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Novembre è diventato il mese della prevenzione maschile grazie a Movember Foundation

Screening per la salvezza

Justich: come prevenire il tumore alla prostata

26/11/2025 10:35

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Screening per la salvezza

A partire dagli anni 2000 in Australia una fondazione no profit, la Movember Foundation, si è posta l’obiettivo di iniziare una campagna per sensibilizzare la popolazione maschile sul tumore della prostata, sulla necessità di diagnosi precoce, affrontando anche l’aspetto di salute mentale come ansia e depressione che questa malattia comporta a chi ne è soggetto. Questo movimento ha ormai adesione mondiale e novembre è diventato il mese della prevenzione maschile grazie a Movember che è una parola formata dall’unione di novembre e moustache  che sono i baffi in quanto gli uomini che vi aderiscono si fanno crescere i baffi proprio come caratteristica della campagna.

Matteo Justich è attivo alla Clinica La Quiete di Varese e all’Asst Valle Olona. Urologo specialista, ha maturato esperienza clinico-chirurgica in strutture complesse tra Lombardia e Campania. Presso Clinica La Quiete, in ambito ambulatoriale e chirurgico esegue, tra l’altro, biopsie prostatiche, cistoscopie, day surgery e si occupa di tumori urogenitali, infertilità, disfunzione erettile, calcolosi e patologie prostatiche. Autore di pubblicazioni e relatore in convegni nazionali, ha anche approfondito tecniche avanzate di chirurgia robotica e laparoscopica.

Screening per la salvezza

Dottore, perché è così fondamentale dedicare un mese alla consapevolezza e alla prevenzione del tumore della prostata?

Perché il tumore della prostata è il più frequente al mondo ed in Italia rappresenta la neoplasia più diffusa tra gli uomini sopra i 50 anni. Se guardiamo i dati statistici del 2024 si osserva che sono stati diagnosticati 41mila nuovi casi, circa il 20% di tutti i tumori maschili con una mortalità di 8.400 persone per questa malattia. Inoltre, nonostante il numero elevato, a 5 anni dalla diagnosi il 91% dei pazienti è vivo ed attualmente convive con questa malattia poco meno di mezzo milione di italiani. Se poi andiamo ad analizzare i maschi colpiti vediamo che c’è una correlazione con l’età: se sotto i 40 anni l’incidenza di malattia è minore del 5%, saliamo al 59% dopo i 79 anni.

Quali sono i fattori di rischio per il tumore prostatico e cosa si può fare?

Ad oggi sappiamo che circa il 10% dei casi è dovuto ad una mutazione genetica, in particolare dei geni BRCA 1 e 2 che sono gli stessi responsabili del tumore alla mammella. I soggetti che hanno familiari di I e II grado colpiti da diagnosi di tumore prostatico hanno il rischio di ammalarsi di circa il doppio. Questi aumenta da 3 a 6 volte nel caso in cui la diagnosi avvenga prima dei 55 anni. Il problema non è solo il rischio maggiore di malattia ma anche di una malattia più aggressiva che può essere diagnostica in fase avanzata peggiorando quindi i risultati dopo trattamento. Purtroppo per il 90% dei restanti non esistono dei fattori univoci responsabili come sappiamo essere ad esempio il fumo col tumore del polmone.

Esiste uno screening per il tumore della prostata come ad esempio avviene per colon-retto, mammella ed utero?

Purtroppo per il tumore della prostata non esiste ad oggi un programma di screening, anzi è uno degli argomenti più controversi. Lo screening di per sé consiste in un programma sanitario che analizza in modo sistemico uno specifico gruppo di una popolazione sana con qualche strumento con lo scopo di individuare soggetti malati asintomatici, ottenere una diagnosi precoce, favorire il trattamento specifico e quindi ridurre la mortalità da correlarsi a quel tumore. Purtroppo, tutti i programmi di screening per il tumore prostatico non hanno evidenziato benefici in termine di sopravvivenza nel lungo termine ma hanno favorito una diagnosi anche delle forme meno aggressive che ha comportato anche di conseguenza un trattamento di queste forme. Si è arrivati al paradosso che per salvare 1 paziente da morte per tumore prostatico si devono trattare 47 pazienti che non morirebbero per questa causa ma con questa malattia. Tutto questo è dovuto al fatto che lo screening è stato basato sul dosaggio sierico del Psa, la cui introduzione a partire dagli anni ’70 da parte di Ablin ha rivoluzionato il modo di approcciarsi al tumore prostatico ma ci ha posto anche a nuovi dilemmi e sfide.

Che cos’è il Psa e perché non è riuscito ad essere da sola lo strumento di screening per il tumore prostatico?

Partiamo da cosa non è il Psa per arrivare alla risposta. Il Psa non è un marker tumorale. È una proteina prodotta esclusivamente dalla prostata che ha lo scopo di rendere fluido il liquido seminale dopo l’eiaculazione. Noi la dosiamo nel sangue dove idealmente dovrebbe essere basso. Il suo aumento può essere correlato a tanti fattori, dalle infezioni (cistiti, prostatiti) dall’ipertrofia prostatica, ossia l’aumento volumetrico fisiologico della prostata con l’avanzare dell’età, i traumatismi, tipo la sella della bicicletta, in ultima analisi un aumento correlato al sovvertimento della struttura della prostata dovuta alla presenza di una neoplasia. Quindi proprio per questo motivo il Psa, per sua natura, da solo non può essere alla base di un programma di screening ed è stato uno dei Bias degli studi effettuati. Ad oggi non è stata individuata ancora una molecola o uno strumento idoneo a prenderne il posto per programmare lo screening. Personalmente mi piace definire il Psa come un indice di salute della prostata e un suo aumento va interpretato dall’urologo assieme alla valutazione della prostata mediante esplorazione digito-rettale proprio per capirne la causa. Ed anche in questo caso Psa e visita urologica hanno assieme una sensibilità ed una specificità per tumore prostatico di circa il 60%.

