La gestione attiva sta attraversando una profonda trasformazione. Per anni il successo di un gestore è stato misurato quasi esclusivamente dalla capacità di battere un indice di riferimento, mentre oggi si sta spostando verso un approccio più articolato: conta di meno la semplice sovraperformance e vale molto di più la capacità di costruire soluzioni in grado di raggiungere obiettivi specifici. Sui mercati, i grandi trend strutturali stanno modificando il terreno su cui gli investitori sono chiamati a operare, a partire dall’intelligenza artificiale.l portafoglio sia attraverso indici compositi di materie prime e sia tramite le singole commodity, offrendo una naturale copertura contro il carovita che spesso accompagna la crescita economica vivace.
Secondo Samantha Ricciardi, Head of EMEA di Fidelity International, «al giorno d’oggi lo scopo di una soluzione attiva conta quanto le idee che la sostengono». Un’affermazione che sintetizza bene il cambiamento in atto: «attualmente, investire attivamente significa individuare le strategie non solo per generare alfa, cioè l’extra-rendimento rispetto al benchmark, ma soprattutto nell’assegnare a ciascuna un ruolo preciso nel portafoglio».
L’investimento attivo non può più essere definito esclusivamente dalla selezione titoli, o da misurazioni di concentrazione del portafoglio o di deviazione dall’indice di riferimento.
Anche i fenomeni demografici, come l’invecchiamento della popolazione e la maggiore longevità, stanno accelerando la domanda di soluzioni orientate al ciclo di vita: strategie «target date», o combinazioni tra mercati pubblici e privati, rappresentano esempi concreti di questa evoluzione.
Questa evoluzione si riflette anche nell’abbandono di una logica costruita attorno alle sole asset class tradizionali, a favore di un approccio guidato dagli obiettivi: reddito, nonché protezione nelle fasi di mercato difficili, pianificazione di lungo periodo e gestione delle passività diventano fattori centrali nella costruzione del portafoglio.
Il cambiamento arriva anche in risposta a una crescente disillusione verso la gestione attiva tradizionale: Ricciardi ricorda come oggi gli investitori fondamentali di lungo periodo rappresentino appena il 15% dei flussi azionari statunitensi, rispetto agli oltre tre quarti risalenti a prima della crisi finanziaria globale del 2009.
«I risultati vanno però contestualizzati», conclude la responsabile EMEA di Fidelity International: «una strategia difensiva, per esempio, tende inevitabilmente a sottoperformare durante le fasi di forti rialzi di mercato, ma questo non ne riduce il valore. Infatti, la domanda corretta non è se una strategia abbia generato rendimenti assoluti elevati, ma se il rischio assunto sia coerente con gli obiettivi del portafoglio».
L’era dell’alfa inteso come «black box», cioè un’imperscrutabile scatola nera, appare in progressivo declino, sostituita da modelli più modulari, verificabili e orientati alla chiarezza delle esposizioni. Inoltre, i sottoscrittori chiedono maggiore granularità e prodotti in grado di adattarsi a esigenze sempre più specifiche: proprio in questo contesto si inserisce la rapida espansione degli Etf attivi, che oggi intercettano oltre un terzo della domanda complessiva. In Europa, la gamma di Etf attivi di Fidelity ha registrato una crescita particolarmente significativa dal lancio nel 2020.
Sempre più investitori, infatti, cercano modelli capaci di coniugare la ricerca fondamentale con la disciplina sistematica: da un lato processi ripetibili e controllabili, dall’altro la capacità interpretativa e la lettura del contesto. Una recente indagine su 125 investitori istituzionali e distributori/intermediari in Europa e Asia, condotta con Coalition Greenwich, evidenzia che, al di là delle considerazioni su performance e costi, il 42% degli intervistati utilizza gli Etf attivi per accedere a mercati specializzati, il 27% per raggiungere obiettivi di sostenibilità e il 23% per ragioni legate alla liquidità.
Per gli asset manager le implicazioni sono chiare: le società in grado di declinare la propria attività di ricerca attraverso una pluralità di strutture di investimento possono trasformare la loro neutralità in un vantaggio competitivo.
Mentre la gestione attiva evolve, lo fa anche il quadro macroeconomico attraverso la grande forza di trasformazione proveniente dall’intelligenza artificiale. Dall’Analyst Survey di Fidelity International, basata sulle opinioni di oltre 120 analisti nel mondo, emerge una lettura chiara: l’economia globale starebbe entrando in uno dei più grandi cicli d’investimento degli ultimi decenni, alimentato proprio dall’AI, che non riguarda più soltanto il settore tecnologico.
L’effetto si sta propagando lungo l’intera economia: energia, materiali, infrastrutture e utility stanno beneficiando della costruzione di data center, reti elettriche e nuovi sistemi di supporto tecnologico. La fiducia delle imprese viene misurata sui livelli più elevati dal periodo post-pandemia, con un possibile aumento anche delle operazioni di fusione e acquisizione, poiché molte aziende cercano dimensioni adeguate per sfruttare i benefici della rivoluzione tecnologica.
Sebbene ci siano oggi pressioni sui costi e possibili effetti sul mercato del lavoro, il quadro generale rimane costruttivo: nel lungo periodo, l’AI potrebbe favorire produttività, redditività e standard di vita più elevati, anche se nel breve termine la crescita potrebbe risultare disomogenea e accompagnata da nuovi squilibri sociali.
In questo scenario, gli analisti di Fidelity International mantengono una visione positiva sul comparto tecnologico: gli investimenti degli hyperscaler stanno sostenendo l’intera filiera dell’AI, in particolare semiconduttori, mentre i benefici economici si stanno gradualmente estendendo a energia, finanza, industria e consumi.
L’indagine evidenzia, inoltre, come i mercati emergenti richiedano un approccio selettivo: la Cina continua a mostrare dinamismo nell’AI, semiconduttori, biopharma, veicoli elettrici e terre rare. L’India beneficia della crescita domestica e del settore siderurgico, mentre la Corea del Sud sta migliorando la governance societaria a vantaggio degli azionisti.
Tra i temi emergenti spicca poi la robotica umanoide cinese: gli analisti di Fidelity International osservano rapidi progressi tecnologici, sostenuti dal supporto governativo e da una filiera industriale avanzata; tuttavia, la sfida principale rimane il passaggio verso robot realmente autonomi e applicabili in contesti produttivi concreti.
In un mondo più complesso e frammentato, non basta più generare idee d’investimento. Occorre trasformarle in soluzioni precise, trasparenti e coerenti con gli obiettivi definiti. La gestione attiva del futuro potrebbe essere giudicata sempre di più dalla capacità di progettare risultati, piuttosto che dalla capacità d’inseguire il mercato. (riproduzione riservata)