità di assistere al cambiamento dell’outlook da stabile a negativo. Un viatico di cui nessuna forza politica vorrebbe assumersi la responsabilità, per cui l’appoggio parlamentare a Draghi, seppur passando in alcuni casi per una più sfumata astensione al voto piuttosto che un palese voto contro, è dato complessivamente per certo stimolando nuovi acquisti di Btp  e di azioni, anche al di fuori del comparto finanziario e delle utility. Allora tanto vale giocare d’anticipo, anche alla luce del nuovo pacchetto di aiuti all’economia di 1.900 miliardi di dollari che i democratici e la nuova Amministrazione Usa hanno deciso di portare avanti senza un accordo bipartisan, in grado di imprimere una nuova spinta ai titoli ciclici di Wall Street e di riflesso a quelli europei.

I risvolti politici. Nel contesto di un simile quadro istituzionale non si può fare a meno di osservare un’altra possibile conseguenza derivante dall’incarico a Draghi: l’effetto divisivo che esercita sia all’interno del M5S e sia nel polo di centro-destra, creando potenzialmente le condizioni per la nascita del terzo polo centrista ed europeista che, seppur in minoranza rispetto agli altri due poli, fungerebbe da ago della bilancia di qualsiasi Esecutivo perché il suo appoggio sarebbe indispensabile sia in caso di vittoria elettorale 2023 del polo di sinistra e sia in caso di vittoria di quello di destra, data a oggi come più probabile. L’Ue avrebbe così la garanzia di una presenza moderata ed europeista al Governo, a prescindere dal risultato elettorale. Ricorda la strada percorsa nell’ultimo anno e mezzo da Renzi e Iv all’interno della maggioranza, che attraverso un avvicinamento a FI avrebbe i numeri per diventare il terzo polo centrista a livello parlamentare. Dividi et impera. (riproduzione riservata)

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