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John Paulson e la grande scommessa

Nel 2008, mentre l’America si illudeva di vivere un’epoca di prosperità infinita, John Paulson - allora un poco conosciuto investitore di Wall Street - intuì che gli Usa vivevano in una bolla immobiliare pronta a esplodere. E ci scommise contro. Potete ascoltare tutta la storia nella nuova puntata di Lampi, il podcast di Class Editori dedicato ai momenti in cui la finanza ha sfidato il destino

di Lorenzo Buonarosa
19/11/2025 09:18

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John Paulson e la grande scommessa

John Paulson e la grande scommessa

All’inizio degli anni Duemila l’America era reduce dallo scoppio della bolla delle dot-com e dagli attacchi dell’11 settembre. Per rilanciare l’economia, la Federal Reserve tagliò i tassi d’interesse ai minimi storici. Accedere al credito divenne molto facile e le banche iniziarono a concedere mutui anche a chi non aveva redditi stabili o garanzie sufficienti. Nasceva il mondo dei mutui subprime, prestiti ad alto rischio di insolvenza. Che però la grande macchina della finanza travestiva da investimenti sicuri.

Per moltiplicare i profitti, le grandi banche d’investimento impacchettarono quei mutui subprime in strumenti finanziari complessi — i CDO (collateralized debt obligations, obbligazioni garantite da debito) — e li vendettero in tutto il mondo, con l’etichetta «tripla A» delle agenzie di rating. All’apparenza era una macchina perfetta. In realtà, era una bomba a orologeria.

Nel 2007 il motore degli Stati Uniti sembra girare in maniera perfetta: crescita solida, disoccupazione sotto il 5%, borse ai massimi e immobili che raddoppiavano di valore nel giro di pochi anni. E che, venendo rivendute, consentivano anche a chi non aveva reddito sufficiente per pagare le rate di rimborsare il mutuo. Ma era una macchina che non doveva incepparsi mai. Eppure c’erano delle crepe che si stavano aprendo sotto la superficie ma nessuno voleva vederle.

Nessuno, tranne John Paulson, un investitore sconosciuto ai più, un outsider di Wall Street che aveva intravisto l’impossibile: il crollo imminente del mercato immobiliare americano. In un sistema dove tutti puntavano sulla crescita, lui decise di scommettere sul disastro.

L’uomo che vide la crepa

Nato nel 1955 nel Queens, Paulson cresce in una famiglia modesta e studia ad Harvard, dove si laurea in economia con il massimo dei voti. Dopo alcuni anni in Bear Stearns e Boston Consulting Group, fonda la sua società di gestione nel 1994: Paulson & Co.

John Paulson era un gestore prudente, con una formazione tradizionale e una carriera fin lì senza clamori. Ma nel 2006 incontrò un analista italiano, Paolo Pellegrini, che aveva scoperto nei dati della Federal Reserve un’anomalia inquietante: i mutui rischiosi crescevano più velocemente del valore reale delle case. Era la crepa invisibile sotto il pavimento di Wall Street.

Insieme costruirono una scommessa al contrario. Attraverso strumenti chiamati credit default swap, Paulson puntò miliardi contro i titoli legati ai mutui subprime. Era come assicurare una casa contro un incendio sapendo che stava già bruciando. Ma nessuno fino da allora vedeva le fiamme né sentiva il calore.

Quando, nel 2008, il sistema collassò e Lehman Brothers dichiarò bancarotta, Paulson era l’unico a trovarsi dal lato giusto della storia (e della scommessa finanziaria). In un solo anno guadagnò oltre 3,7 miliardi di dollari. Per il mondo della finanza fu un colpo di genio. Per milioni di americani, fu l’inizio della rovina.

Da New York all’Olimpo (e ritorno)

I giornali lo chiamano «l’uomo che scommise contro il mondo». Il suo fondo tocca i 38 miliardi di dollari in gestione. Le riviste lo celebrano, le banche lo temono.

Ma, come accade spesso a chi sfida gli dei della finanza, l’ascesa è seguita dalla caduta. Dopo il trionfo sui mutui, Paulson tenta nuove scommesse sull’oro, sui titoli di Stato europei e su colossi farmaceutici. Stavolta, però, il tempismo lo tradisce. In pochi anni, i rendimenti si riducono, gli investitori si ritirano e il suo impero si restringe. Oggi, con un patrimonio stimato di circa otto miliardi di dollari, resta uno degli uomini più ricchi d’America — ma anche un simbolo della fragilità del successo.

Cosa resta della grande scommessa

Senza la scommessa di Paulson, la crisi dei mutui subprime avrebbe comunque travolto il mondo. La sua intuizione vincente rivelò quanto il sistema fosse cieco di fronte ai propri eccessi. Fu una vittoria matematica dentro una tragedia collettiva.

La sua parabola resta una metafora perfetta della finanza moderna: razionale nei numeri, ma emotiva nel suo cuore. Paulson non inventò la crisi, la previde. E in quel gesto si intravede l’ambiguità della finanza: la capacità di anticipare il disastro (oltre che di crearlo) e, al tempo stesso, di trarne profitto. Nel caos del 2008, mentre il mondo perdeva certezze, John Paulson trovò la sua. Capì che ogni boom contiene la propria fine. E che, qualche volta, la scommessa più audace è quella contro tutti.

(Riproduzione riservata)


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