Mentre il report Global Powers of Luxury 2026 di Deloitte segnala che solo il 6% delle aziende italiane della moda ha già integrato l'intelligenza artificiale generativa nelle funzioni core, c'è una società italiana che su questo terreno opera già su scala globale. PixelModa, guidata da Gianni Serazzi, produce circa 12 milioni di immagini e video all'anno per oltre 900 marchi, con una crescita che il fondatore quantifica «intorno al 10% al mese».
Il punto di partenza del modello è una distinzione che Serazzi tiene a precisare: la maggior parte dei contenuti prodotti non è generata dall'AI, ma assistita. «La grande maggioranza delle foto e dei video che realizziamo non usa la GenAI, ma soltanto l'AI o il software che abbiamo sviluppato per rendere i processi davvero efficienti», spiega Gianni Serazzi, fondatore di PixelModa. «C'è sempre un fotografo che scatta la foto, su un modello reale, e l'AI guida il fotografo. È questa dinamica di uomo più tecnologia a produrre un'immagine migliore di quella che potrebbe realizzare la sola AI o il solo essere umano.»
I risultati, secondo il fondatore, incidono in modo diretto sui conti dei marchi. «Vediamo molti brand che adottano la tecnologia e registrano una crescita significativa, dal 5% al 15% sul fatturato, con una riduzione dei costi del 60%, 80%, persino 90%», afferma Serazzi. Una trasformazione che, sul versante del prodotto, si traduce in più contenuti per ogni referenza — fotografie aggiuntive e video — con un impatto misurabile sul tasso di conversione e sulla riduzione dei resi.
Il posizionamento riflette l'esperienza del fondatore nel comparto. Prima di fondare PixelModa SRL, Gianni Serazzi ha ricoperto il ruolo di director delle soft luxury operations nel gruppo Richemont e ha operato come senior advisor di Bain Capital. Un percorso interno alle maison che oggi orienta il suo approccio al mercato. «Sono stato nei vostri panni, ero in Richemont dentro i brand», ha ricordato durante il panel dedicato all'AI nel fashion in occasione di BoF VOICES 2025. «C'era sempre una nuova tecnologia di cui tutti parlavano, ma che non vedevo nel mio conto economico. La domanda è come individuare le aree in cui può davvero trasformare il business — e oggi l'AI funziona molto bene sui contenuti.»
Alla questione più delicata per i marchi del lusso — la tutela dell'identità — Serazzi oppone un argomento di metodo. «Addestriamo la nostra AI specificamente per ogni brand: non trattiamo un marchio come un altro», sottolinea. «Crediamo di rispettare il DNA del brand molto meglio del solo intervento umano, perché sono l'essere umano e la tecnologia a lavorare insieme.» A sostegno, cita un caso limite: «Uno dei più grandi marchi del lusso negli Stati Uniti ha preso una nostra immagine B2B, una foto da sette euro, e l'ha pubblicata su Vogue e sul New York Times per una grande campagna. Perché in quell'immagine ha riconosciuto il proprio DNA.»
Il piano per l'anno in corso si articola su tre direttrici: ampliamento del portafoglio clienti tra le maison europee, affinamento dei modelli generativi e sviluppo di partnership strategiche. Sul fronte della personalizzazione, Serazzi indica una frontiera già operativa: «Con la parte generativa si possono mostrare modelli asiatici ai consumatori asiatici, e sappiamo che questo genera vendite significativamente più alte. Si può fare oggi.»
Il contesto di mercato accompagna la strategia. Sempre secondo Deloitte, l'84% degli executive italiani del fashion & luxury prevede ricavi stabili o in crescita per il 2026, a fronte di una media globale del 66,9% — il sentiment più positivo a livello mondiale. Per Serazzi, però, la posta in gioco è più netta: «Per chi gestisce un e-commerce o un brand oggi, se non si adottano queste tecnologie che hanno un impatto così drammatico sul conto economico, lo faranno i concorrenti. Di fatto, si sta uccidendo il proprio marchio.»