Sorge proprio a ridosso del centro di Milano, in mezzo a locali alla moda e showroom, a ottocento metri da Piazza san Babila. L’Opera San Francesco con le sue mense, i servizi di igiene, gli ambulatori, è come se stesse lì a ricordarci che quello degli ultimi non è un mondo lontano da noi in una grande città. «Proprio accanto a noi, sorge un resort a cinque stelle in un magnifico palazzo storico», commenta Fra Marcello Longhi, presidente dell’Osf. «Ci si aspetterebbe che questo contrasto possa portare disagi, invece la proprietà del resort, oltre ad aiutarci, racconta ai suoi ospiti del nostro operato, con fierezza».
Con oltre 600mila pasti serviti ogni anno, 22mila accessi ai servizi di igiene personale, 4mila indumenti donati, Opera san Francesco, a Milano, rappresenta un’istituzione, fa parte della cultura della città che risponde da sempre con grande senso di solidarietà. «In questo senso noi leggiamo l’adesione alla nostra campagna per il 5x1000», continua Fra Marcello. «Sono circa 45mila le persone che lo devolvono, ma per noi rappresenta più il segnale della partecipazione alla nostra missione, che un sostentamento economico. È segno di una delega: chi aderisce ci dice di andare avanti anche per suo conto».
Una delega ad adoperarsi per contrastare le povertà che cambiano e sono sempre meno estranee alla vita comune. Alcune povertà sono costanti e non cambiano con i tempi e le condizioni, quelle legate alla vera marginalità, quindi alle tossicodipendenze, all’abuso alcolico, al disagio mentale, ma altre subiscono trasformazioni. Attualmente per esempio circa il 15% degli assistiti dall’OSF è di origine peruviana, seguendo un cambiamento nei gruppi di immigrati in via di inserimento, di normalizzazione rispetto alla comunità cittadina. È una quota che negli anni ha riguardato le persone provenienti dall’Albania, poi i nordafricani e altri. C’è anche una percentuale di assistiti italiani, circa il 13%. «Ci sono padri separati che han finito per dormire in auto e poi sono finti per strada, persone che hanno perso il lavoro, anziani che forse potrebbe anche restare a casa, ma sono schiacciati dai sacrifici e dalla solitudine: potrebbero avere la compagnia di un animale, ma anche quello, per loro, costerebbe troppo. Ecco, la vera nuova povertà, quella che aumenta vertiginosamente è quella delle relazioni. Persone che non hanno più rapporti con nessuno e anche per questo precipitano nella povertà economica».
Anche due anni di emergenza Covid e ora le ripercussioni economiche della guerra in Ucraina hanno inciso, accentuando disparità che strutture come l’Opera San Francesco rilevano in modo immediato e hanno a che vedere non tanto con le condizioni di chi versa in povertà, quanto con quelle di chi non riesce più ad essere solidale. Chi, in vari modi, faceva elemosina, ora non se lo può più permettere. «Sono soprattutto anziani, pensionati», racconta il presidente. «Ogni mese, dalla loro pensione devolvevano a noi una quota, ma ora mi scrivono scusandosi, perché non ce la fanno più. E così avviene anche al di fuori dalla nostra realtà, nella solidarietà più diretta».
Qualcosa, però, migliora. Innanzitutto la partecipazione dei giovani, che nel periodo Covid hanno rimpiazzato i volontari storici ai quali non era più stato possibile partecipare all’attività collettiva a causa dell’età. I giovani sono arrivati in gran numero e sono rimasti. Poi anche l’attenzione da parte dei settori produttivi, delle imprese. «Oltre ad aiutarci economicamente, molte imprese, anche importanti, mandano qui i loro dipendenti e ci chiedo poi di andare in azienda a tenere corsi, perfino per i dirigenti. Capiscono che qui si tocca con mano la realtà, quella che deve essere il vero parametro delle aspettative economiche, dei rapporti, dell’impegno. Alcuni manager sono venuti qui a mangiare, facendo la coda in mezzo ai disperati. Hanno portato anche i figli».
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