Nel settore della nautica di alta gamma, la progettazione è sempre più una questione di metodo, integrazione e controllo tecnico. È su questo terreno che opera Kyma, studio italiano di progettazione nautica con sede a Follonica, attivo dal 2002 e focalizzato soprattutto sugli yacht di lusso. Ne parliamo con Sergio Allegria, CEO di Kyma.
In questo settore la progettazione navale si sta spostando sempre di più da una logica per fasi separate a una logica di processo integrato. Oggi non è sufficiente sviluppare un buon concept: è necessario impostare fin dall’inizio un progetto tecnicamente solido, sviluppabile e coerente fino alla fase esecutiva.
Per restare competitivi servono quindi competenze che tengano insieme visione progettuale e controllo tecnico: studi di fattibilità, parametri normativi, coordinamento tra discipline, modellazione 3D, sviluppo esecutivo e capacità di supportare il cantiere lungo tutto il percorso. Gli strumenti avanzati contano, ma contano soprattutto quando rafforzano continuità progettuale e costruibilità.
L’opportunità principale è la possibilità di anticipare. Modellazione 3D e analisi FEM permettono di affrontare prima verifiche, interferenze, criticità strutturali e nodi progettuali che, se emergono tardi, pesano molto di più su tempi, costi e margini di modifica.
Per il cantiere questo significa lavorare su informazioni più ordinate e più controllabili. Per il progettista significa poter collegare in modo più efficace geometria, comportamento strutturale e sviluppo costruttivo.
La sfida è evitare un uso superficiale di questi strumenti. Il valore non dipende dal software in sé, ma dalla qualità del modello, dalle ipotesi di partenza e dalla capacità di interpretare correttamente i risultati. In questo senso, la vera differenza non la fa solo la tecnologia, ma il metodo con cui viene applicata.
L’errore più frequente è la frammentazione. Quando fase concettuale, sviluppo tecnico e progettazione esecutiva non mantengono continuità, alcune criticità restano aperte e tendono a riemergere nelle fasi più avanzate, quando intervenire è più complesso.
Un secondo punto riguarda il coordinamento tra discipline. Layout, struttura, impianti, spazi e vincoli tecnici devono evolvere in modo coerente. Se questo allineamento manca, aumentano interferenze, revisioni tardive e passaggi poco efficienti verso il cantiere.
Un approccio più integrato serve proprio a ridurre queste dispersioni: non elimina la complessità del progetto, ma la affronta prima, con una base tecnica più chiara e con informazioni progettuali più solide.
Ci si adegua mantenendo equilibrio tra personalizzazione e controllo. Oggi l’unicità del progetto non riguarda solo il risultato finale, ma anche il modo in cui richieste specifiche, configurazioni particolari e vincoli tecnici vengono tradotti in soluzioni realmente sviluppabili.
Per questo è fondamentale non separare mai la fase concettuale da quella esecutiva. Più il progetto è personalizzato, più serve continuità tra impostazione iniziale, coordinamento tra discipline e sviluppo tecnico.
La personalizzazione, in questo contesto, non va letta come aumento della complessità in sé, ma come necessità di una regia progettuale più robusta.
Il valore aggiunto sta nella capacità di agire come partner tecnico strutturato e non come semplice fornitore di attività verticali. Uno studio specializzato può portare metodo, continuità tra progettazione di base ed esecutiva, competenze trasversali e maggiore presidio sul coordinamento complessivo.
Per il cantiere questo si traduce nella possibilità di avere un interlocutore tecnico unico, in grado di leggere il quadro generale, supportare le decisioni lungo tutto il processo e ridurre dispersioni di coordinamento tra soggetti diversi.
La collaborazione, a nostro avviso, dovrebbe evolvere in questa direzione: meno frammentazione, più integrazione, più continuità tecnica tra impostazione iniziale e sviluppo esecutivo.
Il primo fattore è la qualità del coordinamento. In un progetto complesso le informazioni devono restare coerenti, leggibili e trasferibili tra soggetti diversi senza perdere qualità.
Il secondo è la continuità tra le fasi. Quando ogni passaggio viene trattato come un blocco isolato, aumentano le aree di ambiguità e le criticità emergono più tardi, spesso nel momento meno favorevole.
Infine conta la capacità di leggere per tempo i nodi più sensibili. Non tutto può essere definito subito, ma è essenziale capire quali aspetti richiedono un approfondimento precoce per non trasformarsi in problemi nelle fasi successive.
Il primo passo è lavorare sul metodo prima ancora che sugli strumenti. L’innovazione è utile quando migliora realmente il controllo del progetto, ma per farlo deve inserirsi in un processo chiaro, con flussi informativi ben strutturati, verifiche coerenti e buon coordinamento tra discipline.
Tecnologie come modellazione 3D, scansione o analisi numeriche possono dare un contributo importante, ma non risolvono da sole le inefficienze di processo. Se manca una base metodologica solida, il rischio è introdurre strumenti avanzati senza ottenere un beneficio reale.
Per questo la prima domanda da porsi è molto concreta: dove si generano oggi ambiguità, rallentamenti o revisioni tardive? Innovare significa prima di tutto rendere il processo più leggibile e più integrato.