Diventare genitori in Italia è sempre più difficile. Non solo per ragioni economiche o sociali, ma anche per un fattore non negoziabile: il tempo. E quando il tempo stringe, entra in gioco la medicina. Ma anche qui, il percorso è tutt’altro che semplice e il tempo non è comunque un optional. Secondo una nuova indagine del network nazionale convenzionato di Pma Demetra, meno di una coppia su due tra quelle che avrebbero bisogno di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita (Pma) riesce effettivamente ad accedervi.
Ogni anno si stima che siano circa 150 mila le coppie infertili alla ricerca di un figlio, ma solo il 42% di loro (63 mila) approda un trattamento e sono appena 17 mila i bimbi che nascono. Numeri diventano ancora più esigui quando si considerino le coppie che proseguono questo percorso dopo il fallimento di un primo tentativo.
Il primo ostacolo al desiderio di genitorialità è tristemente noto: l’età. Oggi la maggior parte delle donne che cerca una gravidanza ha tra i 35 e i 40 anni. E non è un dettaglio da poco. Lo rivela un’indagine condotta da Demetra sui 35 centri Pma italiani (rappresentativi del 50% dei cicli effettuati in Italia) e su un campione di 480 donne.
“L’orologio biologico non aspetta, ma l’accesso alla medicina della riproduzione avviene sempre più tardi – ricorda la professoressa Laura Rienzi, direttrice scientifica del Gruppo Ivirma Italia e professore associato presso il dipartimento di Scienze Biomolecolare dell’Università di Urbino – Il risultato? Quando si arriva dallo specialista, spesso la situazione è già molto complessa”. I numeri parlano da soli: “il 78% delle donne che valutano la Pma – ricorda la professoressa Rienzi - ha più di 35 anni e il 40% ha superato i 40. In questa fascia d’età, le probabilità di successo diminuiscono moltissimo mentre aumenta il rischio di drop out (l’abbandono del percorso dopo aver vissuto un fallimento).
E purtroppo, anche quando il tempo stringe, il sistema non accelera, né facilita le cose. Anzi. Oltre due donne su tre provano a rivolgersi al Servizio sanitario nazionale per la Pma, ma il 43% è costretto ad aspettare più di tre mesi solo per ottenere una prima visita. Ed è un’attesa che molte non possono permettersi. Così 9 coppie su 10 finiscono per rivolgersi al privato. Ma qui entra in gioco un altro ostacolo: i costi, che gravano quasi alla stessa stregua delle difficoltà emotive. Poi ci sono i cosiddetti ‘viaggi della speranza’: spostamenti da una regione d’Italia all’altra per trovare centri con liste d’attesa più snelle, con un ulteriore carico di stress e spese.
E c’è anche un aspetto meno immediatamente percepibile, ma altrettanto decisivo: l’incertezza, l’esitazione anche quando la barriera temporale si fa sempre più vicina. Il 60% delle donne interessate alla Pma vive in una bolla di ‘attesa’, riempita di ricerche online, tanti dubbi e indecisioni. Si informano, confrontano, leggono. Ma spesso non riescono a fare il passo successivo. Quello decisivo. Restano intrappolate in una una sorta di limbo emotivo, nel quale il desiderio di un figlio si scontra con la paura, la complessità del percorso e la sensazione di non avere abbastanza informazioni chiare o supporto.
E non sorprende poi tanto, visto che la fecondazione assistita non è solo una questione medica. È anche, e soprattutto, un’esperienza psicologica intensa. Dopo un primo tentativo fallito, tra il 20% e il 50% delle coppie abbandona il percorso. Un dato fin troppo eloquente. Eppure, il supporto psicologico non sempre viene offerto all’interno di un percorso di Pma. In più, il 40% dei centri non monitora nemmeno in modo sistematico questi abbandoni. Eppure, fino alla metà delle pazienti vorrebbe un sostegno emotivo. E non come ‘extra’, ma come parte integrante della cura.
Questo vissuto, trasversale a molte coppie, si inserisce in un contesto più ampio. In Italia si fanno figli sempre più tardi: l’età media al primo figlio è arrivata a quasi 32 anni, la più alta in Europa. E intanto le curve di natalità continuano a scendere. “Nel 2024 – sottolinea Cinzia Castagnaro ricercatrice Istat – il tasso di fecondità ha toccato un nuovo minimo storico: 1,18 figli per donna. In questo contesto, il ruolo della Pma sta diventando sempre più decisivo: al momento in Italia contribuisce a quasi il 4% delle nascite, ma tra le donne over 40 il suo impatto è molto maggiore: fino a un terzo dei primi figli, nelle ultra-40enni, nasce grazie a queste tecniche.
In questo scenario si inserisce il network Demetra, realtà nazionale della Pma, parte di Ivi Rma Italia e oggi tra i principali punti di riferimento nel settore, con oltre il 22% dei cicli di fecondazione assistita (FIVET-ICSI) effettuati nel privato convenzionato (dati 2023). “Il network Demetra – afferma Blasco de Felice, AD del gruppo Ivi Rma Italia, del quale fa parte anche il gruppo Demetra – si propone di dare un contributo alle necessità delle coppie che, come rivela la nostra indagine, chiedono di ridurre le barriere che ancora limitano l’accesso ai trattamenti, puntando su un modello integrato che combina qualità clinica e sostenibilità, con tempi più rapidi, minori barriere economiche e approccio multidisciplinare”.
L’obiettivo è rendere i percorsi più accessibili, intervenendo su tempi di attesa, costi e complessità organizzative, attraverso una rete capillare che copre tutto il territorio nazionale. Dai centri storici di Firenze e Bergamo, ai poliambulatori nelle principali città (Roma, Bologna, Milano), fino agli studi affiliati (Pescara, Lido di Camaiore, Giulianova, Napoli, Bari, Cosenza e Crotone), Demetra offre un approccio multidisciplinare e personalizzato, che include tutte le tecniche di Pma, dalla diagnosi genetica pre-impianto alla preservazione della fertilità. Un modello che, grazie a oltre 100 professionisti coinvolti, ha già contribuito alla nascita di più di 20 mila bambini e che punta a rendere la genitorialità un traguardo più raggiungibile per un numero crescente di coppie.
Insomma, l’accesso alla Pma non è una questione solo squisitamente medica. È organizzativa, culturale e anche politica. È necessario rendere più agile e velocizzare l’accesso alle tecniche di Pma, rimuovere le barriere economiche, applicare i Lea in tutte le Regioni e disegnare percorsi ben strutturati che prevedano medicina e supporto psicologico. Altrimenti il rischio è che il desiderio di avere un figlio si perda lungo questo percorso. Non per mancanza di determinazione, ma per una serie di ostacoli difficili da affrontare e superare. E in un Paese che invecchia e fa sempre meno figli, questa è una questione che riguarda davvero tutti.