Se fosse un racconto, avrebbe quattro protagonisti d’eccezione: la moda, la donna, la città (Reggio Emilia) e l’arte. E sarebbe un best seller in 100 Paesi. Non è un libro (anche le sue collezioni sono spesso ispirate ai romanzi ottocenteschi, come sottolinea il direttore creativo Ian Griffiths), ma la storia di Max Mara, il gruppo soprannominato «il gigante silenzioso», perché caratterizzato dalla volontà di fare senza proclamare, e una di quelle rare case di moda che negli anni sono riuscite a combinare successo critico e crescita commerciale. La società da 2 miliardi di euro di giro d’affari, 10 brand e oltre 2.300 store, è guidata dai figli del fondatore Achille Maramotti, Luigi, Maria Ludovica e Ignazio, ed è un grande esempio di famiglia, prima ancora che di azienda familiare, italiana.

La moda e la donna sono l’incipit di questa storia, che ha visto nell’atelier della bisnonna del fondatore, Marina Rinaldi (a cui è dedicata una collezione) e nella scuola di taglio e cucito della madre Giulia Fontanesi l’inizio (o quasi) di tutto. Dopo la laurea in giurisprudenza, imparata «l’arte dell’ago e del filo» proprio dalla mamma sarta, nel 1951 Achille Maramotti iniziò la sua avventura imprenditoriale partendo da soli tre modelli, un tailleur e due paltò. Come nome per il suo brand scelse il diminutivo del cognome, Mara, a cui aggiunse Max, simbolo di potenza e di forza. Sullo sfondo Reggio Emilia, dove Achille riuscì a far crescere il suo impero grazie a una visione antesignana: mentre i couturier parigini disegnavano per le gran dame del nascente jet-set internazionale, Max Mara puntava alle mogli di notai, medici, avvocati, ponendo le basi del futuro pre^t-a`-porter di qualità.

L’icona assoluta del brand? I cappotti ispirati al guardaroba maschile: Ludmilla, Manuela, Teddy Bear e 101801, il must have, disegnato dalla stilista francese Anne-Marie Beretta nel 1981. Ogni stagione, la collezione sfida i confini del tailoring, esplorando nuove forme, tessuti e volumi per raccontare, sempre sotto una nuova luce, questo classico senza tempo. Poi c’è l’arte, grande passione del fondatore tradotta in principale valore dell’azienda e trasformatasi negli anni nella Collezione Maramotti di arte contemporanea. È custodita nello stabilimento in cui le sarte cucivano i vestiti negli anni Cinquanta, riconvertito tra il 2003 e il 2007 dall’architetto Andrew Hapgood. La terza generazione è quasi tutta in azienda: alcuni sono già membri del board di Max Mara Fashion Group e ricoprono ruoli impegnativi, ma il passaggio del testimone appare ancora lontano.
2 miliardi di euro
Il fatturato registrato nel 2024, in crescita del 5% rispetto all’anno precedente
1951
L’anno di fondazione della società, che oggi conta 10 brand
(Max Mara, Sportmax, Weekend Max Mara, Max&Co., Pennyblack, Marina Rinaldi, Persona, Marella, i Blues, Emme)
2.300
Gli store nel mondo, distribuiti in 100 Paesi
Whitney, la bag emblema di New York (e non solo)
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È stata definita una «tipa da museo» ed è il risultato del fluido scambio di idee e stimoli tra moda e architettura, tra la maison Max Mara e il Renzo Piano Building Workshop. Insieme hanno dato vita a una delle borse più raffinate del panorama contemporaneo:
la Whitney bag. La sua storia prende le mosse da New York, città ipnotica epicentro delle arti e fucina di avanguardie, e affonda le sue radici nell’urbanistica iconica di grattacieli, musei e ponti capace di rievocare scene, musiche e nostalgie. Proprio un museo ha ispirato la struttura a nervature verticali della Whitney, nata nel 2015 per celebrare in modo originale l’apertura del nuovo, maestoso spazio che Renzo Piano aveva progettato per il Whitney Museum of American Art nel Meatpacking District, il terzo dopo le sedi nel Greenwich Village e al Breuer Building. Entrata nella storia del design, oggi è un must delle collezioni Max Mara, presente nel guardaroba delle donne più eleganti del globo, e un cult da museo (è esposta al Musée des Arts Decoratifs di Parigi).