LGIM, attraverso le posizioni di Aanand Venkatramanan, Head of Etf, e Lee Collins, Head of Index Fixed Income, è convinta che i bond indiani siamo perfetti per la diversificazione in ambito obbligazionario. Lo confidano a Milano Finanza gli esperti, sottolineando le motivazioni di questa visione e indicando gli elementi di appeal per il 2023. L’India dovrebbe raggiungere la Cina nel medio periodo in termini di Pil e ciò implica una forte apertura del mercato verso player esteri. Il Paese rappresenta oggi il secondo mercato obbligazionario emergente dopo la Cina, ma la sua presenza nei portafogli di investimento internazionali è molto ridotta a causa della sua esclusione dai maggiori indici mondiali.
Il subcontinente indiano è la seconda area al mondo per popolazione, con 1,4 miliardi di abitanti, nonché la quinta economia. Entro il 2030 si prevede che questa nazione concorrerà per un quinto della crescita globale e, secondo i dati pubblicati dall’OCSE, entro il 2050 sarà la terza economia in termini produttivi, alle spalle di Cina e Stati Uniti. Al fine di raggiungere i traguardi appena descritti, questa nazione ha avviato il Fully Accessible Route (FAR), emanato dalla Reserve Bank of India nel marzo del 2020, programma che ha permesso agli investitori esteri di acquistare bond governativi in valuta locale, senza spese aggiuntive e limitazioni che prima del FAR rendevano tale operazione praticamente impossibile. Questo provvedimento è stato esteso da 5 a 22 obbligazioni governative, per un ammontare di 320 miliardi di dollari oggi disponibili per il trading. Ma l’apertura ai mercati globali è ancora nella sua fase iniziale, sottolineano Venkatramanan e Collins, e gli investitori esteri rappresentano oggi solamente il 2%: investire oggi nei bond governativi indiani permette di godere di un certo “first mover advantage”.
Guardando ai fattori di appeal, inserire in portafoglio oggi questo sottostante può portare benefici in termini di diversificazione; i bond delle economie sviluppate sono molto correlati tra di loro, mentre la correlazione tra questi ultimi e i bond indiani è tendente a zero se non addirittura negativa, sostiene Lgim. Un altro fattore che ha avuto un ruolo nel portare l’economia indiana a posizionarsi meglio è la struttura stessa di quest’ultima: l’esportazione di commodity è un business secondario per questo mercato, a differenza di quanto si osserva in altri emergenti, e, soprattutto, può vantare un’esportazione molto alta di servizi, specialmente in ambito IT.
Guardando ai rendimenti potenziali, lo yield dei bond indiani dopo l’entrata in vigore del FAR si è stabilizzato attorno al 7% con un rating investment grade (BBB-): un profilo molto interessante se paragonato a obbligazioni corporate statunitensi comparabili o alle BBB- di altri Paesi. Inoltre, anche la volatilità e il deprezzamento massimo mai vissuto dai bond indiani sono in linea con quelli di USA e Cina, sebbene offrano un rendimento più alto; ma uno degli elementi che aumentano enormemente l’appeal di questi titoli è il fatto che l’India è una nazione detta “non-defaulter”, poichè da quando è stata fondata la Reserve Bank of India nel 1935 nessun titolo governativo indiano è mai andato in default.
L’inclusione nei principali indici mondiali è l’ultimo elemento di appeal: con la sempre maggiore apertura dell’India ai mercati internazionali, molti index provider come JP Morgan e Bloomberg si sono subito preoccupati di inserire i suoi bond nei loro indici di punta. La prima, in particolare, potrebbe fare da apripista con il suo Global Bond Index - Emerging Market Global Diversified (JPM GBI-EM Global Diversified). Prima di andare a introdurre un titolo in uno degli indici della categoria GBI-EM, JP Morgan inserisce la nazione emittente in una lista di “sorvegliati speciali”: la Cina fu inserita in questa lista nel 2017, per poi essere inclusa nel settembre del 2019. L’India, invece, è stata messa in lista nel gennaio 2020 e potrebbe raggiungere uno share nel Global Bond Index - Emerging Market Global Diversified superiore al 10%, il che la renderebbe la seconda economia in questo indice dopo la Cina. Se il processo di inclusione seguisse il procedimento visto per la Cina, ovvero aggiungere un 1% di share ogni mese e l’inclusione definitiva arriverebbe entro la fine di quest’anno. Ciò comporterebbe inflow nelle casse indiane per un valore compreso tra i 30 e i 40 miliardi di dollari. I titoli di Stato indiani potrebbero andare a formare anche il Global Aggregate Index di Bloomberg.
Il tasso di cambio (euro-rupia o dollaro-rupia) sembra inoltre aver raggiunto stabilità e maturità, anche grazie al ridotto disavanzo delle partite correnti e al rapporto debito/Pil limitato all’84%.
Esulando dall’analisi dell’asset manager, si segnala che in Italia sono disponibili solo 2 Etf che permettono di inserire facilmente in portafoglio questo sottostante: si tratta degli Etf L&G India INR Government Bond e Xtrackers India Government Bond. (riproduzione riservata)