
A cavallo tra il 2011 e il 2012 l’euro sembrava sull’orlo del collasso. La crisi del debito aveva travolto la Grecia, messo in ginocchio la Spagna e spinto i mercati a speculare sul debito italiano. Lo spread Btp-Bund aveva toccato i 575 punti base e la fiducia degli investitori sul debito italiano evaporava. Il sistema scricchiolava sotto la pressione dei mercati e dei governi europei divisi tra rigore e salvataggi.
Draghi era presidente della Banca Centrale Europea da meno di un anno. Sapeva che serviva un segnale, non un tecnicismo. Quando prese la parola alla Global Investment Conference di Londra, parlò per dieci minuti. Disse che l’euro era come un calabrone, un miracolo che vola contro ogni logica, ma che ora doveva diventare un’ape. Poi arrivò la frase: «Nell’ambito del nostro mandato, la Bce è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza».
Fu un colpo di fiducia in un continente paralizzato dalla paura. Nel giro di pochi giorni lo spread scese, i rendimenti seguirono e i mercati smisero di scommettere contro i debiti nazionali. Draghi non aveva cambiato le regole: aveva cambiato la percezione. E, per i mercati, è quasi la stessa cosa.
Nato a Roma nel 1947, Draghi studia al liceo Massimo, si laurea alla Sapienza e poi vola all’MIT a Boston, negli Stati Uniti, dove consegue il PhD con una tesi intitolata «Essays on Economic Theory and Applications» sotto la supervisione dei futuri premi Nobel per l’economia Franco Modigliani e Robert Solow.
Da lì una carriera che intreccia accademia, amministrazione pubblica e mercato: direttore generale del Tesoro, protagonista delle privatizzazioni degli anni Novanta, poi Goldman Sachs, poi governatore della Banca d’Italia, infine alla Bce.
«È difficile trovare qualcuno con un’esperienza più ampia di lui», racconta nel podcast Stefania Tamburello, autrice della prima biografia su Draghi. «Aveva visto tutto: le trattative per l’uscita dallo Sme, la nascita dell’euro, la gestione del debito. E sapeva come pensano i mercati».
Tamburello lo descrive come un uomo di metodo, non d’istinto. «Non improvvisa. Calcola. Studia. Per lui non ci sono molte strade: ce n’è una, quella giusta, e la percorre fino in fondo». La sua forza non fu solo la competenza, ma il linguaggio. Draghi comunicava in modo essenziale. «La sua frase whatever it takes fu la sintesi perfetta: semplice ma credibile. Bastò quella promessa per restituire alla Bce un capitale che non si compra con i tassi: la fiducia», conclude Tamburello.
Nei mesi successivi, Draghi trasformò la Banca Centrale Europea in ciò che non era mai stata: un vero scudo. Dall’acquisto di titoli con il meccanismo delle Outright Monetary Transactions (Omt) al quantitative Easing, costruì un meccanismo di protezione che rese l’euro irreversibile.
Senza quelle parole pronunciate da Draghi, forse l’Italia e la Spagna sarebbero finite sotto la tutela della Troika composta da Banca Centrale Europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale. Forse l’euro si sarebbe spaccato tra Nord e Sud. Forse l’Europa avrebbe perso se stessa. «Se al suo posto ci fosse stato un altro, magari un tedesco più ortodosso, non ci sarebbe stata quella ancora lanciata all’Italia e alla Francia», ricorda Tamburello. «L’Europa ne avrebbe risentito, e molto».
Quel giorno di luglio, Draghi non salvò solo una moneta. Salvò un’idea. L’idea che un progetto politico ed economico potesse resistere anche quando i numeri dicono il contrario. Il Whatever It Takes fu il punto in cui la storia dell’euro smise di essere una cronaca di crisi e diventò una prova di volontà.
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