Per concludere, quindi, qual è la risposta della popolazione maschile in Italia e quale la sua raccomandazione?

In Italia, purtroppo, solo il 6% degli uomini fa controlli regolari, mentre il 46% non fa alcun controllo se non ha sintomi. Questo dato preoccupante è legato a fattori culturali e sociali, con una resistenza a parlare di salute maschile e imbarazzo legato a visite urologiche. Il tumore prostatico, sebbene silente, può essere letale se non trattato tempestivamente. La prevenzione è quindi il primo passo per mantenere la salute maschile, soprattutto attraverso diagnosi precoci come il dosaggio del PSA. Sebbene, come detto, non esista un protocollo univoco, gli uomini over 50 (o over 45 se con familiarità) dovrebbero sottoporsi a controlli periodici, con una cadenza consigliata dall’urologo. Prevenire è la chiave! (riproduzione riservata)

Da villa nobiliare di Varese  a Clinica La Quiete

La Clinica La Quiete affonda le sue radici nel cuore di Varese, in un edificio storico originariamente costruito a metà Ottocento come residenza nobiliare. Nel 1919 è stata trasformata in clinica e per oltre un secolo e` stata un punto di riferimento per la salute della comunità di Varese e provincia.  Completamente rinnovata tra il 2024 e il 2025, la nuova Clinica La Quiete si presenta oggi come una struttura sanitaria moderna, punto di riferimento per la sanità privata a Varese. Dispone di un Poliambulatorio Specialistico con oltre 15 ambulatori, un’area di Diagnostica per Immagini con tecnologie all’avanguardia, 3 sale operatorie pensate per garantire sicurezza e qualità, un reparto di Day Surgery con camere di degenza e un punto prelievi. La clinica si amplierà con il servizio di medicina preventiva (check-up) e con oltre 30 nuove camere di degenza private, pensate per offrire il massimo comfort durante ricoveri. Situata su un colle a pochi passi dal centro città, è facilmente raggiungibile ma al tempo stesso immersa nella quiete di un parco secolare. Il contesto è silenzioso e panoramico, con una splendida vista sul lago e sulle colline circostanti. (riproduzione riservata)

La risonanza multiparametrica combina informazioni anatomiche e vascolari Intervista al dottor Frattini radiologo della struttura sanitaria Clinica La Quiete

Le tecnologie a disposizione della medicina dedicata alla cura dei tumori si sta evolvendo rapidamente a favore delle tecnologie più efficaci e meno invasive. Il dottor Tiziano Frattini è radiologo presso la struttura sanitaria Clinica La Quiete.

Dottore, che cos’è la risonanza della prostata e che ruolo ha nella diagnosi del tumore prostatico?

La risonanza multiparametrica della prostata è un esame avanzato che ci consente di identificare, su una scala di 5, la probabilità che sia presente una neoplasia clinicamente significativa, cioè un tumore con una reale aggressività biologica. È un’indagine molto utile perché permette di escludere o confermare un sospetto di tumore della prostata e di orientare la necessità di eseguire una biopsia o di evitarla, se non è necessaria. In pratica, grazie alla combinazione di diverse sequenze di immagini, riusciamo ad avere una visione completa della ghiandola e del comportamento dei tessuti, valutando non solo la loro morfologia ma anche le loro caratteristiche biologiche.

Il mezzo di contrasto è sempre necessario?

Il mezzo di contrasto è una parte fondamentale di questo tipo di esame, soprattutto nei pazienti che rientrano nella categoria a rischio intermedio. In questi casi la positività del mezzo di contrasto — cioè, la presenza di un’area che si impregna in modo più intenso o precoce — aumenta la probabilità che si tratti di una neoplasia clinicamente significativa. In altre parole, ci consente di distinguere con maggiore sicurezza un tessuto normale da uno sospetto e di migliorare la precisione diagnostica complessiva dell’esame.

Quanto incide la tecnologia sulla qualità dell’esame?

Moltissimo. Le apparecchiature devono soddisfare caratteristiche tecnologiche ben precise. In generale, un’apparecchiatura con un’intensità di campo più alta — ad esempio a 3 Tesla — offre un miglior rapporto segnale-rumore e quindi immagini più definite e di qualità superiore. Tuttavia, la letteratura scientifica non mostra differenze clinicamente significative tra apparecchiature a 1,5 Tesla e a 3 Tesla, purché entrambe siano moderne e utilizzate con protocolli corretti. Ad esempio, alla Clinica La Quiete disponiamo di tecnologie di ultima generazione che garantiscono un’eccellente qualità d’immagine e consentono di eseguire l’esame in modo confortevole, senza bisogno di bobine endorettali, quindi senza strumenti invasivi. È un vantaggio importante per il paziente e al tempo stesso mantiene la massima accuratezza diagnostica. (riproduzione riservata)


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