
A volte un mercato sembra solido come una lastra di vetro. Ma basta una crepa perché crolli. Il 16 settembre 1992 quella crepa si aprì nella sterlina britannica: un attacco speculativo senza precedenti costrinse la Banca d’Inghilterra a capitolare e rese George Soros più ricco di un miliardo di dollari in poche ore. Ma dietro la leggenda del «colpo di genio» c’è qualcosa di più sottile: la consapevolezza che i mercati non descrivono la realtà, la creano.
È il cuore della teoria della riflessività, che Soros elaborò studiando filosofia alla London School of Economics, ispirato dal pensiero di Karl Popper. Popper diceva che la conoscenza è come un vetro fragile: ci permette di vedere il mondo, ma ogni volta che la realtà lo mette alla prova, si incrina. Per Soros lo stesso vale per i mercati: quando le convinzioni collettive entrano in conflitto con i fatti, qualcosa si rompe.
È quello che accadde nel 1992 nel Regno Unito: quando Londra entrò nel Sistema Monetario Europeo (Sme), legò la sterlina al marco tedesco. Ma la riunificazione della Germania spinse la Bundesbank ad alzare i tassi per contenere l’inflazione interna, e Londra, in piena recessione, si ritrovò intrappolata: per rimanere nello Sme doveva difendere la sterlina, ma per far ripartire la propria economia avrebbe dovuto lasciare che la valuta fluttuasse liberamente, magari anche svalutandosi. Un disequilibrio che rese il Regno Unito estremamente vulnerabile.
Lo Sme imponeva un cambio semi-fisso tra le valute europee: ogni moneta poteva oscillare solo entro una banda molto stretta rispetto alle altre. Ma questo significava che un Paese in difficoltà — con un’economia meno competitiva o un debito fuori controllo — non poteva svalutare la propria moneta per recuperare terreno.
Restare nello Sme voleva dire dover correggere gli squilibri solo con politiche interne: tagli alla spesa, aumento delle tasse, stretta monetaria. In altre parole, austerità. Ma senza la flessibilità del cambio, la cura rischiava di essere più dura della malattia.
Quando il presidente della Bundesbank, Helmut Schlesinger, lasciò intendere che la valuta britannica avrebbe potuto essere rivalutata, la miccia si accese.
Soros iniziò a vendere sterline allo scoperto. La Banca d’Inghilterra cercò disperatamente di contrastare l’attacco: alzò i tassi d’interesse fino a un vertiginoso 15% e bruciò oltre 27 miliardi di dollari delle sue riserve valutarie per acquistare sterline sul mercato, un’azione di difesa titanica. Tutto inutile, però. I mercati, fiutando l’imminente cedimento, continuarono a vendere sterline senza sosta.
La moneta crollò, Londra uscì dallo Sme e l’episodio passò alla storia come il «Mercoledì Nero». L’attacco non colpì solo il Regno Unito: anche la lira italiana subì una svalutazione del 30%, costringendo il governo di Giuliano Amato a una manovra da 93 mila miliardi di lire e all’introduzione dell’ICI.
L’Europa capì che i cambi fissi non potevano durare. Da quella frattura nacque l’euro: una moneta unica, creata per proteggere il continente da nuove ondate speculative. Come ricorda nel podcast Alberto Foà, fondatore di Anima e presidente di AcomeA, «il sistema dei cambi fissi non reggeva: o si faceva una valuta unica, o le banche centrali sarebbero rimaste esposte agli attacchi».
Ma l’equilibrio durò poco. Nel 2011, con l’euro ormai consolidato, la speculazione cambiò bersaglio: non più le valute, ma i titoli di Stato. «O tieni fermi i cambi o tieni fermi i tassi», spiega Foà. «Quando il cambio non è più una variabile, le tensioni si scaricano sui rendimenti».
Fu allora che intervenne Mario Draghi, presidente della Bce. Con il celebre «whatever it takes», fermò quella nuova tempesta. Ma quella è un’altra storia, raccontata nella prima puntata di Lampi.
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